Recensioni AIkido

 

Repubblica

il venerdi 3 maggio 2024

Hiroshi Tada è uno dei più autorevoli discepoli del maestro Ueshiba Morihei, a sua volta grande maestro di arti marziali e fondatore dell’aikido, disciplina che mira a raggiungere la massima padronanza e unità di corpo e mente. Nato nel 1929 a Tokyo in una famiglia di samurai, Tada racconta oggi la sua vita avventurosa e profondamente spirituale in un’appassionante autobiografia che è appena stata tradotta e pubblicata in Italia da CasadeiLibri, piccola e ottima casa editrice specializzata in saggistica e letteratura orientali. (t.l.p.)

Sans Fiction

Il rischio di apprendere un’arte marziale leggendo i libri: “Quale che sia la tecnica o la scuola, seguire un Maestro eccelso, non distrarsi e dedicare tutto se stessi alla pratica. Questa è la via corretta per migliorare. II) Nei testi, spesso, vengono riportati concetti che riguardano il vertice della Via. Lasciarsi distrarre da concetti che stanno troppo in alto viene detto “Essere influenzati negativamente dai segreti”. Si dice kyakkashōko e con ciò si intende che bisogna sempre tenere presente a che punto si è nella pratica e “mantenere i piedi per terra”.

La differenza tra bene e male: “Un’altra volta, a un uomo che affermava di non saper distinguere il Bene dal Male, l’Anziano disse: – La verità è che ciò non è possibile. Una cosa del genere in realtà non esiste. Siccome la persona pareva non essere d’accordo, l’Anziano aggiunse – La bellezza e la bruttezza, l’alto e il basso, il sopra e il sotto, il bene e il male, sono tutti la stessa cosa e sono l’aspetto di una manifestazione. C’è però anche l’aspetto delle cose non manifestate. Il “mezzo” del Giusto mezzo, il “Nirvana” del Buddha, la “Alta pianura celeste” dello shintō e, come ci dice la frase “La mia Via è percorsa da un unico principio” di Confucio, si tratta della vera natura del luogo in cui dimora l’Uno. Lì non vi è Bene e Male, vi regna l’assoluta uguaglianza ed equità, viene detto Vuoto, Nulla, Ingresso nel Nirvana, Origine. Il praticante avanzato deve entrare almeno una volta in questo territorio. Solo dopo aver raggiunto questo luogo può sgorgare, come da una sorgente, la capacità di cogliere il Discrimine, altrimenti non è possibile comprendere la vera natura del Bene e del Male”.

È in libreria Aikido ni ikiru. Vivere nell’aikido di Tada Hiroshi (CasadeiLibri 2024, pp. 400, € 25,00, con traduzione di Koji Watanabe).

Tada Hiroshi nato a Tokyo il 14 dicembre 1929 è un artista di primissimo piano del panorama marziale giapponese e mondiale. Discendente di una famiglia di samurai dell’isola di Tsushima, è 9º dan di aikidō, shihan dell’Aikidō Honbu Dōjō; shihan emerito dell’Aikidōkai della Waseda University e della University of Tōkyō; Presidente dell’Aikidō Tadajuku e Direttore didattico emerito dell’Aikikai d’Italia. Nel 2019, dopo 55 anni di attività in Italia, il Presidente della Repubblica Italiana gli ha conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. In Francia è stato recentemente pubblicato il suo libro L’énergie du souffle – Ki No Renma, Hachette, 2023.

L’autore ha seguito i principi insegnati da Ueshiba Morihei, il fondatore dell’Aikido, un percorso volto a raggiungere l’armonia tra corpo e mente, sviluppando l’energia vitale. Nel corso degli anni, ha incontrato diversi maestri, tra cui Nakamura Tenpū, promotore dell’unione mente-corpo. La sua dedizione ha contribuito notevolmente alla diffusione dell’Aikido a livello globale, con la creazione di dojo e organizzazioni nazionali come l’Aikikai Italia.

Pur riconoscendo i propri limiti, ha deciso di condividere la sua storia per onorare i predecessori e guidare le future generazioni nell’arte dell’Aikido. Questa autobiografia non è solo un’esplorazione dell’arte marziale, ma anche un viaggio interiore alla ricerca di sé e della propria eredità, offrendo un’esperienza che va oltre l’allenamento fisico, trasformando la pratica dell’Aikido in un cammino di crescita personale.

Un viaggio spirituale che ci porta a scoprire la natura umana attraverso i tanti modi di apprendere e l’umiltà necessaria per farlo bene.

Carlo Tortarolo

Il Maestro Ueshiba Morihei

Un giorno, dopo l’allenamento del mattino, lasciai il Dōjō Ueshiba e giunto sul grande viale di Nukebenten vidi una coppia, l’uno vestito con abiti
tradizionali e l’altro in divisa da studente. Presumibilmente erano scesi dal tram appena passato. In quel momento il signor Kikuchi Tokio mi disse: “È tornato Ō Sensei. Tada, vieni con me.” e cominciò a correre. Al che anch’io mi misi a correre dietro di lui.

Il signor Kikuchi, dopo il saluto di buon rientro, mi presentò al Maestro: “Maestro, lui è il signor Tada, un nuovo iscritto.” Lo salutai e quando alzai il capo, il Maestro mi fissò intensamente, poi tolse il cappello e, con un inchino straordinariamente educato verso di me che ero in divisa scolastica, disse: “Sono Ueshiba”. In quel momento, alla presenza del Maestro, di cui da tempo avevo sentito parlare come di un grande esperto, provai una particolare emozione mai sperimentata prima di allora. Fu una strana sensazione, come se un desiderio covato da tanto tempo, ma a cui ancora non ero riuscito a dare una forma precisa, mi si fosse palesato davanti agli occhi.

In altezza il Maestro arrivava appena sopra il mio petto. Aveva un viso dai tratti scolpiti, zigomi alti e un grande naso. I suoi grandi occhi limpidi avevano un colore particolare, sembravano viola, o di un blu profondo. Un lungo pizzetto bianco scendeva davanti fino al petto.

Guardandolo da vicino ebbi la sensazione di averlo già visto da qualche parte. Mi venne subito in mente il grande volto del drago dipinto sul kakejiku appeso sopra il kamiza del tokonoma nel Dōjō Ueshiba in cui ero stato fino a poco fa. Lo seppi più tardi, ma quel volto di drago era stato dipinto da un famoso pittore che appena vide il Maestro Ueshiba fu preso dalla commozione e realizzò il dipinto seduta stante. Lo studente con lui era il signor Kamizono della facoltà di Scienze e Ingegneria dell’Università Waseda. Li seguimmo fino a che non imboccarono il viottolo che dal grande viale portava alla casa degli Ueshiba.

La pratica con il Maestro Ueshiba Morihei

La pratica del mattino del giorno dopo con il Maestro Ueshiba Morihei iniziò con una devota invocazione rivolta alle divinità. Il tono di voce alto, ma straordinariamente limpido del Maestro si diffuse in tutto il dōjō, avvolgendo con la sua vibrazione tutti coloro che erano posizionati in fila.

Dopo il torifune e il furutama, il Maestro, tirandosi su le lunghe maniche del vestito, si avvicinò agli allievi porgendo loro la mano con un gesto naturale. Gli allievi, come attirati da una calamita, si alzavano ad afferrare il braccio del Maestro, ma un istante dopo erano già a terra. Dopo averli proiettati uno dopo l’altro si avvicinò a me e mi porse ugualmente la mano come per invitarmi. Mi alzai e afferrai con tutte le mie forze il braccio del Maestro, ma immediatamente dopo stavo già rotolando a terra. Durante tutto il tempo il Maestro non pronunciò una parola.

La pratica con il Maestro iniziava sempre in questo modo. Successivamente, a coppie, ripetevamo, cercando di riprodurre il più fedelmente possibile il movimento del Maestro e la sensazione provata.

Dopo un po’ il Maestro disse: “Vi prego di ascoltare le mie parole”. Mi guardai in giro sorpreso per vedere se fosse arrivata una persona speciale, ma nel dōjō eravamo solo noi studenti, il signor Kikuchi Ban, iscrittosi recentemente, e altri giovani praticanti.

Il Maestro parlava sempre così, in modo estremamente educato. Prima della guerra, nel Dōjō Ueshiba venivano a praticare persone che rappresentavano il Paese tra le quali alcuni membri della famiglia imperiale, nobili, generali dell’esercito, ammiragli della marina e uomini politici. Ma non era solo questo.

La parola è Forza. Il linguaggio educato, la cura attenta nell’insegnamento, erano alla base della grande dignità del Maestro e ciò si rifletteva direttamente nelle sue abilità marziali.

All’epoca aveva 66 anni, ma i suoi movimenti apparivano più vitali e vigorosi di quelli di qualunque giovane. Quando si praticava con il Maestro tutto il dōjō era avvolto da un’atmosfera particolare. Era come se l’intera sala e tutte le persone presenti cominciassero a respirare insieme, all’unisono con l’attività del Maestro. Il giorno in cui partecipai alla pratica percepii che il Maestro Ueshiba era giunto a uno stadio molto avanzato. Potrà sembrare un’espressione strana e poco rispettosa nei confronti del Maestro, ma è da intendersi nel seguente modo.

Nei racconti che in passato circolavano tra i compagni dell’università Waseda si diceva che il Maestro Ueshiba fosse un artista marziale che usava tecniche che potevano essere applicate in un combattimento reale derivanti dal jūjutsu antico, del tutto diverse dalle arti marziali moderne, e che possedesse anche delle misteriose capacità. Era come se un grande esperto del Giappone antico, che la sensibilità moderna non era più in grado di comprendere, fosse apparso nel mondo contemporaneo.

Neve su foglie vermiglie

Neve su foglie vermiglie

di Dōgen Zenji

 

Poesie scelte del maestro zen Dōgen commentate da Shohaku Okumura

calligrafie di Norio Nagayama

Traduzione di Michel Gauvain e Lorenzo Casadei

Il candore della neve rappresenta l’unicità (l’unità) mentre i colori vivaci delle foglie la molteplicità. Ogni albero ha la sua natura unica, per forma e altezza, con i suoi fiori e frutti ed i colori delle sue foglie. Unità e molteplicità convivono. Come possiamo esprimere questa compenetrazione delle realtà assoluta con la realtà convenzionale. Questo è uno dei punti essenziali dello studio e della pratica del Dharma. Come esprimere l’unità di tutte le cose nella miriade di fenomeni che incontriamo? E questa è la ragione per prendere l’espressione a titolo della raccolta.

Vivere nell’Aikido

AIKIDŌ NI IKIRU, Vivere nell’aikidō di HIROSHI TADA

L’autobiografia del più grande maestro vivente di Aikido. Fondatore dell’Aikikai d’Italia con centinaia di allievi e allievi di allievi in tutta Europa e nel Mondo.

“Sono nato nel 4° anno Shōwa (1929). Dalla serenità degli inizi del periodo Shōwa, ho attraversato il suo periodo turbolento caratterizzato dal conflitto bellico. Diventato maggiorenne, come attirato da un filo invisibile, incontrai gli insegnanti che sarebbero diventati i miei Maestri di tutta la vita. Erano il Maestro Funakoshi Gichin del Karatedō, il Maestro Ueshiba Morihei, fondatore dell’Aikidō, il Maestro Ueshiba Kisshōmaru, il Maestro Nakamura Tenpū del metodo di unificazione di corpo e mente (Shinshintōitsuhō) e il Maestro Hino Masakazu e sua moglie del dojo Ichikūkai, eredi degli insegnamenti del Maestro Yamaoka Tesshū. Tra i preziosi insegnamenti di questi Maestri, ci sono anche quelli attraverso il contatto diretto, difficili da ricevere al giorno d’oggi. Ho ricevuto inoltre un grande supporto da amici e membri dell’Aikikai dell’epoca nel diffondere l’Aikido in Giappone e in Europa, e nel fondare dojo e Aikikai nazionali.Molte di queste persone non sono più tra noi. Per ripagare i loro sforzi e nella speranza di essere di qualche aiuto ai giovani artefici e responsabili di ciò che verrà, ho deciso di scrivere queste pagine, consapevole della mia inesperienza e inadeguatezza”

Recensioni

HANAUJŌ I fiori della compassione

di Aoyama Shundō

Scritti e opere di una delle più autorevoli maestre zen viventi.

“Circondata dai fiori che mi hanno mostrato i loro infiniti aspetti al mattino, alla sera e lungo le quattro stagioni, giocando e crescendo in costante dialogo con loro, assaporo anche oggi la felicità di poter vivere tra i fiori.”

Il Sermone di Ciò-che-è-inanimato (mujō),
viene udito da Ciò-che-è-animato (ujō)
Il vento attraversa il bosco freddo e le foglie riempiono il cortile.

Daichizenji

Traduzione dal giapponese di Koji Watanabe e stampa  realizzate grazie al contributo dell’UBI

Formato: , Pagine: 176, ISBN: 979-12-80146-02-1 Prezzo: 21,00

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Recensione Wall Street International

Recensione LT

Todi. Il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

L’autrice mette in mostra anche alcuni scatti tratti dall’omonimo libro nello spazio “un Giappone” a Todi. Nel 2019 presentò una suggestiva mostra sul campione automobilistico brasiliano Ayrton Senna, a 25 anni dalla morte

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

Nell’ambito del Todi Festival 2020, domenica 6 Settembre verrà presentato il volume Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, che continene le splendide immagini della fotografa Paola Ghirotti. Alcune di queste preziose immagini sono inoltre esposte sempre a Todi nel contesto della mostra “Jidai Matsuri 1990-2020” presso lo spazio “un Giappone” (info e prenotazioni calendarioungiappone@gmail.com).

Per trent’anni Ghirotti ha seguito personalmente il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, una delle tre feste più importanti della città di Kyoto, insieme all’Aoi Matsuri e al Gion Matsuri. Il festival ricorre ogni anno il 22 ottobre e permette la possibilità di ammirare i diversi abiti storici giapponesi che testimoniano le varie epoche, a partire dalla restaurazione Meiji (1868 – 1912) e a ritroso fino al periodo Heian (794 – 1191).

Nel 2019 Paola Ghirotti aveva presentato al Todi Festival la mostra fotgrafica “Alla velocità del cuore”, dedicata al grande campione automobilistico Ayrton Senna, del quale la fotografa ha saputo cogliere, seguendolo nel campionato del mondo di Formula Uno, sguardi, emozioni e pensieri inediti e profondi.

La presentazione del libro del 6 settembre si terrà al Palazzo del Vignola alle ore 17, è già possibile prenotare i posti presso la biglietteria del Todi Festival (Teatro comunale) o a qusto lilnk: https://www.todifestival.it/around-todi/incontro-paola-ghirotti

La mostra resterà invece aperta al pubblico fino al 27 settembre 2020.

Todi. Il Jidai Matsuri o “Festival delle ere” raccontato attraverso l’obiettivo di Paola Ghirotti (http://www.artemagazine.it)

l 6 settembre, in occasione del Todi Festival, la fotografa presenta il volume “Jidai Matsuri. Festival of Ages/1990-2020”. Dal 31 agosto al 27 settembre, alcuni scatti contenuti nel libro saranno in mostra presso lo spazio “un Giappone”

TODI – Il 31 agosto la fotografa Paola Ghirotti inaugura, presso lo spazio “un Giappone” a Todi,  la mostra “Jidai Matsuri 1990-2020”, nella quale sono esposte una serie di splendide immagini tratte dall’omonimo libro, che verrà presentato il 6 settembre, in occasione della XXXIV edizione di Todi Festival  (3-6 settembre 2020). 

Per trent’anni Ghirotti ha seguito il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, una delle tre feste più importanti della città di Kyoto, insieme all’Aoi Matsuri e al Gion Matsuri. Il festival si svolge ogni anno, il 22 ottobre, e offre la possibilità di ammirare i diversi abiti storici giapponesi che testimoniano le varie epoche, a partire dalla restaurazione Meiji ( 1868 – 1912) e a ritroso fino al periodo Heian  (794 – 1191).Per l’incontro del 6 settembre, che si terrà al Palazzo del Vignola, è già possibile prenotare i posti  presso la biglietteria del Todi Festival (Teatro comunale). La mostra resterà invece aperta al pubblico fino al 27 settembre 2020. Per informazioni e prenotazione: calendarioungiappone@gmail.com

Jidai Matsuri

Jidai

L’antico festival che celebra l’anniversario della fondazione di Kyoto

magistralmente raccontato 

dagli scatti di Paola Ghirotti 

1990- 2020 

30 anni di osservazione del matsuri, dei suoi preparativi, dei dietro le quinte. I colori e i protagonisti del festival più suggestivo del Giappone.

con testi di Franco Fusco e Yasue Hori

in italiano, inglese e giapponese.

Copertura posteriore
Abutsu-ni preso nel 2010
Jidai Matsuri

Recensioni

Il club dei buongustai e altri racconti culinari giapponesi

Nella fiction giapponese, non solo i personaggi mangiano di tutto nelle più svariate situazioni, ma il panorama editoriale nipponico spinge i più grandi scrittori ad occuparsi di cucina.

In questa raccolta, che prende il nome dal titolo di un racconto di Jun’ichirô Tanizaki, sono riuniti racconti culinari dal XII secolo ai giorni nostri:

autori del calibro di Kôzaburô Arashiyama, Osamu Dazai, Rosanjin Kitaôji, Shiki Masaoka (il riformatore dell’haiku moderno), Kenji Miyazawa, Kafû Nagai, Kanoko Okamoto e ovviamente Jun’ichirô Tanizaki si danno convegno per una abbuffata indimienticabile.

Testi scelti e curati da Ryoko Sekiguchi.

Osamu Dazai, Ricordi di saké

Kanoko Okamoto, Sushi

Anonimo del XVIII secolo, 100 curiosità al tofu

Rosanjin Kitaōji, Sukiyaki e anatra, breve impressione della cucina occidentale 

Anonimo, Due storie di funghi

Kōzaburō Arashiyama, Ventre vuoto e testa in aria

Kenji Miyazawa, Colazione d’addio

Kafū Nagai, Gli yōkan

Jun’Ichirō Tanizaki, Il club dei buongustai

Recensioni

Formato: 13,5x21 cm, Pagine: , ISBN: 9788889466667 Prezzo: 16,00

Recensione Shinto

«Shinto. Alle radici della tradizione giapponese»

«Lo shinto e una religione?». Con queste parole si apre il saggio di Paolo Balmas e, evidentemente, non e facile dare una risposta a tale quesito. Il termine shintoismo appare per la prima volta intorno al VI secolo, quando il contatto con la cultura cinese ha segnato una tappa cruciale dello sviluppo socioculturale giapponese. E in quest’epoca, e precipuamente come reazione all’influenza della Cina (e alla conseguente – nonche rapidissima – diffusione del buddhismo), che il Giappone codifica la propria lingua in forma scritta e si configura un corpus iconografico e una strutturazione di quelle pratiche cultuali che già da molto tempo erano parte della tradizione e che da allora verranno definite come «shintoiste».

La storia dello shintoismo e del buddhismo non e stata caratterizzata solo da contrapposizioni, quanto piuttosto da compenetrazioni, nonostante nella Costituzione che il Giappone si era dato nel 1889 lo shintoismo venisse definito come il naturale culto degli antenati da sempre praticato nell’isola proprio per differenziarlo da altre religioni. Il saggio, ricco di preziose indicazioni linguistiche, fornisce interessanti nozioni sulla visione metafisica shintoista. Scopriamo, ad esempio che nel Kojiki, una raccolta di testi «sacri» databile attorno al VII secolo, vengono enunciati alcuni pilastri della «religiosita» shintoista, per la quale esisterebbe una sorta di «legge di corrispondenza» fra ciò che si trova entro i confini della realtà manifestata e ciò che sta al di là di essa. Ciò a dimostrazione del fatto che la materia e compartecipe alla natura «divina» (o, per meglio dire, «spirituale») delle cose. Tale aspetto, sottolinea l’autore, sembra essere un carattere specificamente «giapponese», ravvisabile anche nell’assoluta necessita di contemplare la natura (sia nel suo lato positivo che in quello distruttivo) in un’ottica di immersione con essa ma anche come strumento di conoscenza. Proprio per tali caratteristiche, secondo l’autore, nonostante lo shintoismo rimanga strettamente legato alla cultura giapponese, la ricerca di equilibrio da esso propugnata e un messaggio all’umanità tutta.

Michele Lipori

(pubblicato su Confronti di giugno 2015)

Recensioni Hanafuda

Giappone “mon” amour

di Elena H Rudolph (da https://herudolph.wordpress.com)

kokeshiTra me e la kokeshi Yaishun (desiderio di primavera) è stato amore a prima vista: il suo nome deriva dai ramoscelli di pruno in fiore che decorano il kimono. Il corpo bianco rappresenta la purezza d’animo con cui affrontiamo la vita. In Giappone il fiore di pruno è tra i più amati: rappresenta la rinascita e simboleggia l’inizio, è il primo fiore a sbocciare a febbraio, spesso sotto la neve, e dimostra quindi una grande forza e tenacia ed è  particolarmente indicato per chi sta per intraprendere una nuova esperienza. Presto ha trovato un compagno, la kokeshi Shiawase Jizo (Jizo felice), una divinità guardiana e protettrice dei bambini e dei viaggiatori.Così è iniziato il mio viaggio nella cultura giapponese a gennaio, al Mercato Monti, dove Flaminia e il suo compagno mi hanno dedicato tempo e mi hanno raccontato dei loro viaggi regolari in Giappone dove acquistano kokeshi, haori, kimono e altri oggetti tradizionali. Sono ospiti fissi a Mercato Monti, al centro di Roma, e in altri mercati di artigianato.

La primavera arriva e mi ritrovo di nuovo immersa nel Giappone. Mercatino giapponese 10° edizione – Ex Dogana
Il Mercatino giapponese è un brulichio di gente di ogni tipo e di ogni età. Gli hangar sono gremiti di persone – un po’ troppe per i miei gusti – che si fermano davanti ai banchi che espongono di tutto: manga, gioielli fatti con gli origami, magliette con Jeeg Robot, Mazinga e tutti gli eroi e le eroine dei bambini degli anni ‘80. C’è chi assaggia il tè macha, chi si dedica a una seduta di shiatsu e chi prepara il suo prossimo soggiorno in Giappone. Non so se le giovani generazioni sanno che la prima a portare i capelli verde/blu, che oggi si vedono tanto in giro sulla testa delle adolescenti, è stata Lamù, un’aliena che indossa un bikini tigrato ed è innamorata di un ragazzo che chiama “tesoruccio”. Era la prima metà degli anni ’80 e Lamù dalla carta stampata dei manga fu catapultata sui nostri schermi televisivi. Di certo lo sanno le numerose teste dai capelli verde petrolio che si aggirano all’ex Dogana di scalo San Lorenzo per il 10° anniversario del Mercatino giapponese.

Mercatino Giapponese 10° edizione – Ex Dogana
Tra gli affollatissimi banchi non manca l’editoria specializzata. Incontro l’editore-traduttore-maestro di aikido Lorenzo Casadei di CasadeiLibri che mi mostra alcune pubblicazioni. Tra queste mi interessa Hanafuda – Il gioco dei fiori di Véronique Brindeau, studiosa e docente di musica giapponese a Parigi nonché traduttrice e già autrice di Elogio del muschio (pubblicato e tradotto da Casadei).

Ho avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione del libro all’Aranciera dell’Orto botanico di Roma ad aprile, durante la fioritura dei ciliegi. Proprio in occasione dell’hanami (花見 letteralmente “ammirare i fiori”) i rami degli alberi del giardino giapponese sono stati ornati con gli haiku di Bashō e di altri poeti.
Per noi occidentali può sembrare arduo entrare in questo mondo, per questo il libro di Vèronique Brindeau (tradotto dallo stesso Casadei) è una preziosa guida che ci porta in un lungo viaggio tra passato e presente fin dentro le case, i teatri, le cerimonie che ormai non sono più così sconosciute. Non è un caso che il simbolo della casa editrice – il carattere mon – rappresenta una porta aperta su mondi diversi.

Hanafuda – Il gioco dei fiori è una lettura impegnativa, da leggere con calma, un poco per volta, con lentezza, come si fa quando si apprezzano le piccole cose. Per chi – come me – ha da poco cominciato a interessarsi del Giappone, è una miniera di spunti di riflessione.

L’hanafuda è un mazzo di 48 carte divise in 12 gruppi (uno per ogni mese dell’anno) di 4 carte. Sulle carte, di formato ridotto rispetto a quelle cui siamo abituati, sono raffigurati fiori, alberi, animali e (raramente) figure umane. Al di là del gioco vero e proprio, molto diffuso in Giappone, ciò che mi ha spinto verso questo libro sono le storie che, mese per mese, accompagnano il lettore e svelano tradizioni, leggende e mitologie del Giappone. Il testo ha un ricco apparato iconografico e f
otografico ma anche poetico e letterario ed è corredato di un mazzo di carte con relative regole del gioco.
Il mio mese preferito è novembre, rappresentato dal salice. Sulla carta madre di questo mese sono raffigurati un uomo che cammina ail poetaccanto
a un corso d’acqua, un salice e una rana. Quest’uomo è il poeta Ono no Tōfū, fondatore della calligrafia giapponese, il quale
introduce uno stile nuovo caratterizzato dalla delicatezza del tratto che richiama il ramo del salice.

 

Questo albero, infatti, ha la capacità di piegarsi senza rompersi, anche sotto il carico di neve, e rappresenta anche le abilità delle arti marziali. Narra la leggenda che il poeta, avendo fallito sei volte un concorso letterario, si aggirava abbattuto nei pressi di un fiume quando vide una rana che tentava di saltare su un ramo di salice per catturare un insetto. La rana fallì più volte nel suo tentativo, finché al settimo salto riuscì nel suo intento. Il poeta, ispirato da questa visione, ritrovò il coraggio e vinse il concorso. La carta del Poeta sotto la pioggia, protetto da un ombrello, che passa accanto a un fiume accompagnato da una rana, rappresenta un’immagine edificante della volontà e della tenacia ricompensata.
shunsenyanagi-onnaIl salice, o meglio il suo “spirito”, è anche protagonista di una suggestiva leggenda, quella del salice di Kyoto, che lo stesso Casadei racconta qui e che ho ascoltato con grande gusto durante la presentazione di aprile. (Che potete trovare in appendice al libro Shinto alle radici della tradizione)

Se ne avete la possibilità, andate alle presentazioni del libro perché è sempre un piacere ascoltare le storie direttamente da chi le ha raccolte. Le prossime saranno all’Orto botanico di Trieste e al Festivaletteratura di Mantova.

Hanafuda, il gioco dei fiori

Copertina Hanafuda
Copertina Hanafuda

Dopo il grande successo de L’elogio del muschio finalmente il secondo libro di Véronique Brindeau.

Nel XVI secolo nacque in Giappone un gioco di carte molto particolare, Hanafuda. Un gioco senza re, né regine, ma iris, ciliegi e salici, poesie e leggende, simile ad un erbario meraviglioso dove fiori e piente svelano un tesoro di riferimenti mitologici, letterari e paesaggistici.

Véronique Brindeau, mese per mese ne svela i segreti.

Con il libro un mazzo di carte per giocare nel classico formato della Nintendo e le regole di Koi koi e Aiawase.

hanafuda presentazione

 

Formato: , Pagine: , ISBN: 9788889466803 Prezzo: 25,00 Con le carte da gioco.