Recensioni Hanafuda

Giappone “mon” amour

di Elena H Rudolph (da https://herudolph.wordpress.com)

kokeshiTra me e la kokeshi Yaishun (desiderio di primavera) è stato amore a prima vista: il suo nome deriva dai ramoscelli di pruno in fiore che decorano il kimono. Il corpo bianco rappresenta la purezza d’animo con cui affrontiamo la vita. In Giappone il fiore di pruno è tra i più amati: rappresenta la rinascita e simboleggia l’inizio, è il primo fiore a sbocciare a febbraio, spesso sotto la neve, e dimostra quindi una grande forza e tenacia ed è  particolarmente indicato per chi sta per intraprendere una nuova esperienza. Presto ha trovato un compagno, la kokeshi Shiawase Jizo (Jizo felice), una divinità guardiana e protettrice dei bambini e dei viaggiatori.Così è iniziato il mio viaggio nella cultura giapponese a gennaio, al Mercato Monti, dove Flaminia e il suo compagno mi hanno dedicato tempo e mi hanno raccontato dei loro viaggi regolari in Giappone dove acquistano kokeshi, haori, kimono e altri oggetti tradizionali. Sono ospiti fissi a Mercato Monti, al centro di Roma, e in altri mercati di artigianato.

La primavera arriva e mi ritrovo di nuovo immersa nel Giappone. Mercatino giapponese 10° edizione – Ex Dogana
Il Mercatino giapponese è un brulichio di gente di ogni tipo e di ogni età. Gli hangar sono gremiti di persone – un po’ troppe per i miei gusti – che si fermano davanti ai banchi che espongono di tutto: manga, gioielli fatti con gli origami, magliette con Jeeg Robot, Mazinga e tutti gli eroi e le eroine dei bambini degli anni ‘80. C’è chi assaggia il tè macha, chi si dedica a una seduta di shiatsu e chi prepara il suo prossimo soggiorno in Giappone. Non so se le giovani generazioni sanno che la prima a portare i capelli verde/blu, che oggi si vedono tanto in giro sulla testa delle adolescenti, è stata Lamù, un’aliena che indossa un bikini tigrato ed è innamorata di un ragazzo che chiama “tesoruccio”. Era la prima metà degli anni ’80 e Lamù dalla carta stampata dei manga fu catapultata sui nostri schermi televisivi. Di certo lo sanno le numerose teste dai capelli verde petrolio che si aggirano all’ex Dogana di scalo San Lorenzo per il 10° anniversario del Mercatino giapponese.

Mercatino Giapponese 10° edizione – Ex Dogana
Tra gli affollatissimi banchi non manca l’editoria specializzata. Incontro l’editore-traduttore-maestro di aikido Lorenzo Casadei di CasadeiLibri che mi mostra alcune pubblicazioni. Tra queste mi interessa Hanafuda – Il gioco dei fiori di Véronique Brindeau, studiosa e docente di musica giapponese a Parigi nonché traduttrice e già autrice di Elogio del muschio (pubblicato e tradotto da Casadei).

Ho avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione del libro all’Aranciera dell’Orto botanico di Roma ad aprile, durante la fioritura dei ciliegi. Proprio in occasione dell’hanami (花見 letteralmente “ammirare i fiori”) i rami degli alberi del giardino giapponese sono stati ornati con gli haiku di Bashō e di altri poeti.
Per noi occidentali può sembrare arduo entrare in questo mondo, per questo il libro di Vèronique Brindeau (tradotto dallo stesso Casadei) è una preziosa guida che ci porta in un lungo viaggio tra passato e presente fin dentro le case, i teatri, le cerimonie che ormai non sono più così sconosciute. Non è un caso che il simbolo della casa editrice – il carattere mon – rappresenta una porta aperta su mondi diversi.

Hanafuda – Il gioco dei fiori è una lettura impegnativa, da leggere con calma, un poco per volta, con lentezza, come si fa quando si apprezzano le piccole cose. Per chi – come me – ha da poco cominciato a interessarsi del Giappone, è una miniera di spunti di riflessione.

L’hanafuda è un mazzo di 48 carte divise in 12 gruppi (uno per ogni mese dell’anno) di 4 carte. Sulle carte, di formato ridotto rispetto a quelle cui siamo abituati, sono raffigurati fiori, alberi, animali e (raramente) figure umane. Al di là del gioco vero e proprio, molto diffuso in Giappone, ciò che mi ha spinto verso questo libro sono le storie che, mese per mese, accompagnano il lettore e svelano tradizioni, leggende e mitologie del Giappone. Il testo ha un ricco apparato iconografico e f
otografico ma anche poetico e letterario ed è corredato di un mazzo di carte con relative regole del gioco.
Il mio mese preferito è novembre, rappresentato dal salice. Sulla carta madre di questo mese sono raffigurati un uomo che cammina ail poetaccanto
a un corso d’acqua, un salice e una rana. Quest’uomo è il poeta Ono no Tōfū, fondatore della calligrafia giapponese, il quale
introduce uno stile nuovo caratterizzato dalla delicatezza del tratto che richiama il ramo del salice.

 

Questo albero, infatti, ha la capacità di piegarsi senza rompersi, anche sotto il carico di neve, e rappresenta anche le abilità delle arti marziali. Narra la leggenda che il poeta, avendo fallito sei volte un concorso letterario, si aggirava abbattuto nei pressi di un fiume quando vide una rana che tentava di saltare su un ramo di salice per catturare un insetto. La rana fallì più volte nel suo tentativo, finché al settimo salto riuscì nel suo intento. Il poeta, ispirato da questa visione, ritrovò il coraggio e vinse il concorso. La carta del Poeta sotto la pioggia, protetto da un ombrello, che passa accanto a un fiume accompagnato da una rana, rappresenta un’immagine edificante della volontà e della tenacia ricompensata.
shunsenyanagi-onnaIl salice, o meglio il suo “spirito”, è anche protagonista di una suggestiva leggenda, quella del salice di Kyoto, che lo stesso Casadei racconta qui e che ho ascoltato con grande gusto durante la presentazione di aprile. (Che potete trovare in appendice al libro Shinto alle radici della tradizione)

Se ne avete la possibilità, andate alle presentazioni del libro perché è sempre un piacere ascoltare le storie direttamente da chi le ha raccolte. Le prossime saranno all’Orto botanico di Trieste e al Festivaletteratura di Mantova.

Recensione la Strada per Mandalay

Daily, M0stra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2/9/2016

La strada per Mandalay
Autobiografia di un fumatore d’oppio

H.R.Robinson

Dai tempi in cui Kipling decantava la strada per Mandalay in un suo celebre poema alla storia dei clandestini e dei trafficanti di uomini che compiono questo percorso tra Birmania e Thailandia, raccontata da Zai Jian Wa Cheng in anteprima mondiale alla Giornata degli autori, sono passati piû di cento anni. Ma anche allora la Mandalay mitica dagli stupendi panorami e la inestricabile religiositá celava aspetti non rassicuranti. Ne é testimone George Orwell che recensiva cosí la Strada per Mandalay ritratto di un oppiomane di Robinson. “Ufficiale dell’esercito indiano, distaccato presso la polizia militare della Birmania, viene licenziato nel 1923 e si stabilisce a Mandalay ove si dedica quasi esclusivamente all’oppio, nonostante un breve interludio come monaco buddista e i tentativi andati a vuoto di rimettere in funzione una miniera d’oro e gestire un autonoleggio….al momento dell’arresto tenta il suicidio….come da proposito si spara negli occhi perdendo la vista per sempre.

Sotto l’influenza della droga, sente di essere possesuto da una saggezza quasi divina, ..consapevole di conoscere il segreto dell’universo, che al risveglio non riesce mai a ricordare. Una notte..prende un taccuino e una matita per annotare la frase in cui é racchiusa tutta la saggezza: la banana è deliziosa, ma la buccia è insuperabile.”

Conclude Orwell :” il libro é un piccolo contributo alla letteratura sull’oppio…ma i fatti narrati sono veri”.

 

Recensioni La via di Paolo e Giovanni

Dal Sole 24 ore

sole24 paolo e giovanni

Dal Giornale di Brescia del 5/04/2008

“Lungo le vie di Giovanni e Paolo per incontrare Gesù Cristo”
di Maurizio Schoepflin

Cinque settimane di viaggio da Bari a Istanbul per raccontare i luoghi della spiritualità orientale, dove San Paolo ha svolto la sua predicazione e San Giovanni ha scritto il quarto Evangelo. Prendendo le mosse da una trasmissione radiofonica andata in onda tutti i giorni, in diretta, dal primo maggio al due giugno 2006, questo volumetto ripercorre fedelmente le cinque settimane di viaggio dal capoluogo pugliese all’antica Bisanzio, durante le quali una diversa coppia di conduttori si è avvicendata al microfono, narrando luoghi, incontri, impressioni e riflessioni.
Sotto gli occhi del lettore scorrono Olimpia e Corinto, Atene e Salonicco, il Monte Athos e l’isola di Patmos, Efeso e Smirne. Dopo il Cammino di Santiago e la Via Francigena, Sergio Valzania, direttore dei programmi di radio Rai, e i suoi collaboratori, tra i quali spicca il noto uomo di spettacolo David Riondino, hanno scelto di andare a oriente, dove sono le radici della nostra civiltà e dove sono germogliati i primi semi della predicazione del Vangelo. Valzania ricorda al lettore che il Dio dei cristiani si sposta di frequente, ama cambiare luogo e spesso sceglie il deserto per incontrare gli uomini.
Abramo, il padre della fede, compì una lunga migrazione; Mosé guidò l’Esodo; Gesù Cristo si fece itinerante per proclamare la Buona Novella. Mettersi in cammino diventa dunque una condizione privilegiata per entrare in relazione con il Signore, seguendo le tracce di uomini come Giovanni e Paolo che si posero alla sequela di Cristo fino all’ultimo giorno della loro vita.

Recensioni Il Giro del Mondo in 80 sigari

Da Gusto tabacco del 17/7/2013

Il libro contiene storie e aneddoti di personaggi famosi della nostra storia che hanno amato il mondo del tabacco e del sigaro. Un viaggio di fantasia tra paesi e personaggi, sulle tracce di chi con i sigari ha condiviso passioni, intrighi, ironia e il piacere della vita. Interviste immaginarie, ma basate su dichiarazioni, episodi e circostanze reali dei protagonisti, alla scoperta di un mondo « che non è mai da prendere troppo sul serio », perchè destinato comunque a finire in cenere.
C’è chi racconta che senza i sigari Hemingway non avrebbe mai iniziato a scrivere “Il vecchio e il mare”, e l’autore Brinis lo fa spiegare direttamente proprio dal grande scrittore che visse per frequenti periodi in Italia nel Veneto. Il grande Heminway dice: “ Bagnavo con la saliva la punta del puro, poi tagliavo l’estremo e usavo solo fiammiferi di legno. Mai i cerini, che sono troppo corti e meno che meno l’accendino. Mai troppo lentamente, mai troppo in velocità ”. E conclude: “ La sigaretta è una nevrosi, il sigaro un amico ”. Nello scritto è anche ricordata una simpatica scena in cui Mike Bongiorno consigliava come conservare i sigari nell’humidor e anche come Casanova paragonava il sigaro alla sua più grande passione: le donne! “ Si palpeggia come il seno di una cortigiana. Se ne sente la freschezza, oppure se ne apprezza la stagionatura. E’ come l’amore, deve durare a lungo. Un gioco di sguardi, un cenno di intesa, il desiderio che cresce. Un leggero contatto con le papille gustative della lingua. Poi… ”
Insomma, un libro simpatico e coinvolgente che non dovrebbe mancare tra gli appassionati di lento fumo! Buona lettura.

Dal Tgcom del 19/7/2013

Un viaggio di fantasia, a bordo di una immaginaria mongolfiera, sulla quale salgono di volta in volta, per parlare anche ma non solo di sigari, una serie di personaggi illustri

Un combustibile sentimentale della vita” lo definì un diplomatico cubano, e forse è proprio questo che chiediamo di essere, prima di tutto, ad un sigaro. Mark Twain invece diceva: Fumo con moderazione, certo, un solo sigaro per volta. Se ne trovano molti di aforismi ed aneddoti simili, nelle pagine di questo libro, edito da CasadeiLibri e scritto dal giornalista televisivo Paolo Brinis, dal curioso titolo: “Il giro del mondo in 80 sigari”.

Perché da sempre, il sigaro vuol dire passioni e polemiche, fascino ed intrigo, ironia e sottili piaceri della vita. Non a caso, lo fumano e lo hanno fumato, nel corso dei secoli, i principali protagonisti della politica e dello spettacolo, dell’arte e della letteratura. Uomini, ma anche donne. Scrittori, poeti, giornalisti, condottieri, statisti trovano nel sigaro un compagno fedele, sempre pronto ad interpretare il ruolo che, di volta in volta, gli viene richiesto. Nella consapevolezza che comunque il fumo nuoce alla salute, è questo un librino, impreziosito dai disegni di Riccardo Dalisi, che non vuole avere nessun scopo didattico. Non c’è nemmeno una trama vera e propria. E’ piuttosto un viaggio di fantasia, a bordo di una immaginaria mongolfiera, nella quale saliranno di volta in volta, per parlare anche ma non solo di sigari, una serie di personaggi illustri, del presente e del passato. Da Winston Churchill a Ernest Hemingway, da Orson Welles a Caterina di Russia. E poi: Lord Brummel, Fidel Castro, Porfirio Rubirosa, Groucho Marx e tanti altri. Viene proposto anche un diverte dialogo con Sir Phileas Fogg, il protagonista verniano del Giro del Mondo in 80 giorni. Interviste impossibili ma verosimili, che fanno riferimento anche a dichiarazioni, episodi e circostanze reali, per scoprire un mondo, quello dei puros appunto, dalle grandi suggestioni, ma destinato comunque a trasformarsi in fumo e cenere. E per questo, da non prendere troppo sul serio. O forse proprio per questo, ciambella di salvataggio per difendersi dalle onde della vita.

Recensioni Sulle strade dell’Avventura

Da Il Sole 24 Ore del 14/8/2010

L’avventura secondo Pratt
di Giovanna Mancini

Tutto ha inizio con un trasloco in uno studio fotografico milanese, circa un anno fa. Il fotografo in questione – catanese di origine ma meneghino di adozione – è Pino Ninfa, testimone con la sua fotocamera di tanti festival jazz ed eventi musicali, nonché autore di reportage da terre lontane. Mentre riordinava gli scatoloni da trasferire nel nuovo studio, gli capitò tra le mani una scatola con le immagini scattate nel 1994 a Hugo Pratt nella sua abitazione di Grandvaux, in Svizzera, dove sarebbe morto l’anno successivo. «Fu una folgorazione – racconta Ninfa – un incontro che fece riemergere ricordi e scattare associazioni». Di lì la decisione di un “omaggio a Hugo Pratt”, da cui prende il titolo un volume in uscita in autunno per l’editore Casadei, le cui immagini sono state esposte nei giorni scorsi al Caffè Quadri di Venezia, in occasione del Venezia Jazz Festival. Di omaggi al grande “fumettaro”, come lui stesso amava definirsi, se ne contano parecchi negli ultimi tempi.
Tra i tanti ricordiamo la recente pubblicazione per Rizzoli Lizard di Hugo Pratt – WWII – Storie di guerra, che raccoglie le tavole dedicate agli anonimi soldati morti durante il secondo conflitto mondiale e a suo tempo pubblicate dalla casa editrice inglese Fleetway. Ma quello di Ninfa non è un omaggio “convenzionale”. Il suo volume si articola in nove tappe che non raffigurano «i luoghi di Hugo Pratt», come potrebbe lasciar intendere il titolo, ma sono piuttosto evocazioni, idee, immagini in cui, spiega il fotografo, «Pratt si sarebbe riconosciuto, perché a tenerle unite è l’idea del viaggio, dell’avventura, che nell’opera del fumettista veneziano sono fondamentali». Sin da giovanissimo, quando seguì in Abissinia il padre militare, Pratt si appassionò al fumetto di avventura di Milton Caniff, un riferimento costante per la sua attività. Instancabile giramondo, anima inquieta e sempre desiderosa di movimento, per tutta la vita Pratt disegnò e inventò storie – comprese quelle del suo celebre e affascinante marinaio Corto Maltese – ispirandosi ai grandi romanzi d’avventura di Conrad e Melville, di Lewis e Dumas. Lui stesso scrisse romanzi d’avventura, sempre legati ai suoi fumetti, come Una ballata del mare salato o Corte Sconta detta Arcana. Ecco allora che il sottotitolo del libro di Pino Ninfa («Sulle strade dell’avventura») si comprende meglio. Nove le avventure scelte dal fotografo: Cuba e la Porsche di Hemingway, Rimbaud e Villa Arconati, Michel Petrucciani al pianoforte, le sabbie dell’Etiopia, il Tango, il Blues, le chiese rupestri, e infine i ritratti allo stesso Pratt nel suo studio svizzero e gli scatti in quella Venezia che lui amò e in cui ambientò molte delle avventure di Corto Maltese. «Questi nove capitoli – spiega – sono altrettanti luoghi o concetti che raccontano i miei viaggi. Ho impiegato mesi a scegliere le immagini, alla ricerca di quelle che meglio rendessero l’idea di avventura di Pratt». Sono «luoghi ripercorsi anche solo in sensazioni», scrive Fulvia Serra nell’introduzione al volume, in cui Hugo Pratt è «il grande assente, che come un’ombra buona si diffonde su tutta l’avventura immaginaria».
L’avventura del resto, precisa Ninfa «non ha coordinate precise e sono certo che Pratt stesso avrebbe apprezzato la scelta di queste tappe, evocative e non descrittive». Come il terzo capitolo, in cui il pianista jazz Michel Petrucciani è raccontato attraverso la sua ombra. «Per anni ho seguito i suoi concerti scattandogli foto – dice l’autore del libro – ma il suo aspetto fisico (era un nano, ndr) non mi permetteva di restituire la bellezza della sua musica e della sua persona. Un giorno per caso riuscii a fermare la sua ombra su una parete e mi parve di aver dato finalmente giustizia alla sua musica». O come il capitolo «Incontri», ambientato a San Lazzaro degli Armeni, un’isola della laguna veneziana tanto cara a Pratt: «Anche solo stando seduto al pontile dei vaporetti – racconta il fotografo – puoi imbatterti in storie che vale la pena raccontare».

Recensione Ikonomachia

Il Foglio del 27/05/2006

di Maria Pia D’Orazi

Si cominciano a sfogliare le pagine e si vedono passare incisioni, mappe, dipin t i, carte da gioco, fumetti e percorsi web.
In apertura due citazioni, come un’avverten za, per dire che sostanza e forma sono la stessa cosa e se l’anima è quella del libro è un libro. Allora strizzi gli occhi per guarda re meglio, torni indietro, riparti con ordine e trovi il filo della storia. Un archeologo di nome Riccado sta partendo per il Cairo. In aereo incontra Isabelle, esperta di manoscritti antichi che ha scoperto l’indicazione di un luogo misterioso nella falsificazione di una pagina della Bibbia di Gutenberg. Parole e figure sono aperte in verticale a una pluralità di sottotesti, associazioni e rimandi bibliografici. La scrittura svela il processo che l’origina, mantenendo una disponibilità a diverse soluzioni di significa to. Ogni pagina è una fotografia della men te.
Un percorso a metà strada tra il flusso di coscienza e il viaggio in Rete che salta all’infinito da un’informazione all’altra.
L’autore spiega che l’oggetto in questione è nato da solo, senza pretese letterarie o estetiche. E’ una sfida contro l’affemazione: tutti possono fare un libro da soli con un computer. Roberto “ steve” Gobesso, che di mestiere fa il grafico, i libri li “fa”, e questo se l’è ritrovato per caso tra le mani sentendosi come l’Alice della Favola: quando comincia a sfogliare in cerca di un brano leggibile un testo scritto in una lingua sconociuta che le riempie la testa d’idee anche se “non sa dire esattamente quali”.
Questo libro è una riflessione sulla stratificazione d’immagini che sedimentano nella mente di ognuno, condensando porzioni di realtà e d’esperienza. Perché “i segni non esprimono , i segni significano, sono, e disdegnano di essere letti”. All’origine l’emozione di un ragazzino che guarda le donne nude sui francobolli coloniali della collezione del padre, l’attrazione per le cartine geografiche e la carta moneta, la passione per la fo tografia e le forme di scrittura estremo orientali.
Poi c’è l’amore per Borges, i labirinti e gli specchi, l’eco delle atmosfere fantastiche alla Poe e un omaggio a Burroughs, il maestro del copia e incolla. Leggendo viene da pensare al “Tristarn Shandy” (1760) di Sterne: un ghirigoro a mezza pagi na per dire il bastone brandito in aria dal caporale con un colpo a serpentina; e la se rie di manine con l’indice puntato, pagine bianche, nere o marmorizzate per segnala re l’insufficienza deIla parola e la necessità di un rafforzamento visivo.
Per arrivare in fine all’espenenza del viaggiatore d’oggi che trova un cartello “Hitachi” nel cuore di un tempio Zen a Kyoto. Santini e pubblicità.

 

Graphicus n. 1029, luglio 2006

“Ikono che?…. Ikonomachia!”
di Alexia Rizzi

Se si trattasse di cucina diremmo fusoion, se fosse cinema diremmonocumentary, se fosse arte la chiameremmo avanguardia, se parlassimo di scienza diremmo ricerca; invece è narrazione visuale e allora diciamo “Ikonomachia”, un oggetto multimodale che sotto la regia di Roberto “steve” Gobesso prende la forma del libro.

Segni, sogni, simboli domati, che sembrano costretti a stare dentroun contenitore di due taglie in meno e per questo ancora più esplosivi. Dopo la prefazione, che ci porta sui binari paralleli della progettazione grafica e della tipografia.
Il lettore-osservatore-esploratore è immediatamente catapultato nel vivo di una narrazione brillante, fatta di sovrastampe e trasparenze, effetti speciali e aforismi, testi che sconfinano in ipertesti, immagini che rompono gli argini del trilaterale, icone e apoftegmi tra cronaca e sogno. Ikonomachia è immagine che – citando un noto spot – fa l’amore (o a pugni) con gli stili tipografici, in un caos apparente di esuberanza comunicativa che rivela però, ai più attenti, una mappa investigativa assolutamente lucida e ragionata, come nella migliore fiction. In fondo ogni elemento è al posto giusto e alla pagina giusta: vi sembra un rompicapo? Bene. Gli indizi per risolverlo ci sono: basta avere una visione a 370 gradi – come dice Alessandro Bergonzoni nella postfazione –, lasciarsi precipitare a testa in giù nella vicenda e soprattutto…. Attenzione ai falsi!

 

 

Recensione Storia di un Kappa

Da Le monde diplomatique,
mensile supplemento de “Il Manifesto” aprile 2007

Messaggeri d’Oriente
di Arianna Di Genova

La giovane Casa editrice CasadeiLibri propone due leggende giapponesi con il testo di Takashi Yoichi e i disegni di Saito Hiroyuki, noto pittore e illustratore per ragazzi morto ormai vent’anni fa, celebre soprattutto per le tavole con cui ha aiutato i bambini del suo paese ad affrontare il difficile dopoguerra segnato da Hiroshima e Nagasaki.
Storia di un Kappa permette di scoprire i folletti dei fiumi o degli ambienti acquatici giapponesi, personaggi assai popolari nei racconti orali e negli scrittirisalenti al IV secolo d.C. Sono una specie di spiriti che vagano tra cielo e terra, di età millenaria anche se sembrano bambini di cinque anni, esseri nomadici dai caratteri vagamente antropomorfici, pronti a viggiare in tondo per il cosmo dando vita a disparate avventure. Qui si narra il risveglio di Kyusembo che partorisce settecento kappa e riconsegna la terra ai contadini che l’avevano arata.
Ad accompagnare i folletti ch nuotano c’è anche un bel Demone Blu (l’altra pubblicazione di CasadeiLibri, 15 euro) che presenta ai piccoli lettori un’altra figura immancabile del Sol Levante, quella dell’ “oni” demone un tempo terrificante ora placato e benevolo verso gli uomini (lo stesso che si trova in molte anime, i fumetti nipponici, o nei film di Hayao Miyazaki). I due volumetti viaggiano benissimo assieme, per una full immersion in una mitologia che rielabora temi cinesi e giapponesi.

Dal sito “Rivistaonline”

di Alessio Lana

In un giorno di un’epoca imprecisata, in fondo al mare si generò una creatura piccola che iniziò a nuotare, moltiplicandosi di anno in anno fino a creare una vera popolazione, ben settecento esserini tutti uguali. Usciti dal mare ebbero a che fare col perfido signore di un regno giapponese e lo sconfissero con un geniale espediente che uccise il signore e rese liberi i suoi schiavi.
Questo esserino prende il nome di Kappa o Gawappa ed è una delle figure più celebri del folklore giapponese; una sorta di tartaruga dal becco d’anatra al quale sono stati dedicati cartoni animati e videogiochi, un mostriciattolo che per fama eguaglia altre icone nipponiche come ad esempio Hello-Kitty.
Le parole di Takashi Yoichi e gli acquerelli di Saito Hiroyuki reinterpretano questo personaggio mitico attingendo dal folklore locale per aggiungere un nuovo tassello alle tante storie che lo vedono protagonista.
L’editore CasadeiLibri pubblica questa storia degli anni ‘ 70 in un libro che miscela una storia delicata, fanciullesca, degli acquerelli che appagano l’occhio ed un saggio preciso ed esaustivo che ripercorre le diverse interpretazioni e rappresentazioni iconografiche del Kappa che si sono succedute nei tempi e nelle diverse regioni giapponesi: dalle antiche leggende fino agli odierni manga, passando per le opere del famoso pittore Hokusai. Potremo così avvicinarci ulteriormente ad una cultura ancora troppo lontana e di cui spesso conosciamo solo il lato superficiale.

 

Recensione La Storia del Tengu

Il Sole 24 Ore del 4/01/2009

Un essere mitico mezzo e mezzo dio,
protagonista di una sorta di proto manga di Hiroyuki Saito
di Gian Carlo Calza

Come a volte accade nelle tradizioni dove regna una forte componente della natura e di cui l’uomo è considerato una parte e non l’incondizionato signore e padrone, in Giappone si è sviluppata una cultura ricca di elementi tra lo sciamanico e il favoloso.
Tra le figure più curiose, sorte dal folklore del Sol Levante, è il tengu, un essere soprannaturale in parte uomo e in parte uccello che abita i mondi selvaggi ed è in qualche modo, collegato con la tradizione degli yamabushi, monaci sciamani dediti a pratiche ascetiche nelle montagne.
Nei secoli intorno al tengu si sono formate favole intrecciate con episodi storici talvolta a sostegno dell’eccezionalità di eventi e personaggi. Forse il più noto è quello legato ai miti medioevali sorti intorno alla figura del più grande generale della storia giapponese Mianmoto no Yoshitsune.
Le sue vittorie furono fondamentali nella creazione del primo shogunato giapponese, quello di Kamakura (1185-1333) e la sua formazione militare, leggenda vuole fosse avvenuta da ragazzino sotto la guida del grande tengu Korobo sul monte Kurama presso Kyoto.
Yoichi Takashi un celebre autore per ragazzi pubblico nel 1972 le avvenure di un tengu illustrate da Hiroyuki Saito in un elegante e coloratissimo proto manga che viene proposto dalla Casadei Libri Editore nella traduzione di Marcella Mariotti. E con un lungo, approfondito e riccamente illustrato saggio introduttivo sulla mitologia del “Tengu, demone divino della montagna” di Toshio Myake. Insomma due libri in uno; aprendolo alla giapponese, da destra verso sinistra il racconto per bambini; all’occidentale da sinistra verso destra un dotto studio su questa importante figura della tradizione giapponese.

Recensione de Veias e Vinhos vino e sangue

Da New York review of books

Vino e Sangue, il Brasile dall’interno

L’immagine sin qui raccontata del Brasile dai midia di casa nostra, del Pais do Carnaval e del Futebol, di una società brasiliana che sembrava coniugare disinvoltamente “l’allegra povertà” dei molti con l’enorme ricchezza di pochi, la bellezza della Cidade Maravilhosa con la feroce violenza delle favelas, oggi viene sostituita dagli stessi midia con quella di un Gigante Buono, addirittura lanciato verso “la conquista dell’economia mondiale”. È come se improvvisamente anche questa parte dell’Italia avesse riscoperto il Brasile, un nuovo Brasile. Probabilmente, come dovremmo sapere bene noi italiani, che viaggiamo da sempre con i cliché incollati addosso, la realtà di un paese è spesso distante da narrazioni che, anche se di segno opposto, prestano il fianco a stereotipi, vecchi e nuovi.
In uno scenario così composto interviene un piccolo editore, che con i mezzi limitati della sua piccola impresa, ma con una tenacia e una visione libera dai grandi giochi, com’è tipico di queste realtà, sceglie coraggiosamente di presentare al lettore italiano l’occasione per fare un viaggio diverso e inedito.

 

Da Libero dell’11/6/2011

Miguel Jorge il bello del Brasile oltre Paulo Coelho
di Paolo Bianchi

La letteratura brasiliana non è solo Jorge Amado né (Dio ce ne scampi) Paulo Coelho. Accertatevene dando un’occhiata a Veias e Vinhos, Vino e sangue, di Miguel Jorge (Casadei Libri, pp. 300, euro 16, trad. e cura di Salvatore Solimeno, illustrazioni di Dek). Lo scrittore nato nel 1933 nel Mato Grosso, ma cresciuto nella zona del Progetto Brasilia, pubblicò nel 1981 questo impegnativo romanzo, all’apparenza un noir, ma in realtà una metafora della trasformazione della società brasiliana da nazione del terzo mondo a punta di diamante delle nuove civiltà avanzate, con tutti gli orrori e le contraddizioni inclusi. Interessante la tecnica narrativa, fatta di salti temporali e di cambi repentini di punto di vista (meglio leggere prima la postfazione, per non rimanere perplessi). Il libro è forse il più conosciuto nella sterminata produzione di Jorge, che ha scritto anche lavori teatrali, racconti e sceneggiature. Il personaggio di Altino da Cruz, vittima di un errore giudiziario, resta a lungo nella memoria, soprattutto per gli efficaci monologhi interiori. In più, fa riflettere sul sistema generale della giustizia umana, sulla sua burocratica spietatezza.

Da MondoliberOnline.it

di Alberto Sichel

Veias e Vinhos – Vino e Sangue è un romanzo, è la storia che incrocia vite di adulti e bambini, scritto con la semplicità di un’incessante ricerca e sperimentazione. E’ il Brasile guardato dall’interno e scritto da Miguel Jorge, in un momento importantissimo della storia del Brasile: la costruzione della città di Brasilia (capitale del Brasile del 1960), grazie alla quale è iniziata la corsa che vede oggi il grande Paese sudamericano posizionato al 6° posto fra le potenze più grandi del mondo. E’ un viaggio che l’autore sceglie di fare insieme al suo lettore brasiliano, un percorso dove, oggi, viene invitato anche il lettore italiano, che può così aver la possibilità di ‘vedere’ dal suo interno il Brasile nelle sue più diverse parti. Il Brasile di Miguel Jorge non è quello al quale siamo stati abituati dalle opere di Jorge Amado, dai colori e dai sapori sorprendentemente tropicali, incentrato su Salvador de Bahia. Il Brasile di Jorge è minore, a prima vista meno accattivante, fatto di centri urbani anonimi ed ostili o delle realtà sospese fra la povertà e l’ingiustizia delle campagne e l’incertezza e la violenza dei centri urbani in formazione, così tipiche di uno sconfinato Brasile.

Il romanzo si può definire di genere Noir, infatti, la storia narrata trae origine da un fatto di cronaca veramente accaduto: un’orribile strage di un intera famiglia (si tratta della famiglia Mateucci che nel romanzo diventa la famiglia di Matheus), avvenuta proprio quando e dove si sta per realizzare il sogno brasiliano di effettiva integrazione nel mondo sviluppato, rappresentato dalla costruzione della capitale, allora la più moderna del mondo: Brasilia. L’intuito, la sensibilità, la capacità narrativa, il suo progetto di base, fanno sì che Miguel Jorge riesca a tradurre la cronaca in una metafora. Una metafora che mantiene con la Storia del Brasile un profondo rapporto di significazione. Il periodo coperto dal romanzo va dalla costruzione di Brasilia, quindi dalla fine degli anni ‘50, passa attraverso il colpo di Stato del ’64, la successiva dittatura, poi la cosiddetta ditablanda, fino alla abertura degli anni ’80 . Alvaro Alves de Faria, noto scrittore, poeta e giornalista brasiliano della generazione degli anni 60, ha salutato l’uscita di questo importante romanzo come la migliore opera del 2011. Alves de Faria si è dedicato a diversi generi letterari tra cui la poesia, romanzi, saggi e cronache; ritiene che la lettura di questo novo libro, possa aiutare il lettore ad interpretare uno spaccato sociale che difficilmente è possibile per chi non lo vive in prima persona. Il Maestro brasiliano valuta, inoltre, il romanzo Veias e Vinhos, un vero e proprio reportage che parla del Brasile che nessuno ha il diritto di nascondere. Al lettore non resta che il compito di ricostruire tassello per tassello una delle probabili verità di come il popolo brasiliano abbia vissuto la costruzione pianificata della propria capitale grazie all’ordine dato, dall’allora Presidente Juscelino Kubitschek, che ha posto in atto un articolo della Costituzione repubblicana. Brasilia fu costruita in 41 mesi, dal 1956 al 21 aprile 1960, quando fu ufficialmente inaugurata.

Recensioni de L’Anello del Pescatore

Da Avvenire del 24/4/2010

Raspail e l’anello del pescatore anti-Dan Brown 
di Alessandro Zaccuri

L’avrete sentito dire anche voi, senz’altro. E magari l’avete pure pensato: «Il Codice Da Vinci è tutta un’invenzione, non ha nulla di storico. Però è un bel thriller». Non è vero. Il che non significa che la storia della Chiesa non sia materia adatta per un buon romanzo, magari con le dovute dosi di chiaroscuro. Detta la linea Dostoevskij con La leggenda del Grande Inquisitore, testo capitale la cui eco risuona a tratti anche ne L’Anello del Pescatore, il romanzo del francese Jean Raspail che CasadeiLibri propone ora nell’elegante traduzione di Francesco Maria Fonte Basso. Già conosciuto in Italia per libri come I nomadi del mare e Il Campo dei Santi, per­corsi da un’evidente polemica anti­moderna, Raspail appartiene alla schiera dei grandi irregolari tempratisi nelle controversie del Novecento (è nato nel 1925 a Chemillé-sur-Dê­me ed è stato a lungo esploratore e viaggiatore). Non nasconde di preferire la tradizione all’attualità e le sue convinzioni in materia religiosa non fanno eccezione, come dimostra questo romanzo giocato su una continua alternanza temporale tra XIV e XX secolo. Dal punto di vista della costruzione, L’Anello del Pescatore è un libro di robusta tenuta letteraria, in particolare nelle pagine dedicate al misterioso viandante che, nei primi anni Novanta, attraversa la Provenza portando con sé soltanto uno zaino logorato dal tempo. Il vecchio sembra non avere nome, anche se in segreto qualcuno continua a chiamarlo Benedetto. Prega in latino, come si faceva una volta. E forse è capace di compiere miracoli. La sua esistenza non è ignota in Vaticano, dove un drappello di ecclesiastici sta fa­cendo di tutto per rintracciarlo. In seguito a una concatenazione di eventi benissimo ipotizzata da Raspail, infatti, l’anziano vagabondo altri non sarebbe se non il successore di Pedro de Luna, ossia Benedetto XIII, il Papa avignonese che per tutta la vita continuò a rivendicare la legittimità della propria elezione, sfidando i Pontefici di nomina romana. L’Anello del Pescatore sfrutta con grande abilità le contraddizioni di una delle epoche più dolorose nella storia della Chiesa, è preciso nella documentazione (anche se talvolta capzioso nell’interpretazione) e sempre chiaro nell’indicare la prospettiva di un «meraviglioso cristiano» in cui la regalità del Papa suscita una fede disponibile al prodigio. Il colpo di scena, però, sta nel carattere positivo attribuito agli stessi uomini di Curia. Anziché darsi da fare per insabbiare la verità (preoccupazione principale delle stereotipate figurine alla Dan Brown), prelati e monsignori cercano in tutti i modi di portare a compimento il desiderio che nel romanzo viene attribuito a Giovanni Paolo II: chiudere una volta per tutte lo scisma d’Occidente, accogliendo in San Pietro il ramingo Benedetto. O le sue spoglie, almeno.
No, non è una profezia a posteriori. Raspail ha pubblicato L’Anello del Pescatore nel 1995, come atto d’amore verso la Chiesa al di là di ogni umano errore e di ogni stortura storica. Era quello che insegnava Papa Wojtyla, quello che il suo successore – Benedetto, anche lui – continua a ricordare anche in questi giorni di tempesta.

Da L’Alto Adige del 28/5/2010
di Sergio Costa

Capita, di tanto in tanto, di avere tra le mani un libro diverso da tutti quelli che si ha avuto l’occasione di sfogliare, un libro destinato a cambiare il nostro modo di vedere il mondo. E’ questo il caso de L’Anello del Pescatore . L’autore è Jean Raspail, viaggiatore e scrittore francese molto discusso per l’opera che nel 1973 decretò la sua fama, Il Campo dei Santi, e per le sue posizioni politiche (monarchico), moltissimi i suoi romanzi che meriterebbero d’essere conosciuti anche nel nostro Paese. Infatti, sfortunatamente ancora poco tradotto in Italia Raspail è destinato ad entrare nel Pantheon dei grandi della letteratura internazionale. In Francia è già considerato tale e tra i numerosi riconoscimenti nel 2003 ricevette il prestigioso “Grand Prix du Roman dell’Académie française” già assegnato in precedenza a Milan Kundera, e a Margarite Youcenar. Indubbiamente nessuna delle opere di Jean Raspail lascia il lettore indifferente, nel bene e nel male, ma L’anello del Pescatore, romanzo sconvolgente quanto avvincente, ha la forza di mettere in crisi molte delle nostre idee sulla storia, sulla religione, sul mondo ed è davvero singolare, dato il tema trattato (Storia della Chiesa) che nessun editore italiano avesse pensato prima ad un edizione italiana del volume pubblicato in Francia da Albin Michel.
Difficile riassumerne la trama che si snoda nell’arco di settecento anni alternando un presente raccontato al passato ad un passato che torna presente.
La narrazione inizia la vigilia di Natale del 1994 (o forse del 1983), un vecchio vagabondo con uno zaino in spalla è in cammino. Il suo nome è Benedetto. È l’ultimo, è stanco, è solo. I servizi segreti del Vaticano sono sulle sue tracce. Lui si trascina verso Roma, deve incontrare Woityla. Deve rivelargli quello che sa.
L’Anello del Pescatore racconta la storia di questo enigmatico viandante e dei suoi predecessori, uomini perseguitati e che sembrava “non avessero altra funzione sulla terra che quella di durare. Durare e trasmettere, durare per trasmettere.” Dal tempo dell’inizio: lo Scisma d’Occidente che divise l’Europa e prostrò la Chiesa, una storia di tenace resistenza, prima epica con Papa Luna, poi quasi leggendaria con l’antipapa “Robin Hood” Jean Carrier, infine quella dimessa e segreta, tra le montagne della Provenza dei loro tenaci successori. Benedetto è il loro nome che riecheggia dalla fine del Medioevo. Ridando loro voce, Jean Raspail costruisce un libro affascinante, che travalica i generi letterari. Chi, leggendo queste righe, immaginerà che L’anello del Pescatore sia solo una fiction alla Dan Brown, magari un po’ più elegante, resterà spiazzato.

Da Libero del 5/2/2010

I misteri vaticani prima di Dan Brown
di Simone Paglia

“Noi siamo stati perseguitati, una volta, ma per motivi che non avevano nulla a che fare né con la morale né con la legge. Questo accadeva molto tempo fa. Oggi siamo dimenticati.” Chi è il ramingo che pronuncia queste parole, vaga tra la Provenza e Aveyron e risponde al nome di Benedetto? Questua come un pellegrino ma assiste alla santa messa di nascosto, indossando abiti logori e portando uno zaino contenente l’insegna del Santo Padre?
Ne L’anello del pescatore , Appena pubblicato da CasadeiLibri pp. 322, euro 16) Jean Raspail racconta le ultime vicende di “alcuni uomini di fede che si trasmettono una fiaccola, una fiamma fragile e vacillante accesa seicentoquindici anni fa (siamo nel 1994 ndr)”.
Ne esce un romanzo di avventura che si legge di un fiato, ma soprattutto un racconto mistico sull’epilogo dell’Europa.
Il nome di Raspail in Italia non suona familiare. Qualche anno fa il Cavallo alato edizione di Ar ha mandato in stampa il racconto profetico Il Campo dei santi. Al cuore del libro, l’invasione di immigrati che si abbatte sull’Europa con l’avvallo delle sue classi dirigenti, delle associazioni missionarie e caritatevoli. A fronteggiare lo sbarco solo una fronda di resistenti, destinata a subire l’aggressione dell’esercito.
Si capisce bene come Raspail, classe 1925, non cavalchi l’onda del buonismo. Eppure in Francia non è uno sconosciuto. Pubblicato da importanti editori come Albin Micheal, nel 2000 viene candidato all’Accademia francecse per sostituirvi Jean Guitton e tre anni dopo riceve il prestigioso “Grand Prix du Roman dell’Académie française” (assengnato in precedenza a Milan Kundera, Margarite Youcenar, Julien Green, Romain Rolland). Per Micheal Déon, decano delle lettere d’Oltrealpe, la sua opera è “un omaggio a tutti i popoli morti due volte: spazzati via dal fragore della storia e sepolti nella memoria degli uomini”. In un intervista a Le Figaro, Raspail si dice monarchico e viaggiatore, confessa come alla scrittura sia arrivato tardi, “solo dopo aver solcato il mondo dalle Americhe al Congo, da Macao al Giappone”.
Una fiaccola accesa 615 anni fa, si diceva. Tanti sono trascorsi dal Concilio di Costanza, l’atto conclusivo dello Scisma d’Occidente, che prostrava la Chiesa nello scontro tra papi e antipapi, tra Roma e Avignone. Solo con la deposizione dell’ultimo antipapa, Benedetto XIII, la parentesi di questi tempi bui si chiude. Eppure, tra le mura vaticane, nel 1994, e quindi ben prima degli intrighi immaginati da Dan Brown, c’è chi se ne occupa ancora con apprensione.
A ottenebrare la mente degli europei di L’anello del pescatore, non sarà l’immigrazione, come nel Il Campo dei santi, ma la società dei consumi.Per il ramingo Benedetto “Tutto ciò che vedeva intorno a sé lo respingeva, lo cancellava, gli toglieva ogni sensazione di esistere. Trova solamente capannoni e magazzini, parcheggi coperti di vetture che circondavano immensi negozi da cui non spuntava alcun campanile. Ne fu quasi soddisfatto. Come avrebbe potuto farsi sentire il richiamo di una campana in mezzo a questo rumore che non cessava mai? Almeno …si risparmia alla voce di Dio di perdersi nell’indifferenza…”
Eppure il vescovo che si mette preoccupato sulle sue tracce ne riconosce la forza spirituale. “Benedetto assomiglia a una fine che sia stata anticipata. Tutto ciò ha profondamente commosso il Santo Padre. Ai suoi intimi ha detto che verrà un giorno in cui l’insegnamento della Chiesa sarà unanimemente rigettato perché divenuto inapplicabile agli occhi della morale ammessa e della religione del progresso. … un concilio lo imporrà alla luce di una nuova lettura del Vangelo, e che al papa non resterà che abbandonare Roma e scomparire, come Benedetto.” Quale legame unisce il Papa al pellegrino di Provenza, uomini che sembrava “non avessero altra funzione sulla terra che quella di durare. Durare e trasmettere, durare per trasmettere.”
E chi è Benedetto, custode dell’Anello del pescatore?

Lankelot 21/03/2010

Siamo nel 1993. Un viandante si trova a Rodez, zaino in spalle e porta con sé la desolazione negli occhi; attende che la funzione religiosa del Natale si concluda per nascondersi dietro un pilastro. Poco prima era stato quasi assalito da un altro disperato alle porte della cattedrale, facendo appena in tempo ad accorgersi che qualcuno, quasi un’ombra, lo stava spiando e non certamente per caso.
Un salto nel tempo proietta la storia nel 1378: ”una cloaca putrida e immonda, una caverna di briganti, ecco ciò che Roma era diventata. Numerose chiese rovinavano al suolo e mandrie di buoi scheletrici brucavano anche ai piedi degli altari. Antica residenza dei papi, il Laterano era diventato inabitabile, raschiato fino all’osso, smantellato“ (pag.16).
L’immagine di Roma è annientata da lotte cruenti e barbariche. Il rispetto per il suolo cristiano si riaccende solo la domenica, giorno del Signore, per poi ricominciare con assassini, saccheggi e stupri per tutta la settimana.
In quei giorni si attende l’elezione del nuovo successore di Pietro e vescovo di Roma. Eppure dopo 190 papi, da Clemente VI in poi la sede effettiva del papato era ad Avignone. È il momento di Gregorio XI che torna a Roma tra le suppliche delle Sante della Chiesa, Brigida e, soprattutto, Caterina da Siena che si pone a capo della fila; la sua fine è segnata e la sua morte apre una voragine che non si chiuderà più.
“Romano lo volemo o almeno italiano!vogliamo un papa romano, vogliamo un papa italiano!datecelo, Monsignori degli ultramonti, altrimenti scorrerà il sangue” (pag.19), sono le urla che si levano dal popolo inferocito e che si avvicina alle mura.
Cardinali e preposti guardano alla folla con timore ben consapevoli del massacro che ne sarebbe seguito se non avessero dato una pronta e sicura risposta.
Un nome inizia a circolare in conclave, quello di Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari che assume, dopo l’elezione, il nome di Urbano VI. Contrariamente alle previsioni, il primo atto ufficiale del nuovo papa italiano è quello di allontanare tutti coloro che avevano assistito alla sua elezione, tutti coloro che avrebbero potuto un giorno rivendicare un qualche vizio di forma. E così semina il terrore tra i pelati costretti a fuggire ad Anagni.
L’ultimo a lasciare è Pedro de Luna, forte e coraggioso, rigoroso e lindo negli intenti che griderà fino alla morte di essere lui il legittimo successore di Pietro, designato da Gregorio XI.
La Francia, tuttavia, sceglie come primo pontefice Clemente VII che inizia a governare in parallelo al Vaticano. Così la storia apre la strada all’esistenza di due papi o meglio un papa ed un anti-papa.

“L’uomo era restato, solo. La stagione fredda avanzava. Le foglie degli alberi, cadevano già quando l’acqua cominciò a battere silenziosamente le pietre del basamento della cappella. L’acqua affogava il ricordo. Essa inghiottiva la sua stessa vita, perché era là che i suoi compagni lo avevano designato. Lo avevano nominato uno dopo l’altro, al loro turno così come era sempre stato da Fondi, da Avignone, da Peñiscola, in Aragona e in seguito al riparo di questa cappella dove la grazia di Dio era emigrata, fuori dal secolo e fuori dal tempo, lontano dagli uomini che credevano di dominare il tempo mentre esso scorre vanamente tra le mani impotenti” (pag.80).

Jean Raspail, scrittore francese la cui produzione in lingua italiana è come una goccia nel mare, torna sulla scena nostrana con un libro ben strutturato e avvincente che si sforza di mettere luce su uno dei misteri secolari della Chiesa. Tutto si riconduce allo Scisma d’Occidente dove contemporaneamente vennero eletti due pontefici, uno su suolo romano e l’altro Avignonese da cui discenderanno, secondo le sue ricostruzioni, altri trentadue nomi sepolti nella nebbia.
In un gioco di luce e ombre, si muove tra passato e presente, in un flashback alternato, sapientemente miscelato, per restituire una vicenda sconosciuta ai più; parte dagli eventi tumultuosi dell’elezione di Urbano VI restituendo la storia di Pedro de Luna, colui che era stato designato ufficialmente dall’ultimo papa ante scisma come suo successore. Dalla sua vicenda scopre letteralmente le tombe degli invisibili per raccontare una storia parallela che, ovviamente, potrebbe non significare nulla se non si pensasse per un attimo a cosa sarebbe stato se ci fosse stato sul seggio di Pietro un discendente Avignonese, a cominciare dallo stesso Pedro de Luna.
Ecco che sull’intricata vicenda si allunga la mano degli agenti segreti del Vaticano ed il nome di “Benedictus” torna a riecheggiare inascoltato tra le tombe ufficiali dei papi romani.
Con una scrittura ampia e rigogliosa, Raspail porta il lettore a voler ripercorre nuovamente le righe introduttive e a cercare negli occhi dell’uomo di Rodez del 1993, il vivo riflesso dell’Anello del Pescatore.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Jean Raspail (5 luglio 1925, Chemillé-sur-Dême), esploratore e scrittore francese.
Tra i suoi scritti, in Italia è stato pubblicato “Il campo dei santi” (1973). “L’anello del pescatore” vinse il Premio Prince Pierre de Monaco (1996) e il Premio Maisons de la presse (1996).

Jean Raspail, “L’Anello del Pescatore”, CasadeilLibri, 2009. Traduzione di Francesco Maria Fonte Basso.

Titolo originale: “L’anneau du pecheur”,1995.