Recensioni a Giochi senza frontiere

Il Padova del 25/03/2007

“Il cricket contro le frontiere”
di Davide Bacca

In molti hanno evocato riti voodoo. Altri, più prosaicamente, hanno tirato in ballo commistioni mafiose con il mondo delle scommesse. Fatto sta che i Mondiali di Cricket, le cui partite sono in corso lungo i Caraibi fino al 28 aprile, stanno vivendo un vero e proprio giallo. Domenica scorsa l’inglese Bob Woolmer, coach dellaNazionale pakistana, è stato trovato ucciso nella sua stanza d’albergo. Poco dopo, anche l’ex presidente della federazione irlandese, Robert Kerr, è stato trovato morto nel suo hotel giamaicano.

Ombre scure che si addensano su uno sport che ha nel suo dna la capacità di essere griglia interpretativa per alcuni passaggi cruciali della storia degli ultimi due secoli. Così almeno la pensava Cyril Lionel Robert James, che nel suo libro Giochi senza frontiere. Del Cricket o dell’arte della politica (da poco tradotto in italiano dalla padovana Casadeilibri) mette insieme una superba testimonianza autobiografica e un vero e proprio saggio sulla storia e la filosofia del cricket. James, nato a Trinidad nel 1901 e morto a Londra nel 1989, è una delle figure di riferimento della cultura caraibica postcoloniale (da ricordare il suo saggio I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco che negli anni ’70 – periodo in cui James militò nelle Pantere Nere – ebbe una discreta fortuna anche in Italia).

Giornalista, storico, scrittore, le sue analisi hanno attraversato criticamente il marxismo, ricavandone interpretazioni originali. “Nelle mie riflessioni – scrive per esempio James – ero sempre più cosciente dell’esistenza di vasti ambiti che la prospettiva storica e politica a cui aderivo non riuscivano a coprire”. Dopo aver soggiornato per 15 anni negli Stati Uniti, dove fu vittima del maccartismo, il ritorno a Trinidad coincide con il riaffiorare della sua passione per il cricket e le tematiche coloniali. Un contrasto, a prima vista. Com’è possibile che un “nazionalista nero”, definisca se stesso attraverso una tradizione europea e britannica come quella del cricket? La risposta è nelle dense pagine di Giochi senza frontiere, pubblicato nel 1963. Nello stesso tempo saggio sul colonialismo, biografia intellettuale e “il libro più bello che sia mai stato scritto sul cricket”. Il fatto è, spiega James, che il cricket è uno sport popolare, rurale, pre-moderno. Spazi e tempi di gioco sono indefiniti, regole e leggi sono parte integrante della partita. La sua nascita “si deve ai piccoli proprietari terrieri, ai guardiacaccia, agli stagnini, ai fabbri, ai minatori del carbone di Nottingham, ai braccianti agricoli dello Yorkshire”. Il gioco “sa abbattere le frontiere” perchè riesce a risolvere, sul campo, l’eterno problema del rapporto uno-altri, tra l’individuo e la società: il cricket inculca valori, come il fair play e la lealtà, che appartengono al processo di civilizzazione.James va anche oltre: “A mio giudizio il cricket contiene elementi genuinamente artistici” tanto che “si può affermare che esso comprenda la maggior parte degli elementi artistici che possono essere rinvenuti negli altri sport”. L’edizione italiana (300 pp., 18 euro) comprende infine una bella introduzione di Umberto Zona e un’apparato critico per entrare nei complessi meandri di questo sport.

 

Diario/Lettera 22 del 14/06/2008

Perché a Musharaff piace giocare a cricket
di Emanuele Giordana

Sulla quarta di copertina di “Stanotte la libertà” di Dominique Lapierre e Larry Collins, uno dei libri più fortunati della storia del giornalismo, due ex ufficiali del British Indian Army, l’esercito del Raj britannico, posano soddisfatti al posto di frontiera indo-pachistano che divide il Punjab. Il primo è un maggiore del Pakistan col basco d’ordinanza sulla divisa kaki. Il secondo è un colonnello sikh dell’esercito dell’Unione indiana, con tanto di barba e turbante. Accanto agli autori, lungo la linea di confine che dal 1947 divide l’India dal Pakistan, i due hanno probabilmente in comune almeno tre cose: appartenevano, prima della Partition, allo stesso esercito che, dal 1858 al 1947, si chiamava semplicemente Indian Army; provengono assai probabilmente dalla medesima terra – il Punjab, la regione dei cinque fiumi che fu divisa dal righello coloniale del giurista britannico Cyril Radcliffe. Infine condividono la stessa passione per il medesimo sport: il cricket. Di queste tre possibilità, la terza è sicuramente la più certa.
A sessant’anni da quella notte dell’agosto 1947 in cui neo pachistani e indiani raggiunsero la libertà dall’Impero di Sua Maestà, molte cose sono cambiate nelle due sorelle divise da quel parto brutale. Ma la passione per il cricket è rimasta la stessa. E’ andata anzi, col tempo, aumentando. Facendo di Pakistan e India due delle più abili nazioni a maneggiare la mazza piatta e la pallina di pelle di cervo che costituiscono il cuore di un gioco nato nel Sud dell’Inghilterra tra il XIV e il XV secolo, ma divenuto molto popolare in epoca vittoriana e, da allora, trasferitosi con sempre maggior fortuna nelle colonie dell’Impero. Di più: il cricket ha finito per rappresentare, per Pakistan e India, sia un motivo di orgoglio identitario quando si giocano i campionati internazionali, sia il modo ufficioso per tornare a stringersi la mano quando la politica fa fatica o sceglie altre vie che non siano quelle formali dei negoziati ufficiali. India e Pakistan usano il cricket per giocare e divertirsi, scommettere e arrabbiarsi, godere e imprecare ma anche per parlarsi, negoziare, stemperare tensioni o, al contrario, inasprirle.

Il cricket e i suoi cantori
Che il cricket abbia una vocazione politica, o che si presti ad essere letto con le categorie della politica che, a loro volta, possono essere interpretate con le categorie del gioco, lo scrisse per primo un intellettuale delle Indie occidentali nato nel 1901 a Port of Spain, Trinindad, dove aveva passato gioventù e adolescenza nelle librerie dell’Impero e sui campi da cricket dei college o più semplicemente ricavati in qualche prato dell’isola. In un libro assai meno famoso (almeno in Italia) da quello che lo fece conoscere al grande pubblico – I giacobini neri, pubblicato nel 1938 e nel Belpaese negli anni Settanta, più recentemente nel 2006 – Cyril L. James, un fervente socialista nero, sposa l’idea che il cricket va ben oltre la sola forma del giocare. Non è insomma “solo un gioco” e a sostegno della sua tesi cita i classici: “…tra tutti i popoli, i greci furono i più portati alla politica e i più creativi dal punto di vista intellettuale e artistico…veneravano gli eroi sportivi a un livello che farebbe impallidire i nostri cacciatori di autografi…al nostro ipocrita “è solo un gioco” avrebbero risposto con fastidio…”. I greci infatti, spiega ancora nel suo Giochi senza frontiere. Del cricket o dell’arte della politica (uscito in Italia per Casadei), “…erano convinti che un atleta che avesse rappresentato la sua comunità in una competizione nazionale, e vinto, avrebbe conferito un notevole prestigio alla sua città”. Il gioco è dunque, per i neri e gli oppressi delle colonie, la metafora dell’indipendenza. E il cricket, sport della “madrepatria” imperiale, diventa – nell’analisi di James – l’oggetto del desiderio degli oppressi alla ricerca di un riscatto. Nella prefazione al suo corposo saggio, Umberto Zona ricorda che lo studioso indiano Ashis Nandy ipotizza che la riuscita del cricket nel subcontinente si regga su una struttura mitica che lo renderebbe particolarmente affine alla sensibilità di alcune culture indigene. E che, per dirla con lui e il suo The Tao of cricket, “… è un gioco indiano accidentalmente scoperto da un inglese”. Nella lettura di James, il cricket diventa per la gente delle colonie uno spettacolo che rappresenta l’“estetica della resistenza”, emancipazione e auto affermazione: dal campo di gioco a quello di battaglia, “oltre la linea del colore”, del quale il conteggio dei punti, l’interminabile durata delle partite, le regole d’oro che impongono una correttezza suprema, non tengono conto.

Cricket & Pakistan
In Pakistan il cricket è diventato così tanto politica da aver dato al panorama locale, con Imran Khan, un grande fuoriclasse sia on the field (un campo in erba dalla forma ovale o rettangolare con dimensioni variabili) sia nell’agone partitico. Senza contare che lo stesso Musharraf, per non dire del generale Zia ul-Haq, rientrano (o rientravano) tra i grandi appassionati del gioco. Imran Khan è stato forse più bravo come giocatore (un all-rounders, come si dice in gergo: buono a battere, a lanciare, a prendere la palla) che non come politico. Ma il fondatore del “Movimento per la giustizia”, l’uomo che ha portato il Pakistan alla conquista della World Cup nel 1992, è riuscito a costruire la sua seppur piccola fortuna politica soprattutto sulla fama di giocatore. Tanto che i denigratori sostengono che le folle che accorrono ai suoi comizi ci vanno per vedere gli stessi gesti che fecero di lui il grande Imran che aveva giocato in nazionale per oltre vent’anni. La vera importanza del cricket nella politica dei due paesi, sta invece nella sua capacità di essere veicolo negoziale. Fino al 2006, forse non a caso, alla testa del Pakistan Cricket Board (Pcb) c’era un ex diplomatico di rango. Shaharyar Khan sapeva benissimo che si trovava in un posto delicato in un momento burrascoso e non solo perché il board era sotto tiro, accusato di nepotismo e corruttela. Erano tempi difficili. E fu anche attraverso il cricket che, soprattutto il Pakistan, tentò i passi di un riavvicinamento difficile con l’India. L’aumento della tensione nelle relazioni politiche tra Islamabad e Delhi, tra il 2001 e il 2002 dopo l’assalto terroristico al parlamento dell’Unione, aveva portato le due potenze nucleari sull’orlo dell’ennesima guerra. L’occasione arriva nel marzo del 2004 quando ormai, almeno in parte, la situazione si è raffreddata. La nazionale indiana va a giocare a Karachi, un catino da 33mila spettatori. E’ la prima volta dalla fine del secolo scorso che gli indiani vanno a giocare in Pakistan. La tensione è alta ma non succede nulla nonostante i timori di incidenti. Chi abbia vinto la partita ci interessa poco. Come avrebbe detto James, fu la politica a vincere quel match. Diplomazia e cricket tonano d’attualità l’anno dopo, nel 2005. Al governo in India c’è adesso il partito del Congresso e il primo ministro è il sikh Manmohan Singh, braccio destro e fedelissimo di Sonia Gandhi. Singh non solo caldeggia una partita della nazionale pachistana in India ma invita lo stesso Musharraf a presenziarvi.

“Cricket diplomacy: has worked!”
Quando la testata indiana Rediff chiede a Shaharyar Khan di fare un bilancio della “cricket diplomacy”, il dirigente del Pcb non ha dubbi: “funziona”, dice. Il giornalista lo incalza: sa che S. Khan non è solo un fine diplomatico e un conoscitore delle regole del gioco, ma anche il cugino di Mansur Ali Khan Pataudi, detto “Tigre”, uno dei leggendari capitani del team nazionale indiano. Shaharyar ne approfitta per spiegare allora che le tensioni si sono allentate, che è più facile viaggiare tra i due paesi e visitare i parenti. In realtà adopera la cricket diplomacy anche nell’intervista e rivela che Musharraf gioca volentieri a squash e a tennis ma che la sua vera passione è il cricket. “Forse non è un giocatore eccelso – dice – ma lo ha giocato e ne conosce tutte le raffinatezze”. Una maniera sottile per dire agli indiani che Musharraf è affidabile. E anche simpatico. Non è al prima volta che il cricket e la diplomazia vanno a braccetto. Nel 1987 il generale Zia ul-Haq, un uomo che con l’India ha avuto sempre pessime relazioni, va a Jaipur a vedere un incontro. In realtà fu solo un piccolissimo passo avanti nelle relazioni tra i due paesi. L’anno dopo Zia morì in un controverso incidente aereo. E anche la cricket diplomacy ebbe una battuta d’arresto. Naturalmente il cricket è ben altro in Pakistan che solo politica e diplomazia: gioco soprattutto, e naturalmente tifo, soldi, business. E anche diversi guai. I due più antipatici arrivano nel 2006 e nel 2007. Il primo è solo una polemica di gioco. Un lanciatore pachistano viene accusato di aver maneggiato la palla in modo “falloso” prima di tirarla. E’ subito polemica perché “nulla può essere utilizzato per “favorire” il lancio, salvo la saliva o il sudore, cioè qualcosa che viene dal corpo”, spiega Alfonso F. Jayarajah, cittadino italiano di origini tamil, una delle colonne con Simone Gambino del cricket italiano. L’arbitro viene contestato e la notizia fa il giro del mondo tanto da arrivare persino sui giornali italiani che, benché in Italia esista anche una nazionale di cricket (di cui Alfonso è stato il primo capitano), ignorano questo sport che fa impazzire circa un miliardo e mezzo di anime, dall’Afghanistan al Sudafrica passando per l’Australia. Ma il fattaccio brutto deve ancora arrivare.

It’s not cricket!
Arriva in marzo, in Giamaica. Bob Woolmer, allenatore della nazionale pachistana, viene trovato morto in una camera d’albergo di Kingston. Sarebbe stato strangolato per via di un giro di scommesse durante i mondiali. Tensione alle stelle e inchiesta a tutto campo, giocatori compresi. Anche lì arriva subito la cricket diplomacy ma in un’altra accezione: Islamabad alza la voce per ottenere che la polizia giamaicana non blocchi a Kingston la squadra che i magistrati vorrebbero interrogare. Alla fine la Giamaica cede, anche se tra i due paesi non esiste un trattato di estradizione e il team torna in patria. Il caso Woolmer solleva schizzi di fango, dubbi e perplessità. Perché, si chiedono in molti, il Pakistan, già vincitore con Imran Khan di una coppa mondiale, ha perso con l’Irlanda (come se l’Argentina, per dirla in termini calcistici, si facesse fare cappotto dalla squadra bresciana del Lumezzane)? La partita era truccata? Bob lo aveva capito? Si solleva il velo su un mondo miliardario e Lord Condon, a capo dell’International Cricket Council’s Corruption Unit, spiega ai giornali che, in termini di scommesse, una partita di cricket può valere anche un miliardo di dollari… Com’è finita? Dopo tre mesi gli inquirenti giamaicani hanno chiuso il caso sostenendo che Woolmer era morto per cause naturali. Attacco cardiaco. Una frettolosa decisione che la magistratura isolana ha contestato, decidendo di riaprire l’inchiesta di cui non si è saputo più nulla. Ma i tifosi, si sa, dimenticano in fretta. Anche quella locuzione ormai entrata nel lessico dell’inglese moderno che recita: “it’s not cricket”, per dire che una cosa non è corretta, che insomma non va. Non va come dovrebbe invece andare la palla rossa di pelle di cervo (per non urtare, col maiale o la vacca, la sensibilità di indù e musulmani) che, ben lanciata, può arrivare a 140 chilometri l’ora. Compiendo in meno di mezz’ora la distanza tra Lahore (Pakistan) e Amritsar (India), nel cuore del buon vecchio Punjab diviso in due dalla linea Radcliffe.

Recensione Un’educazione per la democrazia

Dal sito internet www.oxydiane.net del 16/9/2009

L’istruzione obbligatoria universale/
Testi e progetti degli albori della rivoluzione francese 

di Norberto Bottani

testi chiave presentati in traduzione italiana:

il rapporto di Condorcet (aprile 1792);
il piano di Lepeltier (luglio 1793);
il rapporto sull’istituzione della Scuola Cnetrale dei lavori pubblici di Fourcroy (1974);
il secondo rapporto sull’istituzione delle scuol normali di Lakanal (1794)
Questo pregevole volumetto pubblicato nel corso dell’estate dalla casa editrice Casadei di Padova [ 1 ] ha il merito di attirare l’attenzione sui temi affrontati agli inizi della rivoluzione francese a proposito dell’istruzione e della scuola. Come ricorda Baczko, la rivoluzione non ha inventato la scuola e nemmeno l’alfabetizzazione di massa. Le sue esperienze pedagogiche non hanno per niente influenzato la curva dell’alfabetizzazione: “In compenso essa ha inventato una nuova rappresentazione dell’educazione e, di conseguenza, della scuola.” … “Attraverso i suoi progetti, sogni e esperienze, il periodo rivoluzionario lega all’immaginazione sociale la rappresentazione e la speranza dell’educazione per la libertà e la democrazia e, soprattutto, la rappresentazione della scuola che emancipa…”.

La connessione educazione-democrazia
Oggi ancora il dibattito pedagogico si svolge in gran parte nell’ambito dei temi discussi all’inizio della Rivoluzione francese , indipendentemente dalle soluzioni inventate da allora in poi dagli stati nazione per realizzare l’istruzione universale, promuovere il merito, riconoscere i talenti, facilitare l’accesso alla cultura, potenziare la democrazia. “Avere operato la fusione, a livello simbolico, dell’educazione e della democrazia, dovendo l’una, necessariamente, assicurare l’avvenire dell’altra, questa fu, in fin dei conti, la grande invenzione, politica e pedagogica insieme, del periodo rivoluzionario” scrive Baczko nel saggio introduttivo del volume nel quale sono presentati i quattro contributi egregiamente tradotti da Vannina Fonte-Basso.

Ancora oggigiorno le organizzazioni internazionali intergovernative come la Banca Mondiale , l’OCSE , l’UNESCO , giustificano i loro programmi nel settore delle politiche scolastiche con questo argomento: lo sviluppo dell’istruzione nel mondo e segnatamente l’innalzamento del livello d’istruzione della popolazione sarebbe un fattore cruciale di diffusione della democrazia e indirettamente dell’economia di mercato. Istruzione e democrazia sarebbero strettamente connesse. La seconda non potrebbe fare a meno della prima. La qualità della vita democratica e il suo consolidamento implicherebbero livelli d’istruzione elevati per tutta la popolazione, un’educazione di massa insomma, che vada ben oltre gli obiettivi, relativamente modesti, dei rivoluzionari del 700, i quali hanno nondimeno posto le premesse delle politiche scolastiche di tutta l’epoca moderna e contemporanea.

Educare il popolo per governarlo

La missione pedagogica di educare il popolo è sviscerata per la prima volta in questi testi e nel dibattito politico che hanno suscitato: la razionalità critica alla portata di tutti, “i lumi della ragione” come ancora di salvezza per una società libera, fraterna e giusta.

Son passati due secoli dall’ inebriante esaltazione pedagogica di Condorcet, Lakanal, Mirabeau e soci e possiamo ora fare i conti di questa operazione. Il bilancio è amaro, non solo per i risultati deludenti delle valutazioni su vasta scala realizzate da quarant’anni a questa parte [ 2 ]. Quanto successo nella prima metà del ventesimo secolo, l’apocalisse della Shoa in primis , non concorre a convalidare la tesi rivoluzionaria del collegamento intrinsico tra sviluppo dell’istruzione e democrazia. La ragione può essere diabolica e dar luogo a società tutt’altro che democratiche, rispettose di qualsiasi cittadino. L’ingrediente dell’istruzione per tutti non basta. Occorre qualcosa d’altro per promuovere società giuste, tolleranti, non violente. Il governo della società e l’emancipazione di tutti non si conseguono solo con lo sviluppo dei sistemi scolastici, l’estensione della durata della scolarizzazione, il miglioramento generalizzato dei livelli d’istruzione della popolazione. Come afferma Baczko in conclusone del saggio introduttivo ai quattro testi della fine del Settecento, “una società democratica che non riesce ad affrontare i suoi problemi e i suoi conflitti rinnovando il suo immaginario collettivo e soprattutto la sua rappresentazione dell’ “educazione alla libertà” non espone ai rischi più gravi questa libertà stessa, speranza sempre indefinita, ma sempre tanto concreta quanto facile?”.
___________________
[ 1 ] Catalogo molto elegante e raffinato, piacevole da sfogliare.

[ 2 ] Per esempio le indagini dell’IEA e l’indagine PISA dell’OCSE, di cui si parla in numerosi articoli di questo sito, che possono essere ritrovati con una ricerca svolta utilizzando gli acronomi di ogni indagine.

Recensione Arte e Culti dell’oriente cristiano a Roma e nel Lazio

Medioevo febbraio 2010

Ex oriente lux
di Andreas Steiner

La presenza del cristianesimo orientale, bizantino, siriaco e copto – a Roma e nel Lazio è l’argomento del volume che raccoglie numerosi saggi (di Angelo Michele Piemontese, Renato d’Antiga, Marta Ragozzino, Anna Calia, Lorenzo Casadei e Giulia Lotti), corredati da un prezioso apparato iconografico, in ampia parte inedito (curato da Federica Aghadian), su questa particolare e, strano a dirsi, per molti versi ancora sconosciuta corrente della storia artistica e religiosa. Introduce l’opera l’affascinante ricerca di Angelo Piemontese, dedicata alla ricostruzione del culto dei santi persiani a Roma (un tema mai prima affrontato né in Italia, né all’estero) mentre la parte centrale del libro illustra la Roma bizantina e il monachesimo laziale, evidenziando come ai momenti di “eclissamento” della funzione guida della capitale abbiano fatto da contraltare – come ricorda nella presentazione il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Guido Milana – “luci provenienti dalla “periferia” , per esempio da Subiaco, Farfa e Montecassino, dove il monachesimo giunto da oriente andava elaborando i germi del mondo a venire”.
L’opera prosegue indagando la presenza delle cosidette “Madri orientali del Lazio” (con capitoli dedicati, tra l’altro alla più antica icona di Maria in Roma, alla Madonna di Farfa e a quella “nera” della Civita di Itri) e il rapporto tra la figura della Isis lactans (del culto egiziano, copto e pagano) e l’immagine della Madonna che allatta.
Il processo di cristianizzazione del mondo romano antico, “lento, accidentato e incompleto”, viene raccontato all’esempio di un monumento poco conosciuto, la Chiesa di Sant’Angelo in Peschiera, vicino al teatro di Marcello.
Chiudono il volume brevi saggi dedicati alle tracce della Roma greca e siriaco-armena, alla continuità tra oriente e occidente testomoniata dalla documentazione musiva presente nelle principali chiese paleocristiane della capitale, all’arte deuterobizantina nel ducato di Gaeta, all’abbazia di San Magno a Fondi e alla Basilica di Castel Sant’Elia.

 

Il Riformista

Roma e l’Oriente. Il culto cristiano di due millenni fa.
di Cinzia Leone

OPERA OMNIA. Un volume di CasadeiLibri ripercorre gli influssi artistici giunti da Bisanzio, Persia ed Egitto. Una miniera di documenti inediti che individuano nuove tracce di lettura della storia della Chiesa.
Età delle tenebre, secoli bui, decadenza, sono gli stereotipi che perseguitano l’alto Medioevo. Dopo il crollo dell’Impero romano,le strade si biforcano: Roma e Bisanzio. L’Italia,da sempre attraversata da correnti migratorie e abituata all’afflusso di schiavi provenienti da tutte le regioni dell’impero,viene trafitta dalle invasioni barbariche. L’amalgama nata dal mix di culture dell’impero viene investito e modificato da flussi culturali potenti e compositi.
Roma nei primi secoli dopo Cristo è una metropoli cosmopolita e con la separazione dei due imperi diventerà policentrica. Molti dei pontefici verranno dall’Oriente cristiano,e gli artisti,da Bisanzio,dall’Asia Minore,dalla Siria e dall’Egitto,li seguiranno portando nuove esperienze stilistiche. Roma città aperta. E profondamente cambiata dal Cristianesimo. Conosciamo poco quei tempi disorientati e sconcertati che seguirono la decadenza del mondo antico. Secoli di migrazioni,guerre,agitazioni e profondi cambiamenti. Ogni ritrovamento diventa quindi prezioso. Arte e culti dell’Oriente Cristiano. A Roma e nel Lazio (pp. 252,€128) appena uscito per la CasadeiLibri editore non è solo uno strumento di comprensione,ma una miniera di documenti inediti che,ribaltando i luoghi comuni,traccia nuove ipotesi di lettura. Duecentocinquanta pagine eleganti e con un ricco corredo iconografico,raccolgono saggi che da prospettive differenti, illuminano un’area geografico-culturale,Roma e il Lazio,snodo prezioso per l’interpretazione della storia della Chiesa e della storia dell’arte.

Il saggio più innovativo è quello contenuto nel primo capitolo,sul culto dei santi persiani a Roma. Abdon e Sennen, Mario e Martha,Anastasio,Sant’Onofrio al Gianicolo,storie di emigranti accompagnati dalla fede,che dalla Persia,grande potenza e acerrima nemica dell’Impero romano,intraprendono il loro percorso di santità. La Roma pontificia,anche grazie a loro,stringe rapporti amichevoli con la Persia che accetta l’invio di missionari e riconosce l’autorità spirituale del Papato. Le convergenze parallele ci sono sempre state,nei secoli luminosi e anche in quelli bui. I siti,le mete di pellegrinaggio,le reliquie e le lapidi,disegnano un nastro topografico inedito e intrigante.
Ma in questo volume non c’è solo Roma. I monaci,protagonisti assoluti in tutta Europa della conservazione,della conoscenza e dei testi sacri,e non solo,hanno nel Lazio preziose roccaforti. Grazie al filo conduttore e alla guida dei Dialoghi di San Gregorio Magno,attraverso descrizioni,decodifica di lapidi e testimonianze,come ologrammi riprendono vita siti religiosi perduti o poco conosciuti e visitati. La Basilica di Sant’Elia a Castel Sant’Elia,la chiesa di San Benedetto in Piscinula a Roma,la grotta dei Pastori a Subiaco e molti altri ancora.
Più avanti nel libro il saggio Madri orientali nel Lazio. Un mito attraversa il Mediterraneo e lo unisce: quello preistorico della grande madre,fertile e ricco di trasformazioni in chiave religiosa che ne mantengono immutata la forza archetipica. Il capitolo raccoglie la sfida del mito, la riempie di senso cristiano e la arricchisce della forza astratta e dell’assoluta bellezza dell’icona orientale. Pagina dopo pagina sfilano davanti agli occhi del lettore Madonne belle e ieratiche come la Teodora di Ravenna e con la pelle ambrata come le icone russe: la Madonna di Grottaferrata,l’icona di Sonnino, l’icona di Santa Maria Maggiore alla Cappella Borghese a Roma.
Di seguito, ma fortemente collegato col saggio che lo precede,il capitolo sulla Galaktotrophousa (colei che nutre col latte),Maria Lactans,la Madonna che allatta il Bambino,che chiude il cerchio,ci restituisce una santità antica e misterica,e insieme profondamente e intimamente cristiana. Una Roma multiculturale e multiartistica nata da una fusione e che della fusione farà la sua forza.
Un greco dei tempi di Prassitele avrebbe giudicato queste opere crude e barbariche. Ma gli artisti di quei secoli non sembravano più soddisfatti del virtuosismo ellenistico e cercavano effetti nuovi e nuovi valori. Gregorio Magno,vissuto nella seconda metà del VI secolo,ricorda a quanti avversavano ogni pittura che molti membri della Chiesa non sapevano né leggere né scrivere,e che per ammaestrarli,i dipinti erano utili quanto ai fanciulli le immagini di un libro illustrato: “ La pittura può servire all’analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere. Tutti sanno vedere.”
La pittura su legno delle icone impreziosite dalla foglia d’oro. Il mosaico composto di cubetti di pietra o di vetro che ricoprono l’interno delle chiese sprigionando colori densi e caldi,con un effetto di solenne splendore. Le idee egizie sull’importanza della chiarezza espositiva ritornano ad imporsi con autorità,grazie alla attenzione della Chiesa. Un’idea di semplicità piuttosto che la fedele imitazione dell’antico.
Gli interessi si spostano. Si è spesso detto che l’arte classica in quegli anni decadde,di sicuro molti dei segreti anche tecnici andarono perduti, ma l’abilità non è tutto. Le forme semplici non furono quelle di un’arte primitiva. L’arte cristiana dell’alto Medioevo divenne un curioso miscuglio di metodi primitivi e tecniche raffinate. Sull’osservanza delle tradizioni i Bizantini diventarono intransigenti come gli Egizi. Bisanzio era riuscita a far rivivere qualcosa della grandiosità e maestà dell’antica arte d’Oriente. Le immagini che ci guardano dalle pareti scintillanti si rivelano simboli perfetti della verità divina apparsa per non abbandonarci. Gli artisti raccolti in questo volume disegnano un percorso insolito e in parte sconosciuto. Uomini che assistettero al trionfo del Cristianesimo e finirono per accoglierlo,segnando così la fine del mondo antico.

Recensione Diario di una Maiko

 

Il Riformista – 7/03/2009

“L’iniziazione inesplorata di una geisha”
di Anna Mazzone

Spesso l’Occidente le vede come mere “intrattenitrici”. Ma dietro la formazione di una musa moderna c’è molto di più. Miriam Bendìa racconta gli sforzi, le paure e la passione di una Maiko per aggiungere l’arte. Avete mai sfiorato lo sguardo di una geisha? Le avete mai viste correre su per le scale del tempio, sorridenti mentre il vento dolce di Kyoto prova a scompigliargli l’acconciatura austera? Le avete mai osservate coprirsi le labbra intense e abbassare gli occhi dopo una battuta mentre sorseggiano del thè verde? Le geishe sono un mistero. Lo resteranno ancora. È questo il loro incantesimo perpetuo. Non si riesce mai a toccarle fino in fondo, a conoscere l’abisso profondo che si cela dietro il loro sorriso. Per questa ragione continuano a farci sognare e a stregarci. Quando una geisha ti passa davanti per strada con il suo passo delicato e veloce, il tempo si ferma e si resta impietriti a fissare l’incanto in movimento. Anche se è già scomparsa dalla nostra visuale, se ha voltato l’angolo ed è in un altro dove. Le geishe lasciano una scia che non si può etichettare, ma è certo che stordisce, anche se solo per un breve istante. È difficile parlare di geishe. Sono sfuggenti, come sabbia che scivola in silenzio tra le dita. Eppure, il nuovo libro di Miriam Bendìa, Diario di una Maiko della CasedeiLibri riesce ad avvicinarsi molto a quel tesoro inesplorato che è la quotidianità di una geisha.

Diario di una Maiko è un’incantevole e poetica galleria dedicata a quelle muse della femminilità e dell’arte rappresentate da tutte quelle donne giapponesi che decidono di diventare geishe. Culturalmente, noi occidentali siamo abituati a scelte diverse, che comportano il più delle volte l’oscuramento del proprio corpo, la negazione di qualsiasi appiglio erotico e sensuale e non già la sua piena esaltazione, il suo trionfo artistico. Le geishe sono esattamente il contrario. In giapponese il loro nome è composto da due kanji: gei, che significa arte e sha, che significa persona. Le geishe, dunque, incarnano l’arte con la loro vita e all’arte sono fedeli e sempre devote. Sono danzatrici, musiciste, attrici. Le geishe compongono haiku, le brevi poesie nipponiche, e sanno affrontare discussioni letterarie e filosofiche, ma anche economiche e politiche. Tutto, nella loro bocca e tra le loro dita diventa arte.

Il romanzo della Bendìa è una galleria fotografica sulle geishe.

Delicato, poetico, dinamico. I magnifici ritratti firmati da Michael Chandler scandiscono il ritmo diaristico del libro che non ha una natura documentaristica, ma piuttosto squaderna sapientemente (e dolcemente) le aspirazioni della giovane Sotori, che a quindici anni decide di seguire la sua strada per diventare una geisha. E come tutte le adolescenti del mondo Sotori ha un diario, che segna i piccoli momenti importanti della sua vita. Con orgoglio e fierezza descrive la gioia di essere stata accettata come Maiko in una okiya di Kyoto, ossia una delle tante geishehouse dove un piccolo esercito di donne inizia le giovani Maiko all’arte del levigare i propri corpi, per farne opere di assoluta bellezza che possano facilmente accendere il desiderio degli uomini. La nuova Maiko impara a vestirsi, a truccarsi, a pettinarsi secondo una logica ferrea. La vita nell’okiya non è affatto semplice.
Bisogna studiare tanto e imparare in fretta. Quando si entra in una okiya si taglia il cordone ombelicale con l’esterno, con gli affetti, con la famiglia, e si entra a fare parte di una sorta di mondo parallelo, fatto di obbedienza e di duro lavoro. Diventare opera d’arte è un’attività complessa, che richiede sforzo e passione. Sfogliando Diario di una Maiko ci si rende conto di quanto cuore ci sia dietro il diventare quello che noi occidentali – assai volgarmente – definiamo spesso come delle mere “intrattenitrici”.

 

Intervista di Viviana Gasperini a Miriam Bendìa

Che cosa significa per Sotori feel good ?

Danzare. Mentre balla, galleggiando tra le note dello shamisen, she feels good.

Che cosa vuol dire geisha nel 2009?
La parola geisha è composta da due caratteri giapponesi: gei significa “arte” e sha“persona”. Se maiko (apprendista geisha; ragazza danzante) vuol dire danzatrice, geisha dunque significa artista. Il loro mondo simboleggia e riassume tutti i problemi della modernizzazione che colpirono la società giapponese, soprattutto all’inizio del secolo. In quel periodo, anche loro erano nell’occhio del ciclone!
Allora c’erano diverse posizioni, riguardo al karyukai (il mondo del fiore e del salice): una, spietata e progressista, affermava che le geiko (il dialetto di Kyoto per geisha) erano ormai completamente anacronistiche e che la professione doveva essere lasciata morire di morte naturale.Un’altra più moderata affermava che dovevano cercare di aggiornarsi per adattarsi ai tempi moderni e poter sopravvivere in essi.Solo pochi nostalgici ripetevano, senza sosta, che il Giappone avrebbe perso un tesoro prezioso della sua tradizione se le geisha fossero scomparse o mutate.
Le okasan (geisha mother) più anziane raccontano spesso quali difficoltà abbia dovuto affrontare il karyukai, in quel difficile periodo! Ma proprio in virtù della sua importanza, per l’identità culturale nipponica, il fiore del karyukai non è avvizzito nell’indifferenza generale. E oggi le maiko e le geiko sono tornate ad essere un simbolo ineliminabile del Giappone e soprattutto della città di Kyoto, roccaforte della loro tradizione: non a caso solo qui potete ancora incontrare le autentiche giovani maiko, le allieve nell’arte della geisha.  

Si diventa geisha per una tradizione di famiglia o è una scelta personale?
Un tempo addirittura era necessario iniziare il proprio percorso di studi appena si compiva l’età di sei anni, sei mesi e sei giorni e accadeva proprio come si racconta: le bambine (generalmente appartenenti a famiglie molto povere di contadini o pescatori) venivano vendute alle proprietarie delle okiya (geisha houses). A quel punto perdevano ogni contatto con i genitori per entrare in una nuova famiglia , quella della geisha house che le accoglieva. Immaginate il trauma! Difficilmente riuscivano poi a liberarsi da quel legame, poiché dal primo giorno il debito che contraevano con la loro okasan era altissimo. Alla cifra versata per comprarle si aggiungevano tutte le spese per il mantenimento, l’educazione e la salute. Quando infine erano delle vere e proprie geisha, e iniziavano a lavorare, dovevano ripagare con i propri guadagni la okasan e il loro debito aumentava ancora con le nuove spese (basti pensare ai costosi kimono e ai cosmetici necessari per la professione). Poche artiste riuscivano dunque a liberarsi e a divenire autonome…
Oggi però è tutto molto diverso. Innanzitutto nessuna bambina viene venduta a una okiya, per fortuna! Le ragazze che vogliono diventare geisha lo decidono per loro conto, spesso anche con grande disappunto dei genitori. Come è accaduto a Sotori!
Quella della geiko è diventata una vera e propria vocazione, vissuta con grande entusiasmo e consapevolezza. Per essere accettate in una okiya si deve essere presentate alla okasan da qualcuno che goda della fiducia e del rispetto della geisha house. E si può iniziare il percorso di studio solo dopo aver completato la scuola dell’obbligo (tra i quindici e i sedici anni). Anche Sotori, nel romanzo, ha rispettato questa regola ed è stata accolta nella sua okiya solo nel 2005, quando aveva finito gli studi e aveva appunto compiuto quindici anni. La okasan si reca personalmente nella casa dell’aspirante maiko e parla a lungo con lei e con i genitori, spiegando in cosa consisterà la futura vita della figlia. Se la ragazza viene infine accettata dalla okami (geisha mother), lascia la dimora paterna e si trasferisce stabilmente nella okiya.
All’inizio sarà solo una shikomi, poco più che una cameriera. Per circa sei mesi dovrà assolvere le faccende domestiche, aiutando il personale di servizio, e comincerà a seguire i corsi presso il Kaburenjo (il luogo per la pratica della danza e della musica) del suo distretto: in pratica la scuola . In questo primo stage della formazione deve anche apprendere l’antico dialetto di Kyoto molto differente dal linguaggio abituale giapponese…
Dopo circa sei mesi come shikomi, superando un esame riguardante le lezioni di danza, di musica, di canto, di cerimonia del tè e portamento, si accede al secondo stage del corso: si diventa una minarai.
A questo punto una geisha o una maiko più esperta assumeranno il ruolo di onesan (sorella maggiore), per continuare ad insegnare tutto ciò che non si apprende in una classe…
Come minarai l’allieva deve osservare e imparare , quindi inizierà a pettinarsi i capelli nello stile Wareshinobu e a indossare i kimono tradizionali. Accompagnerà la propria onesan ai vari banchetti, per osservarla mentre intrattiene i clienti ed imparare le tecniche di una vera geisha.
Dopo un breve periodo come minarai, solitamente un mese, si celebrerà il suo misedashi: il suo debutto ufficiale come maiko!
Per tre giorni la nuova maiko sarà la star del suo distretto, indosserà il kimono nero delle occasioni formali e riceverà e farà visite nell’intero quartiere per avere gli auguri di tutti!
Dopo il debutto continuerà, per tre anni, a poter acconciare i capelli solo con lo stile Wareshinobu, quindi dopo ulteriori esami potrà passare allo stage successivo e adottare lo stile Ofuku delle maiko più esperte. A quel punto si dirà che ha avuto il Mizuage.
Per altri tre anni proseguirà nei suoi studi: la mattina seguirà le lezioni nelle varie arti, poi si preparerà per i parties serali, nei quali intratterrà i clienti mettendo in pratica ciò che impara a scuola, insieme alle sue compagne.
Inoltre prenderà parte ai vari festivals e alle numerose celebrazioni per le festività ufficiali. Al termine dei cinque anni di studio come maiko, se deciderà di non sposarsi, si potrà svolgere in suo onore la cerimonia dell’erikae (il cambio di collare , che da rosso diviene bianco nel kimono) per acclamarla come geisha.
Anche come geisha continuerà sempre a perfezionarsi nelle arti e a lavorare… 

Per capire meglio il mondo di Sotori, potresti descriverci una giornata tipo?
La sua giornata è molto intensa… La mattina è impegnata con le varie lezioni nella scuola del Kanburenjo. Il pomeriggio, più o meno verso le quattro, iniziano a prepararsi tutte, all’interno dell’okiya, per gli o-zashiki ( appuntamenti) serali nelle o-chaya (teahouses). L’orario di inizio per il lavoro delle geisha sono le sei del pomeriggio e restano impegnate nelle danze, nei canti e nelle conversazioni delle o-chaya per tutta la sera fino a tarda notte. La maggior parte dei banchetti termina verso la mezzanotte, ma alcuni possono protrarsi oltre e difficilmente rientrano nell’okiya prima delle due di notte.
Poi ci sono le festività nazionali che richiedono la loro presenza, a volte nei templi e nei santuari a volte altrove nella città. Ci sono i pranzi di lavoro con i clienti e anche gli impegni fuori città nei meeting o in altre province, nel qual caso devono restare fuori per due o tre giorni o una settimana…

Cosa fa Sotori al di fuori del suo studio? Ci sono delle situazioni in cui “non è una maiko” (esce con gli amici, non in kimono…)?
Il tempo libero, per lei, è davvero molto molto poco. In linea di massima la domenica è il giorno che può dedicare a se stessa (ma non ha tutte le domeniche libere), ai suoi interessi e alle amicizie. La domenica infatti le lezioni non ci sono e le o-chaya sono, generalmente, chiuse. Nei giorni free, se lo desidera, può uscire indossando abiti occidentali, a volte anche con i capelli sciolti e non acconciati nello stile Wareshinobu. Con il tipo di educazione che ricevono, basata sull’arte e sulla disciplina, le maiko crescono più in fretta e risultano, agli occhi esterni, molto più mature rispetto alle loro coetanee… Del resto chi non riesce a evolversi velocemente non resiste in questo mondo e abbandona presto la scuola…
Ma possiamo immaginare quanto sia complicato e faticoso conciliare i desideri di ragazza con i doveri di maiko. Conciliare il ruolo di allieva con l’età adolescenziale è una delle imprese più complicate da affrontare, giorno dopo giorno…
A volte le apprendiste invidiano un po’ le ex-compagne di scuola che percorrono strade differenti e godono, certo, di una maggiore libertà. Una maiko, da quando inizia la formazione da geisha, deve lasciare la casa dei genitori. Possono tornare a passare qualche giorno da loro solo due volte l’anno: in occasione delle festività per il nuovo anno e, a metà agosto, per l’importante Festa della Famiglia.
Possono comunque incontrarsi con amici e parenti quando vogliono e trascorrere del tempo insieme (se non hanno impegni con l’okiya), ma ormai vivono nella geisha house. Qui hanno una nuova famiglia: la okasan, la onesan, che di solito è già una vera geisha e che presto andrà a vivere per conto suo, avendo terminato i primi cinque anni di formazione, e altre maiko. Finché sono delle geisha non possono sposarsi, se decidono di farlo devono rinunciare alla carriera di artiste. Possono avere un fidanzato ma non sposarsi. In caso contrario, se desiderano prendere marito e vogliono comunque restare nel mondo del fiore e del salice, possono aprire un’okiya oppure diventare insegnanti nel Kanburenjo del distretto.

Secondo te, cosa pensa la società giapponese di Sotori e delle sue scelte?
Un giornalista, Tanako Iwao, ha scritto: “Perché il nostro corpo ha l’ombelico? Perché abbiamo le ciglia? Sembrano cose senza una funzione utile, ma potremmo farne a meno? Le ciglia proteggono gli occhi dalla polvere, dall’ombelico passava il nutrimento nel grembo di nostra madre. Secondo i medici, l’ombelico è il centro del nostro addome, il centro della nostra forza. Se non avessimo l’ombelico come concentreremmo la nostra energia? Secondo me, le geisha sono l’ombelico della società. Chi afferma che la loro utilità è scomparsa, dovrebbe provare a rinunciare al proprio ombelico”.

Le maiko sono l’anima viva del Giappone moderno: uno dei simboli più amati e rispettati dal popolo nipponico. In pratica le maiko, in quanto artiste, sono per i giapponesi delle star, quello che i vip di Hollywood rappresentano per gli occidentali… E anche di più! Un mito, un sogno, un ideale, un tesoro da custodire.

Negli studi che Sotori sta facendo, qual è la cosa che trova più difficile?
All’inizio, è stato molto faticoso per lei abituarsi a portare i capelli sempre acconciati nella complicata pettinatura tradizionale. A volte, invidia la libertà delle ragazze che possono lasciare i propri capelli liberi di consumarsi al vento. Le maiko devono sottoporsi a lunghe sedute nei saloni di bellezza, dove un acconciatore crea la scultura meravigliosa che decora la loro testa. Mani sapienti le pettinano, una volta ogni cinque giorni, e un po’ le torturano. Al termine del processo sta a loro mantenere intatta l’opera d’arte, fino alla seduta successiva! Per questo non dormono su un normale guanciale ma riposano sul tipo tradizionale: il takamakura (alto cuscino).
Si tratta di uno speciale guanciale posto su una base rigida, serve per sostenere il collo senza toccare i capelli. Un normale cuscino altrimenti rovinerebbe la complicata acconciatura tradizionale. Questa è una delle cose più difficili da apprendere! Per allenarle a dormire nella giusta posizione la okasan sparge del riso sulle stuoie, sotto la loro testa, tutto intorno al takamakura. Se, mentre dormono, la testa scivola dal supporto il riso si attacca ai capelli. In quel caso, il giorno seguente, devono subire da capo la fastidiosa tortura per esibire di nuovo un’acconciatura perfetta.

E invece, secondo te, qual è l’aspetto più bello del lavoro di una geisha?
Poter indossare raffinati kimono, ogni giorno, è un raro privilegio. Imparare a indossare un kimono, nel modo giusto, è un altro degli aspetti più complicati dell’addestramento da maiko. Nessuno impartisce loro lezioni sull’argomento. La maggior parte delle apprendiste impara come muoversi in modo aggraziato grazie alle lezioni di danza classica giapponese. I gesti impacciati comunque vengono subito notati dalle okasan che non si astengono, mai, dal rivolgere un severo rimprovero a una maiko imperfetta. Un indumento esigente come il kimono richiede lo sviluppo di una nuova personalità e occorre diverso tempo prima di acquisire la disinvoltura che si esige da una geiko. Le prime volte nelle quali lo indossano, le allieve si affacciano dall’okiya piene di incertezze, spesso dimenticando anche il motivo pratico dell’uscita, e si concentrano solo sulla camminata. Alla fine i movimenti giusti diventano naturali ma, mentre li assorbono, si rendono conto che cominciano a sviluppare una seconda anima. Non è un caso che i gesti relativamente limitati, nel linguaggio corporeo giapponese, siano calibrati sul kimono. Le maiko sono talmente condizionate dal loro involucro di seta che anche quando scelgono abiti occidentali sembrano indossare tutte kimono invisibili e gesticolano come se lunghe maniche immaginarie ostacolassero realmente i movimenti delle braccia.

Il kimono è una delle cose che le distingue dalle altre donne giapponesi. Loro lo indossano in modo molto più aggraziato rispetto alle signore che una volta o due l’anno, in occasione della laurea del figlio o di un matrimonio tra amici, tirano fuori l’abito tradizionale per esibirlo ma poi sono, visibilmente, a disagio nella complicata veste. Ma, insieme alla naturalezza e alla grazia con le quali una geiko sfoggia il kimono, sono tanti altri gli indizi che la fanno riconoscere a un occhio sensibile al linguaggio della seta. Gli elementi del kimono infatti costituiscono un vero e proprio codice sociale.
La visione posteriore di una donna inginocchiata in kimono mostra i lati migliori dell’indumento. L’obi spesso ha un notevole disegno unico (tessuto o stampato), sul retro, che forma un grande nodo piatto, nello stile comune indicato come taiko (tamburo). Questo tamburo piatto, con una superficie di circa trenta centimetri, è volutamente incorniciato dal colore a contrasto del resto. Durante i primi o-zashiki, le maiko rimangono spesso incantate dall’armonia delle altre geisha sedute in perfetto stile giapponese. A un banchetto, solitamente, vengono infatti preparate tre file di tavoli bassi, che formano una u , parallelamente ai tre lati della stanza. Gli ospiti si siedono su dei cuscini individuali, bassi e quadrati, disposti nel lato esterno di questo ferro di cavallo. Nessuno si siede di fronte a un altro. Le maiko e le geiko spesso si spostano nello spazio centrale, libero, inginocchiandosi per qualche istante davanti all’uno o all’altro partecipante. Voltano quindi le spalle alla fila di tavoli sull’altro lato della stanza.
Del mio primo banchetto tradizionale, ogni maiko ricorda più di ogni altra cosa la bellezza della schiena della propria onesan e quasi per niente i volti dei vari invitati. A pensarci bene, forse, questa visione così d’effetto è tutt’altro che casuale!

La geisha è l’incarnazione della tradizione. Molte di queste artiste oggi tengono un blog o un sito e raccontano le loro esperienze, le loro paure sul web. Come si concilia tradizione e modernità in loro e nel loro mondo?
Nel passato del Giappone, le geisha sono sempre state le donne e le artiste più all’avanguardia, quelle che non solo dettavano moda ma che le inventavano, le mode.
Le geiko erano e sono la personificazione dell’Iki: dell’eleganza innata, della raffinatezza, di tutto ciò che è cool.
La loro immagine però si è formata nel passato feudale del Giappone e loro devono restarle fedeli, il più possibile, per rimanere geisha. Oggi non sono più innovatrici, quanto custodi della tradizione nipponica. La conservazione di una tradizione impareggiabile è il loro contributo sociale!
Conciliare il dovere del rispetto verso le regole della tradizione con le loro esigenze personali, di ragazze moderne, si può. Semplicemente essendo sempre se stesse. Sono artiste, ammirate e a volte venerate, ma allo stesso tempo sono ragazze e donne reali. Sono umane. Dietro la maschera bianca ci sono la carne, il sangue e l’anima. L’importante è non permettere a niente e a nessuno di rubarti l’anima. Alcune di loro iniziano a scrivere su un diario on line il giorno stesso in cui capiscono di voler diventare una geisha. Rappresenta una scelta appassionata ma complessa e lo scriverne sul blog le aiuta a ragionare meglio sul futuro. Cercano solo chiarezza e un po’ di conforto nella Scrittura. Ma un blog del genere chiaramente suscita, fin dal principio, un’incredibile curiosità e l’interesse di tantissime persone. Con il passare del tempo, probabilmente, decidono di continuare a raccontarsi, nel diario, per esortare tutti coloro che le leggono a visitare Kyoto e ad assistere alle incantevoli danze tradizionali delle maiko  e delle geisha. Ovviamente, nei loro post, devono fare molta attenzione a non rivelare i segreti dei clienti. L’assoluta discrezione è la prima virtù che essi esigono da loro.

Se non rispettassero la loro privacy non potrebbero mai più lavorare come geisha, per il disonore. Nessuna di loro dunque può esporsi troppo, se non vuole danneggiare la sua okiya e perdere il favore dei patroni. A tal proposito spesso viene loro proibito di rivelare, sul blog, il nome professionale. Poiché solo una geisha in un determinato distretto utilizza un certo nome professionale, il rivelarlo, significherebbe esporre l’artista, la sua okiya e i relativi clienti a una pubblicità che nessuno di loro si auspica. Il karyukai è un mondo affascinante quanto fragile, come le ali delle farfalle che non si possono riparare se danneggiate… Tutto in esso si regge sulle fondamenta del mistero e del segreto tradizionale. 

Le geisha offrono agli uomini piacere: secondo te, quando le incontrano, cosa li fa star bene?
Il fatto è che le geiko donano loro un sogno. In loro compagnia, si sentono diversi: migliori. Un o-zashiki, per gli uomini, è proprio questo: un sogno, un sogno che diviene realtà. Il cuore di un uomo è il cuore del Giappone e finché il cuore del Giappone batterà per una geisha, entrambi sopravvivranno

E che cosa fa star bene una maiko? 
L’arte la rende felice e la fa sentire bene con se stessa. Un’apprendista geisha desidera diventare un’artista completa e mantenersi con i frutti del suo lavoro, nella danza e nella musica.
Ella persegue l’arte (gei) come vita: se per una geisha il gei è vita, allora è anche vero che il suo gei deve diventare arte. Levigare la propria esistenza in un’opera d’arte, per quanto possa sembrare un’ambizione elevata ai non giapponesi, è l’idea che sottende alla disciplina di una vera geiko. Nulla vuole con più convinzione: desidera divenire l’incarnazione vivente dell’Iki.  

Il suo corpo è curato elegantemente in ogni dettaglio dell’abbigliamento e del trucco e la sua mente è altrettanto coltivata per raggiungere la perfezione. Quale rapporto hanno piacere fisico e intellettuale nell’attività di una geisha?
L’intrattenimento con le geisha, nelle o-chaya, non implica assolutamente un rapporto sessuale, come molti erroneamente credono, e loro non ritengono la conoscenza delle quarantotto posizioni un aspetto fondamentale del proprio repertorio professionale. Anche anticamente le professioniste del sesso erano solo le yujo, o donne di piacere.
Le geisha sono oggi e sono sempre state artiste.
Al contrario, durante la sua iniziazione al toko no higi, l’arte erotica , una giovane yujo veniva istruita su come appagare un uomo e anche su come farlo godere in fretta, fingendo un orgasmo convincente… Infatti ella doveva imparare a conservare le proprie energie per molti clienti, nella stessa notte! Oggi, al di fuori del lavoro, ciascuna maiko o geiko può decidere con chi passare la notte…
Sotto la maschera bianca si nasconde una donna in carne e ossa, quindi anche a una geisha può capitare, al di fuori dell’okiya, di avere un’avventura o di innamorarsi di un uomo. Che sia o meno un suo cliente! Ma sul luogo di lavoro il loro ruolo è quello di intrattenitrici artistiche: cantano, danzano, allietano gli altri con la cultura, l’umorismo e la sottile ironia. Nient’altro. Riguardo al Mizuage, inteso come pratica di mettere all’asta la verginità di una maiko, un tempo esisteva realmente ma oggi per fortuna non è più in uso. In passato, fino al 1958, però nessuna maiko poteva esimersi dal subire un tale rituale se voleva essere riconosciuta come una vera geisha.  

Qual è la parte del suo corpo che una maiko preferisce? 
Le labbra. Sono l’ultima parte che trucca, prima di uscire, ma certo non la meno importante.
Le dipinge con il rossetto tradizionale: il Kyo beni, il rosso di Kyoto. Miscela la polvere purpurea con l’acqua e aggiunge un’altra polvere per dare luminosità. Usando un sottile pennello disegna, con attenzione, solo il centro del labbro inferiore: non può ancora colorare il superiore poiché ha appena compiuto solo il primo anno di studi da maiko.
Quando ha terminato, la guarda, entusiasta, la cara onesan: le ripete che per gli uomini giapponesi le labbra sottili sono considerate molto attraenti e che la sua morbida mezzaluna li manderà in estasi. 

Come maiko si hanno già dei clienti? Si partecipa a delle cerimonie?
Certo, la formazione prevede sia una parte teorica che una parte pratica. Le maiko accompagnano dunque la propria onesan a tutti i suoi appuntamenti (o almeno a tutti quelli nei quali è ritenuta opportuna la loro presenza). Le maiko in genere sono molto silenziose nei grandi banchetti ufficiali. Come apprendiste stanno ancora imparando il modo di comportarsi da geisha e la maggior parte di loro non ha ancora acquisito il bagaglio di esperienze necessario per sentirsi a proprio agio, soprattutto in presenza di alti funzionari governativi giapponesi o di statisti stranieri o di importanti uomini d’affari. Una maiko però non deve essere spiritosa: basta che rimanga seduta con aria modesta e l’aspetto di una bella bambola dipinta. Se si dimostra intelligente oltre che carina, tanto meglio, ma non ci si aspetta da lei che sappia condurre autonomamente una conversazione. Questo è di pertinenza delle geisha più anziane: esse ormai devono tingersi i capelli per ottenere il nero lucente che desiderano ma, grazie ai lunghi anni di esperienze acquisite, conoscono il modo migliore per distrarre l’interlocutore dai suoi pensieri con chiacchiere piacevoli ed innocue. Per questo motivo i banchetti in genere vengono organizzati in modo che siano presenti sia geisha, giovani e anziane, sia inesperte maiko: quelle più giovani, soprattutto le maiko con il loro aspetto tradizionale, creano l’atmosfera mentre quelle più esperte si dedicano a intrattenere gli ospiti. Una festa con solo maiko sarebbe inconcepibile.
Partecipano, in base alle disposizioni della loro okasan, anche alle manifestazioni religiose e culturali nelle quali viene coinvolta l’okiya di appartenenza. Hanno l’onore di ballare alle Kitano Odori: le Danze di Primavera. Si tratta di un evento molto importante per tutte: celebrano la magnificenza nella stagione della fioritura del ciliegio. La primavera inizia con le Miyako Odori (Miyako dances ) nel distretto di Gion, presso il Gion Kobu Kaburenjo Theater (1/4-30/4), e con le Kyo Odori nel Miyagawa-cho, al Miyagawa-cho Kaburenjo Theater (7/4-22/4), seguite dalle Kitano Odori nel Kamishichiken hanamachi (Il distretto di Sotori), presso il Kamishichiken Kaburenjo Theater (15/4-25/4), e dalle Kamogawa Odori in Ponto-cho, al Ponto-cho Kaburenjo Theater (1/5-24/5).
In Autunno, invece il quartiere di Gion Higashi celebra le sue Gion Odori, al Gion Kaikan (1/11-10/11).  

Che rapporto si instaura fra una geisha e i suoi clienti?
Il primo pensiero di una geiko deve essere sempre e solo quello di onorare il cliente, però è anche vero che hanno le loro preferenze in materia. Come dicevo, è un dovere per le geisha essere le donne più Iki del Giappone. Iki potrebbe essere tradotto come cool , per intenderci. E anche per questo loro apprezzano maggiormente i clienti Iki. Alcuni dei loro patroni le trattano come semplici dispensatrici di un’atmosfera costosa che accentui l’immagine raffinata che loro vogliono creare, per se stessi e per i loro invitati. In privato, le geisha sono propense a definire gli uomini di questo genere insensibili…
Ma il cliente ideale è molto differente. Si presuppone che egli richieda la loro compagnia nei banchetti degli o-zashiki perché preferisce la loro compagnia a qualsiasi altro svago. Un patrono Iki deve anche intendersi delle arti professate dalle geiko ed essere spiritoso e affascinante. In un certo senso deve divertirle quanto loro divertono lui. E poi ci sono i clienti speciali che le geisha chiamano danna (marito).
Il danna in teoria è colui che si occupa di tutto ciò di cui una geiko ha bisogno, paga le sue spese, acquista i suoi costosissimi kimono, è il finanziatore dei suoi spettacoli, la sommerge, letteralmente, di regali e a volte, se è particolarmente generoso, le compra anche un’abitazione o addirittura una o-chaya tutta sua.
Un danna è ormai una cosa rara, poiché sono decisamente pochi gli uomini che possono permettersi di mantenere due donne (la moglie ufficiale e la geisha favorita). Inoltre la maggior parte di loro preferisce comunque continuare a lavorare, anche dopo aver trovato un mecenate. Un rapporto di tal genere non implica necessariamente un coinvolgimento sentimentale o sessuale, ma a volte può accadere che ci sia anche questo aspetto tra il danna e la geiko.
L’importante però è non innamorarsi, mai. Una geisha che ama il suo patrono deve affrontare, quotidianamente, il problema psicologico di vivere come la seconda donna nella vita di quell’uomo. Se una geiko è davvero infatuata del suo protettore, alla fine il fatto che lui sia sposato con un’altra la consumerà! Secondo le sagge onesan, questo è il maggior rischio nella loro professione: se non sono prudenti, possono ritrovarsi con il cuore spezzato. E’ molto meglio seguire i buoni consigli delle okasan: non sprecare la vita a commiserarsi per il crudele destino di non poter avere il proprio danna tutto per sé, ma lavorare con passione, frequentare le lezioni e intessere profonde amicizie, nel karyukai, che le accompagneranno per l’intera carriera ed esistenza.  

I kimono sono vere opere d’arte. Quale significato hanno?
Il kimono che le geiko indossano racconta tutto di loro: chi sono, in quale okiya vivono, che livello hanno raggiunto nelle arti e quale stagione, dell’esistenza e dell’anno, stanno attraversando. Il primo giorno di giugno in tutte le okiya si svolge lo stesso rito: il cambio del tipo di kimono che le geiko indossano. Le sottovesti vengono aperte sui tatami e la okasan taglia i fili che fissano il colletto bianco, in grosgrain di seta, alla sottoveste. L’ampio colletto è l’unica parte visibile della sottoveste, ma è molto importante. Le geisha possono anche tamponare spesso le inevitabili macchie di trucco che lo sporcano ma, dopo un po’, è necessario staccarlo e cucirne uno nuovo. Hanno la sensazione di sbarazzarsi degli ultimi resti dell’inverno quando il primo di giugno i vecchi colletti, sporchi o puliti che siano, vengono tolti e il ro a righe a trama larga ne riceve uno nuovo, in pura seta.
Mono significa cosa e il prefisso ki deriva da kiru, indossare : kimono quindi significa semplicemente indumento . Ma non tutte le cose da indossare sono dei kimono!
Oggi la principale distinzione è tra yofuku, tenuta occidentale , e wafuku, tenuta indigena (kimono). Ormai la maggior parte delle donne giapponesi indossa quasi sempre abiti all’ultima moda. Alcune non possiedono neanche un kimono e molte hanno dimenticato come indossare quello che conservano nell’armadio: un modello nero con stampato sopra lo stemma di famiglia, il pezzo forte del loro corredo di nozze. In effetti sono rarissime le occasioni sociali alle quali non si può partecipare se non se ne possiede uno.
Le stagioni influiscono decisamente sul tipo di kimono. Al pari di una poesia haiku, un kimono deve esibire un motivo stagionale riconoscibile. La differenza tra le quattro stagioni si esprime chiaramente anche nell’esistenza di tre tipi distinti di questo indumento, oltre che nei colori e nel suo motivo decorativo. Da settembre ad aprile si indossano i kimono foderati detti awase: in pesante crespo di seta con una fodera più leggera di crespo o mussola di seta. In passato, per la fodera, era di moda il rosso, ma ora sono più indicati il bianco pastello, il crema o il bokashi (più colori sfumati). Gli awase dunque si indossano otto mesi l’anno, quelli hitoe, sfoderati, solo a maggio e, volendo, a giugno, quelli ro, ancora più leggeri, da giugno ad agosto. Un awase pregiato è in assoluto il tipo più costoso che esista!
Le maiko e le geiko sono destinate a cambiare il peso degli indumenti in base al calendario e non alle effettive condizioni climatiche. Il loro guardaroba quindi fa eco alle stagioni più di quello di una qualunque altra giapponese. Se per caso a maggio dovesse fare caldo, non possono indossare il kimono estivo, con la sua trama larga, disegnata appositamente per essere più fresca. Il caldo fisico che devono sopportare non è importante quanto il costume culturale che sancisce l’inizio dell’estate a giugno e non a maggio. La lunga veste formale nera (kuro mon-tsuki) del Nuovo Anno a gennaio viene sostituita dallo stesso tipo di veste ma a colori (iro mon-tsuki). A febbraio e a marzo si indossano due strati di kimono (nimae gasane). In aprile le occasioni ufficiali richiedono una veste foderata con l’orlo imbottito e a maggio una senza imbottitura. Giugno regala gli hitoe sfoderati, luglio il leggero crespo di seta e agosto la seta a righe a trama larga. Poi da settembre si ricomincia con l’awase…

Sotori è innamorata?
Prima di entrare nell’okiya, frequentava un ragazzo del suo quartiere: Takagi.
Non conosce ancora il significato della parola Amore, ma ha sperimentato il sesso con lui. Ha fatto l’amore (e non ancora all’Amore) per ben due volte, con Takagi, in quel pomeriggio assurdo in cui gli ha detto addio. Il giorno in cui ha ricevuto la lettera con la quale la okasan la accettava ufficialmente nella okiya. Ha dunque già perso la preziosaverginità e non avrebbe potuto rendere nulla alla sua okami (geisha mother) se l’antico rituale del Mizuage fosse ancora in vigore. A meno che non si fosse prestata al meschino espediente di alcune geisha del passato che indugiavano nel Mizuage numerose volte. Tante quanti erano gli ingenti guadagni che potevano ricavarne…  

E la famiglia? Una geisha non può sposarsi e avere figli, vero? Dopo un po’ di anni ne sente il desiderio?
In teoria possono avere dei figli, ma non sposarsi. Almeno finché desiderano lavorare come geisha. Molte tra loro ad un certo punto si innamorano e abbandonano la professione, per coniugarsi con l’amato.

Altre invece non la lasciano mai. Il 6 agosto 2007 Sotori ha compiuto 18 anni, è ancora troppo giovane per pensare al matrimonio. L’unico suo desiderio, in questo momento, è completare gli studi da maiko. Non sarà semplice riuscire ad arrivare fino in fondo, quindi è concentrata solo su questo.

Come viene vissuto il sesso in Giappone?
A questo proposito dobbiamo parlare meglio del Mizuage.
La madre dell’okami di Sotori è stata costretta a sottoporsi a questo rito cerimoniale per poter diventare una vera geisha. Il responsabile della cerimonia si comportava con la maiko come un fuco con l’ape regina: dopo aver espletato la sua funzione, non aveva più alcun legame con la fanciulla. Il Mizuage un tempo era un procedimento molto elaborato che si protraeva anche per sette giorni, quando il patrono vincitore desiderava aprirsi il varco nel corpo della maiko con le proprie dita, a poco a poco, molto lentamente, finché ella non era finalmente pronta per la penetrazione vera e propria. La okasan, oppure una delle geisha più esperte, preparava una camera adatta al rito e in essa collocava tre uova sul copriletto accanto al cuscino. Infine si ritirava in una stanza adiacente e da lì, ogni tanto, tossiva o si muoveva per rassicurare la maiko con la sua vigile presenza. L’uomo attendeva nella camera l’ingresso dell’apprendista e, al suo arrivo, la invitava a sdraiarsi: prima rompeva le uova e ingogliava i tuorli, poi strofinava gli albumi sulle cosce della fanciulla. E nel farlo pronunciava parole come: questo è il Mizuage, buonanotte mia cara … Poi spegneva la luce. La sera seguente la camera veniva preparata allo stesso modo e l’uomo si comportava nella medesima maniera: ogni volta però egli infilava le dita cosparse dello scivoloso albume un po’ più profondamente dentro di lei. Al termine della settimana rituale, la maiko si era abituata a questo procedimento ed era molto più rilassata. L’uomo a sua volta, rinvigorito dai sette tuorli d’uovo, poteva portare a termine il proprio compito senza ostacoli. Quindi egli spogliava la fanciulla della sua verginità, durante la notte ritenuta favorevole dall’indovino di fiducia. Solo dopo l’evento la maiko poteva cambiare il collare, dal rosso al bianco, e la pettinatura, dallo stile Wareshinobu all’Ofuku, divenendo una vera geisha e facendo il suo ingresso nell’età adulta.
Un tempo nessuna maiko poteva esimersene, se voleva che la sospirata metamorfosi in una geiko avesse luogo, per essere universalmente riconosciuta come tale nel karyukai. La verginità della giovane maiko veniva praticamente messa all’asta tra gli aspiranti acquirenti: ad ognuno dei pretendenti l’apprendista offriva un simbolico ekubo, un dolce di riso candido come la neve e con un evocativo cuore rosso al centro. In genere era la okasan a occuparsi di portare avanti l’asta, di sancire il vincitore e organizzare la relativa cerimonia: l’uomo che avrebbe avuto tale privilegio aveva una grande responsabilità. Non doveva quindi essere troppo giovane, un ragazzo sarebbe stato troppo rude! Al contrario doveva essere un gentiluomo molto anziano e molto ricco. La cifra pagata dal fortunato andava comunque all’okiya per sanare una parte del debito accumulato dalla fanciulla. Indubbiamente, un tempo, il sesso era semplice nel mondo delle geisha più anziane…
Una maiko era vergine e la sua iniziazione sessuale faceva parte della routine per diventare una vera geisha. Le ragazze giapponesi abitualmente mettono da parte i kimono dalle ampie maniche quando si sposano (cioè diventano adulte), le maiko lo fanno quando diventano geisha!
Un tempo, in entrambi i casi, il cambio nel tipo di kimono presupponeva l’acquisizione di una esperienza sessuale. Una geisha già in servizio e ancora vergine sarebbe stata inconcepibile quanto una ragazza già moglie e ancora illibata . Secondo molte okasan, ora la libertà di scelta della quale si gode ha confuso queste categorie ben definite. Una maiko di una nota okiya, una notte, è uscita di nascosto per incontrare il suo ragazzo e consumare con lui la sua prima notte… Un’altra geisha, molto famosa e apprezzata nel distretto di Kamishichiken, invece è ancora vergine… Tutto questo crea caos, secondo le okami più tradizionaliste, comunque io sono sicura che le giovani allieve siano felici di vivere come maiko oggi. Tutte le maiko sono liete che questo rito di passaggio non sia più in uso, perché altrimenti, tutte dovrebbero subirlo ancora. Nelle okiya quando si nomina (raramente) il Mizuage si intuisce sempre un lieve imbarazzo in alcune delle geiko più anziane, mentre le giovani ascoltano attentamente, ovviamente incuriosite.
Adesso le geisha (e le donne giapponesi in generale) hanno un maggiore controllo sulla propria sessualità rispetto al passato. Persino le geiko più anziane approvano pienamente che le loro figlie non debbano sottoporsi al Mizuage, ma questo implicitamente significa che le loro esperienze invece di essere ritenute un valido esempio per le più giovani verranno da loro scartate come feudali . Feudale è un termine usato, in Giappone, non solo con un significato storico/politico ma anche in riferimento a qualsiasi usanza considerata come fuori moda , obsoleta e non illuminata.
Dunque le geisha anziane parlano più liberamente di sesso quando le giovani non sono presenti… Temono di essere mal giudicate da parte loro, ma non è così!
Certamente loro non le giudichiamo per ciò che hanno vissuto, semplicemente sono liete di essere libere di scegliere con chi passare o non passare la prima notte e tutte le successive.

Ho letto che fare la geisha è un mestiere di lusso. Quanto guadagna una geisha? (ci puoi fare un paragone rispetto ad uno stipendio medio). Gli studi di una maiko ora sono molto costosi?
Sì, la formazione di una maiko è molto costosa e tutte le spese sono sostenute dalla okasan della okiya di appartenenza. Quando la maiko diviene una vera geiko e inizia a lavorare come tale, deve ripagare la sua geisha mother di tutte le suddette spese.
Una geisha apprezzata e stimata guadagna parecchio, anche se solo una parte della tariffa va a lei (il resto va agli intermediari della teahouse in cui lavora e della geisha house in cui vive). L’onorario varia secondo la fama e la bravura (la bellezza è un elemento secondario). Una geisha, per un’intera serata, riceve anche duemila o tremila euro. Non è poco ma le spese che deve sostenere sono ingenti. Comprare un kimono è molto costoso e loro devono indossare un tipo di kimono diverso ogni mese. Ciò significa che nell’armadio ce ne devono essere almeno tre, per ogni mese dell’anno: uno lo indossano, uno sarà in tintoria e l’altro è per le emergenze. Sono quindi trentasei kimono all’anno, e ogni kimono costa minimo dai diecimila ai quindicimila euro. E’ per questo che, generalmente, le geisha desiderano un mecenate. In Giappone esiste un registro delle geisha dove sono segnate quelle di città, che sono le uniche vere geisha. Il totale di queste è circa duemila. In tutto si arriva a cinquemila, contando anche le tremila onsen geisha (le apprendiste ). A Kyoto le geiko sono circa duecentotrenta, di cui cento sono maiko. Sul proprio sito l’associazione Ookini Zaidan fornisce la descrizione del complesso percorso che aspetta un’aspirante geisha. Le maiko vivono e lavorano in uno dei cinque kagai, o hanamachi, che erano un tempo i quartieri del piacere a Kyoto. I dati più vecchi attualmente consultabili parlano di 76 maiko a Kyoto nel 1965. A partire dal 1975 ce ne furono solo 28, e il dato si stabilizza di nuovo dopo il 1985, oscillando da 50 a 80 maiko. Fino al 1955 sembra che a Kyoto ci fossero più di 100 maiko, precisa Ito Osamu, un funzionario della Ookini Zaidan. Secondo l’associazione culturale l’interesse dei media per il mondo delle maiko è l’unico responsabile del recente aumento di aspiranti geisha.
Keiko, che ha 16 anni ed è di Osaka, è diventata la centesima maiko il 23 marzo 2008 quando si è svolta la cerimonia per il suo misedashi, con la quale è entrata ufficialmente in una esclusiva o-chaya ed è stata introdotta nel mondo delle geiko. “Sono molto felice”, ha detto Keiko. “Sognavo di diventare una maiko fin da quando ne vidi, per caso, una in televisione”. L’adolescente si è diplomata lo scorso anno alle scuole superiori. Ayano, 17 anni e nata a Tokyo, ha celebrato il suo misedashi il 6 marzo 2008, trovando informazioni su come diventare maiko in Internet dopo aver visto un famoso reality. Tokyo ha più o meno lo stesso numero di geisha rispetto a Kyoto. Vanishing world? No, sicuramente non scompariranno mai del tutto, ma la vera incognita sono i clienti perché molti dei più fedeli tra loro ora sono anziani. E anche essere un cliente è un’abilità e un mestiere.

Dunque nel 2008 c’è stato un boom di maiko grazie a Internet e alla televisione?
Navigare in Internet e guardare la televisione possono essere attività alquanto banali oppure esperienze che ti cambiano la vita, dipende da chi le sta facendo! L’Asahi Shimbun conferma che per un crescente numero di ragazze giapponesi Internet e TV sono stati determinanti nell’incoraggiarle a diventare maiko.
Per la prima volta in quarant’anni, nel 2008 il numero delle maiko, a Kyoto, è arrivato a quota cento, grazie al crescente aumento d’interesse verso la cultura tradizionale delle geisha di Kyoto. Le apprendiste geiko sono giunte qui da ogni parte del paese, dopo aver visto uno short drama di 15 minuti, che è in onda ogni mattina e racconta la vita di una maiko, e grazie anche ad alcuni eventi organizzati per promuovere il turismo nell’Antica Capitale.
Molte altre ragazze ne hanno voluto sapere di più dopo aver visitato il sito web della Kyoto Traditional Musical Art Foundation (Ookini Zaidan, ?????? ), il cui scopo è quello di tramandare alle nuove generazioni la musica e la danza tradizionali.
Il sito della Ookini Zaidan riporta dieci condizioni che un’aspirante maiko deve tenere sempre in mente e che sono requisiti necessari per intraprendere questo mestiere:

1. Maiko is an apprentice of professional female entertainer
It is not an ordinary job. Maiko is an apprentice who wish to be full hedge entertainer.

2. The age must be between 15 and 17
It is too late to start the training period when you finish high school (18 years old). The best timing is 15 years old.

3. The height should be shorter than 160 cm
A maiko should not be too tall. When you wear okobo (high wooden shoes), it will add another 10 cm on your height.

4. The weight must be over 43 kg
Because the maiko costume is really heavy, you have to be over 43 kg .

5. Parents’ consent
Because you are under 20, you need the permission from your parents to be a maiko.

6. Fondness to traditional Japanese entertainment
You don’t have to have an experience, but it is important that you have a sense of sound.

7. Fondness to Japanese life style
Everything is Japanese style: kimono, tea ceremony, flowers arrangement, ozashiki (Japanese room) manner and you have to use high wooden pillow when you go to bed. Therefore you must love Japanese style living.

8. Overwhelming patience
While you are in shikomi period (pre-training before maiko), everything must be learned: manners, washing, cleaning, shopping, other trivial things in the life and what is the most important is to learn how to speak Kyoto dialect.

9. No monthly tuition fee required
You don’t have to pay for anything. Everything including living expense, lesson fee, etc. are responsible for okiya.

10. Training period
Including shikomi (pre-training before maiko) and disciple period, you have to expect to spend 4-5 years as a maiko.

These are 10 necessary conditions to be a maiko, and of course this is not everything. Another important point is if you can make a good relationship with your elder maiko and geiko. The okasan (the manager) will strictly watch you while you are in training…

Il motto della Ookini Zaidan non lascia dubbi:

O – Otagai ni (each other)

O – Omoiyari (to respect others)

Ki – Kikubari shite (to be sensitive to others’ feelings)

Ni – Nikoya Ni (with smile)

Una maiko è, in genere, molto giovane: cosa spera per il suo futuro? 
Amore, solo questo desidera. E ora sa dove trovarlo. Sa perfettamente chi vuole essere: una geisha.
Sensuale e perfetta, assoluta padrona dell’arte d’amare se stessa. Ambisce a raggiungere la perfezione dell’Iki, null’altro vuole con eguale intensità. Una geisha custodisce la propria arte dentro se stessa e, poiché il suo corpo rappresenta tale arte, la sua vita è preservata. E’ questo il potere dell’Iki: l’eterna salvezza per l’anima di ognuna di loro.

 

Recensione Kathmandu. Lezioni di tenebre

Dal sito “Centro studi Darsana ” del 28/5/2013

Kathmandu. Lezioni di tenebre: un libro e della musica dedicata ad una metropoli dell’abisso

Esistono luoghi che si predispongono per loro natura a essere narrati, a essere descritti secondo un ordine possibile, in cui gli elementi che compongono questo stesso spazio si lasciano afferrare, osservare e disporre secondo una mappa percepibile e comprensibile.
Questo accade a spazi naturali, a territori decifrabili, a città, a metropoli. Quando però questo luogo ha il nome di Kathmandu, allora questa possibilità sembra improvvisamente vanificarsi. E questo perché Kathmandu, la metropoli himalayana capitale del Nepal, non è una semplice città. È una stratificazione densa, uno specchio rotto costituito da frammenti irregolari quanto taglienti, appartenenti a epoche e retaggi differenti tra loro e spesso incapaci di combaciare e dialogare.
Nel nostro contemporaneo mondo occidentale, Kathmandu, per decenni, è stata ben più che una remota metropoli himalayana. È stata piuttosto una meta, un miraggio, una possibile linea di fuga costantemente collocata tra tangibilità e pura surrealtà. La quintessenza dell’immaginario di una generazione che proiettava nell’Oriente distante una dimensione di evasione vagamente plausibile, di fuga e di reinnesto, un’alternativa rispetto al ciancicato involucro culturale europeo e nordamericano. Una vera Shangri – La. Un sogno posatosi come per miracolo su uno splendido altopiano himalayano intarsiato di fiumi e di vegetazione lussureggiante, incastonato dalle scintillanti vette himalayane. Il miracolo splendido, quanto effimero, della brina primaverile

Questa la Kathmandu degli Figli dei Fiori e quella in parte di Cat Stevens celebrata con le parole della sua famosa canzone: … Katmandu, I’ll soon be seeing you and your strange – bewildering time will hold me down.. . Una città che è dunque, prima di ogni altra cosa, una meta interiore e che, come una pentola forata, partendo dagli anni ’70, è passata di mano in mano, di generazioni in generazione, diventando un oggetto disorientato e affievolito. Un riverbero allucinato, un caleidoscopio acido vissuto sul filo di una percezione in caduta libera verso il senza fondo.
Nel suo essere metropoli questa distante realtà himalayana non è mai stata tuttavia soltanto uno spazio reale. Crogiolo di culture e cerniera invisibile tra la civiltà sino-tibetana e quello indo-nepalese, le sue origini hanno connotati divini. Sorta ai piedi della sacra collina dimora di Swayambhunath, il forte e sfolgorante dio autogeneratosi, Kathmandu è declamata nell’antichità come il luogo dove “gli dèi sono più numerosi degli uomini e i templi più copiosi delle abitazioni”. Città sacra dedicata alla dèa Durga, Kathmandu viene edificata secondo un piano urbanistico simbolico che riproduce il disegno di una enorme spada, l’emblema stesso della potente dèa indù. Culla della ricchissima civiltà Newar, Kathmandu diventa nei secoli un potente centro gravitazionale e di scambio ove culture si incontrano dialogando per dar forma a splendide espressioni e sintesi nel campo artistico, spirituale, filosofico e letterario. La spiritualità tantrica, naturalmente predisposta alla sperimentazione estrema e al trascendimento della norma formale, trova in questa stessa realtà il luogo più congeniale per nidificare e sbocciare. A coronamento di tutto ciò un monarca intriso di fasti e connotati sacri. Un re venerato come un avatar terreno del dio hindu Vishnu, il regolatore dell’universo. Al suo fianco una regina anch’essa divina, incarnazione terrestre di Lakshmi, la potente dea della fortuna e dell’abbondanza.

Come un universo sigillatosi per scelta entro un proprio lento, lentissimo corso storico, Kathmandu apre le porte agli europei e all’occidente solo all’inizio degli anni ’50. Quello che, all’epoca, era soltanto un foro da cui guardare il mondo di fuori, si trasforma nei decenni a seguire in una falla. La falla si fa largo e l’occidente dilaga. Il turismo stesso inonda Kathmandu invadendo gli stretti e umidi vicoli della città, serpeggiando tra le sue stesse pagode.
A partire dalla metà degli anni ‘80 la città si trasforma rapidamente. La popolazione aumenta, i bisogni crescono. Kathmandu si espande, assorbe nuovi flussi di popolazione diventando una vera metropoli, con tutti i disagi e i contrasti tipici di una megalopoli dell’Asia meridionale. Il vecchio, il mondo tradizionale comincia lentamente a recedere, a implodere, a farsi sempre più invisibile. L’antico si perde nel nuovo, nel cemento malamente armato che sale verticale verso l’alto in una spinta che rimane tuttavia quasi sempre incompiuta.Con la fine degli anni ’80 i primi venti di democrazia cominciano ad avvertirsi nell’aria. Kathmandu diventa allora il teatro dei primi sanguinosi scontri civili tra popolo ed esercito. Il monarca, nonostante la presenza di un parlamento che ne limita le prerogative, ha il polso forte e non vacilla. Non trascorrono molti anni ed ecco che in Nepal, la lotta popolare prende la forma della guerriglia maoista. È l’epoca dello scempio durante il quale, un numero incalcolabile di gente di campagna, terrorizzata dalle terribili violenze perpetuate dalle sedicenti milizie maoiste, si riversa nella Valle di Kathmandu cercando di insediarsi e trovare migliori condizioni di vita. Come già in passato, Kathmandu assorbe. Assorbe sino a gonfiarsi. Sino a crepare. Alla fine, esausta, la città ha un cedimento: quella che si vede dal finestrino di un aereo all’inizio del 2000 non è più una città: è un immenso quanto denso accartocciamento di abitazioni in cui, di tanto in tanto, è dato di notare qualche misero campo verde strozzato dall’avanzata della carne umana e dalla pressione smisurata del cemento.L’aprile 2006 è l’anno della grande guerra civile. Morti su morti. Davanti agli occhi dei rari e sparuti occidentali che, come me, in quei giorni stavano lì a lavorare per dare testimonianza al mondo di fuori come fotografi e reporter, si para lo spettacolo di un mondo autenticamente allo sbando, addentato dalla violenza cieca. Passa qualche mese e il popolo, in apparenza soltanto, sembra vincere. Il re, nonostante le infinite reticenze tipiche del caso, è scardinato dal suo secolare trono e tirato giù. È la democrazia. Non proprio la democrazia: la democrazia Nepali style .In poco la città che, ormai sembra essersi messa in moto irrefrenabile verso la contemporaneità, diventa una bestia ansiosa e affamata. Il desiderio frustrato di lambire un occidente tenuto a bada per tanto tempo si trasforma in un grande ululato che si spande nell’aria invadendo le orecchie di chiunque, grandi e piccoli. I vecchi, quelli che restano, si fanno da parte scuotendo la testa. La grande marcia è partita. Nessuno vuole più stare fuori. E Kathmandu avanza: è la metropoli di oggi ancora bestia, ancora ululante fra i rottami di sé e le spoglie del proprio glorioso passato.A questa città dove ho vissuto e che conosco da ormai quasi venticinque anni, ho da poco dedicato un libro. Si tratta di un’opera letteraria fatta di frammenti di diario, di poesie, di pensieri, di allucinazioni e di molte immagini fotografiche in bianco e nero raccolte come precipitato autentico del mio star lungo lì. Del mio lungo, quanto ininterrotto e mai definitivo, dialogo con quel luogo.

Non unicamente un libro. Direi piuttosto di una catabasi, fatta di parole e immagini poste sull’orlo di un precipizio, capace di condurre nei meandri di questo remoto luogo, che è simultaneamente spazio reale e inviolato recesso dell’anima. Non solo un territorio abitato dunque, non solo storie strappate a un universo in feroce trasformazione. Soprattutto un’insieme di atmosfere che narrano di una città in pelle viva e di come questo stesso universo urlante possa talvolta riservare barlumi di autentica luce e di indicibile bellezza.Il volume Kathmandu, alle parole e alle immagini aggiunge anche dei suoni. O meglio della musica. Ecco quindi che l’opera è integrata da un CD musicale ispirato ai testi presenti nel libro e creato grazie alle composizioni musicali di Roberto Passuti con cui da anni abbiamo creato una specifica formazione musicale, Stenopeica, e un’omonima etichetta indipendente. Con Roberto Passuti condivido la passione di dar vita a oggetti sonori sperimentali, attingendo al ricco archivio di musiche e suoni che ho messo assieme negli ultimi quindici anni e arricchendolo di sonorità melodiche ed elettroniche. I brani musicali sono stati interpretati artisticamente dalle potenti voci di Franco Battiato, Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti, artisti che da anni collaborano alle nostre produzioni musicali e audiovisive offendo il loro prezioso contributo vocale e sonoro e sposando la nostra idea di trasportare artisticamente affilate testimonianze di realtà da luoghi tra loro remoti.
Questa l’opera: un tributo fatto di molteplici linguaggi offerto a una città che splende di una luce satura, sospesa e obliqua. Quelle che, di solito, annuncia un’eclissi.

Recensioni Corpo eretico

Il Messaggero del 7/06/2008

Il corpo eretico, un libro sul fondatore del butoh
di Donatella Bertozzi

Dedicato al butoh e al più misterioso dei suoi padri fondatori, Tatsumi Hijikata, esce in questi giorni presso l’editore CasadeiLibri un testo prezioso, Il corpo eretico, curato da Maria Pia D’Orazi, la nostra maggiore studiosa del fenomeno butoh (già autrice di un volume su Kazuo Ono). Hijikata, scomparso a soli cinquantotto anni nel 1986, fu un danzatore costantemente in rivolta, osceno e provocatore, ispirato da Genet e Artaud, ma anche marito e padre di due figlie che lo ricordano come un genitore presente e affettuoso.
Il testo della D’Orazi, pensato in un primo momento come sintetico libretto di accompagnamento ad un ampio documentario sul butoh da lei girato in Giappone circa dieci anni fa (allegato al volume in formato DVD) è una densa indagine sulla vita, il pensiero e l’opera di Hijikata (la prima di questo spessore in italiano) oltre che una raccolta preziosa di testimonianze – per la prima volta disponibili nella nostra lingua – rese da personalità vicine allo stesso Hijikata e da numerosi artisti del butoh.
Una delle testimonianze più ampie è quella di Akira Kasai, che vi condensa anche gran parte della sua personale e originale filosofia. Una selezionata bibliografia contribuisce a fare del testo un’ottima risorsa per studenti, studiosi e appassionati.

 

Il Riformista del 9/08/2008

Il corpo eretico in Giappone
di Anna Mazzone

Non possiamo non pensare a Nietzche e ad Heidegger, al loro senso di “abitare poeticamente il mondo” mentre scorrono le immagini del dvd di Maria Pia D’Orazi allegato a “Il Corpo eretico”, omaggio alle opere e all’anarchia rivoluzionaria (o forse sarebbe meglio dire ri-evoluzionaria) del grande maestro della danza But, Tatsumi Hijikata, fonte di ispirazione di tutta l’avanguardia del teatro giapponese. “Il Corpo eretico” coniuga insieme parole e immagini documentaristiche che ricostruiscono il progetto artistico di Hijikata e lo attualizzano, in un’epoca che ha fatto del corpo la sua ossessione, nel bene e nel male. Proprio su questi termini, all’alternanza della luce e dell’ombra, sulle viscere oscure della terra sulle quali poggiano saldamente i piedi e sulla punta dlla testa, attraverso la quale siamo collegati direttamente al cielo, gioca l’intera ricerca dell’Ankoku But, la danza delle tenebre della quale Hijikata è stato indiscusso imperatore. La eco delle danze sufi alla quali ci ha assuefatto Gurdjieff si incarnano con lui nella più pura tradizione giapponese e la superano, per narrare in maniera sofferta la condizione del corpo nella società dei consumi e della cultura globale.

Il senso originale della danza But è movimento, inteso come vita, è qualcosa che emerge dal profondo. Una vera e propria ricerca spirituale che si materializza nella carne in movimento e che non ha bisogno di parole, ma vive di gesti, di spostamenti aerobici, di volti che si aprono e si chiudono a seconda di quello che vedono vivono. Per Hijikata, la danza But? “È un cadavere che si alza in piedi con un disperato desiderio di vita”, è la morte che viene sconfitta dalla resurrezione di Cristo che si fa uomo e incarna lo spirito più puro dell’intero universo, mettendo al centro la fisicità, quel corpo martoriato e avvolto dal senso del peccato, opprimente come un sudario, che la nostra società vive essenzialmente come uno strumento inferiore, ma non come Verità. Ecco perché “eretico”, perché è pura eresia quella espressa dalla danza anarchica di Hijikata e dalle movenze che tratteggiano sul palcoscenico un corpo totale, un’anima radicata nella carne, appunto, come un vero e proprio Cristo risorto.
L’esperienza è un fenomeno corporeo e Maria Pia D’Orazi la racconta come una giornalista attenta e come una danzatrice di tutta una vita. Con rigore e poesia, attraverso le pieghe sottili che ci traghettano dalla morte alla vita e viceversa, seguendo il principio dell’alchimia – come in alto così in basso e viceversa sia – ci si muove nel saggio “danzante” arricchito dalle splendide fotografie di Emilio D’Itri e Massimo Finzi, che fissano il movimento nello spazio, liberandolo e dilatandolo nel tempo e, dunque rendendolo profondamente e autenticamente eterno. Le immagini dei corpi nudi danzanti colpiscono gli occhi come icone sacre, davanti alle quali si prova un impulso irrefrenabile a inginocchiarsi, a pregare persino. È questa l’incredibile magia del But? che la D’Orazi riesce sapientemente ad afferrare e a trasmettere anche ai profani agli atei di questa incredibile rappresentazione ed esperienza artistica.

Il Foglio del 31 Maggio 2008

Foglio

 

 

 

Da Blue, marzo 2009

di Antonio Veneziani

Il corpo eretico è un libro sconvolgente. Un documento arturiano di enorme potenza. Crudele fino allo spasimo e dolce più del miele. Parole e foto si inseguono e si scontrano per confondersi poi in un progetto etico e antiepico, un progetto di insurrezione fisica, quello di Tatsumi Hijikata (1928-1986) fondatore e santone della danza buto.
La danza delle tenebre viene così raccontata e stigmatizzata dal suo mentore: «Tutto il potere della morale civilizzata, mano nella mano col sistema d’economia capitalista e le sue istituzioni politiche, si oppone ferocemente all’uso del corpo semplicemente come fine, mezzo e strumento di piacere.
In una società orientata sulla produzione, l’uso del corpo senza scopo, che io chiamo danza buto, è un nemico mortale che deve essere tabù».
Il corpo eretico è un inno alla spiritualità della carne e alla sua santificazione. Un’operazione oscena e violenta, e al tempo stesso pura e mite come lo fu la vita di Hijikata. Il corpo eretico non lascia indifferenti, lo si ama o lo si detesta. Resta comunque un documento con cui fare i conti.

Recensioni L’altra guerra del Kosovo

Recensione Massimo Cacciari

Sole 24 Ore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Manifesto

Appello: Salvare i monasteri per salvare la multietnicità

Dal monastero di Decani: «Chi ci protegge? Le chiese, l’arte, la storia e l’intera cultura ortodossa sono ormai a rischio» di T. D. F.

Una folla assalta e incendia il monastero ortodosso di S. Elia a Podujevo, poi tutti applaudono. Sono le immagini feroci del 17 marzo 2004 quando si scatenò la furia della contropulizia etnica albanese contro i pochi serbi rimasti in Kosovo che aveva preso inizio nel giugno del 1999 appena erano entrati i primi soldati della Nato. Nel marzo 2004 vennero uccise 19 persone e distrutti 35 tra chiese e monasteri, in soli tre giorni.
«Non c’è futuro»
E’ l’inizio del prezioso documentario «Enclave Kosovo» della regista Elisabetta Valgiusti della campagna “Salvaimonasteri” (www.salvaimonasteri.org) uscito solo due anni fa. Impietosa, la macchina da ripresa raggiunge i profughi serbi nella palestra di Obilic dove vivono ancora adesso; a parlare è un bambino che ripete: «Voglio dire che noi non siamo al sicuro, io voglio tornare a casa». Da Kosovska Mitrovica, dove vive ancora adesso, parla il rappresentante Oliver Ivanovic: «Per noi non c’è futuro, la disoccupazione è al 65%, ci viene impedito ogni sbocco». Poi le immagini si attardano sulle macerie del monastero di Devic raso al suolo nel marzo 2004 e sulle mura annerite che hanno cancellato le volte affrescate della chiesa Madre di Dio di Ljeviska. «Ci hanno attaccato in tremila – racconta un testimone – allora siamo stati scortati nella sede parrocchiale dalla Kfor e loro hanno cominciato a buttare spugne imbevute di nafta, poteva essere una strage». Ecco il legame indissolubile tra presenza umana, quella della minoranza serba e insediamenti ortodossi. Senza monasteri, addio serbi. Solo la pittura, gli affreschi, l’architettura dei monasteri era il collegamento tra arte bizantina, arte romano gotica e area slava, tra oriente e occidente. Un anello mancante, ricordava nel documentario Massimo Cacciari.
Certo, l’amministrazione dell’Onu-Unmik ha pesanti responsabilità: in particolare con la gestione Kouchner il Kosovo è stato di fatto avviato verso una improbabile quanto illeggittima indipendenza, non contemplata nella risoluzione 1244 con cui l’Onu ha fatto propria la pace di Kumanovo del luglio 1999. Tranquilli però: ora il nostro contingente difende le enclave serbe. Ma non erano i «nemici»? Indimenticabili le parole del colonnello Castellano, che comandava nel marzo 2004 i paracadutisti italiani della zona «I serbi non hanno possibilità di movimento, nemmeno tra una enclave e l’altra». Ora il Kosovo è un mostro giuridico, un protettorato militare all’infinito, zona franca delle mafie internazionali, pronto all’indipendenza, cavalcata sia dagli Stati uniti sia da buona parte della comunità internazionale come conclusione etnica della «guerra umanitaria».
Il fatto è che tutti hanno taciuto perchè in Kosovo «è sempre stato marzo ed è durato per tutti gli anni di amministrazione Unmik», ha spesso ricordato Ennio Remondino. Non c’è solo da restaurare. I monasteri di Decani, Gracanica e Pec ancora non sono stati distrutti. La salvaguardia della loro integrità, non come difesa delle radici cristiane d’Europa – vogliamo forse un’altra guerra di religione, «umanitaria», stavolta contro i cattivi di turno, gli improbabili musulmani albanesi? -, ma come difesa degli insediamenti umani multietnici, può essere un obiettivo nuovo, se esiste tanta coscienza diffusa del disastro provocato dalla Nato che poteva essere evitato.
Una soluzione monoetnica?
A partire dal giudizio sul voto referendario costituzionale di oggi e domani indetto da Belgrado, dopo il sì del parlamento, per confermare, contro le intenzioni della comunità internazionale che vuole la regione indipendente in chiave monoetnica, che «il Kosovo è parte irrinnciabile della Serbia». E al quale la maggior parte dei serbi, cacciati dal Kosovo, parteciperà e che invece Pristina e Washington vedono già come «inizio» di un nuovo conflitto con Belgrado, dove però non c’è più l’odiato Milosevic, ma i leader moderati Kostunica e Tadic. Da monastero di Decani arriva in questi giorni l’appello-allarme di padre Teodosjie: «Rischiamo la distruzione di tutta la storia ortodossa». Come l’allarme di Padre Sava contenuto nel libro curato da Luana Zanella, «L’altra guerra del Kosovo» (ed. CasadeiLibri 2005)che, alla domanda su come vivano i serbi ora in Kosovo rispondeva: «Sono un popolo esposto alla distruzione, sia fisica, che spirituale. A rischio estinzione. La nostra tragedia continuerà finché la comunità internazionale tollererà la violenza etnica e la costruzione di una società albanese monoetnica».

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Il Gazzettino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sullo sfondo di un conflitto secolare ancora drammaticamente irrisolto nel cuore dell’Europa, in quei Balcani che per caratteristiche geografiche, culturali e religiose sono sempre stati “terra di passaggio”, di scambio, di incontro e scontro tra Oriente e Occidente, questo pregevole saggio, a più voci, affronta il tema, cruciale per la cultura europea, della salvaguardia del patrimonio storico, architettonico, monumentale serbo ortodosso, in Kosovo, a rischio di distruzione, nonostante la presenza della forza multinazionale “di pace” in quell’area dove la popolazione serba vive nelle enclaves e la convivenza con gli albanesi sembra ancora una chimera.
Il volume offre uno sguardo d’insieme sull’arte grandiosa di questo Paese, sulle sue chiese e i suoi monasteri, centri culturali, religiosi, ma anche politici e simbolici, per conoscere ciò che abbiamo irrimediabilmente perduto e ciò che è ancora possibile, e indispensabile, salvare.
Luana Zanella introduce e cura la pubblicazione. Deputata, attenta e impegnata anche attraverso specifiche missioni sul fronte delle aree interessate dalle guerre contemporanee, ha promosso iniziative parlamentari e politico-culturali (con il filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari, in collaborazione con l’Associazione “Salva i Monasteri”) per far conoscere il patrimonio artistico, storico e religioso della cristianità serbo-ortodossa in Kosovo, e promuovere nel dopoguerra, a fronte dell’avvenuta distruzione, la salvaguardia di testimonianze di altissimo valore, e spingere lo Stato italiano ad assumere adeguata responsabilità.
Nel testo, sono raccolti saggi di: Alessandro Bianchi, storico dell’Arte, direttore dell’Istituto centrale per il restauro, Ministero per i beni e le attività culturali; Andrea Catone, scrittore, insegnante, ricercatore, presidente dell’associazione “Un ponte per Belgrado in terra di Bari”, attento osservatore degli sviluppi e contraddizioni dell’attuale dopoguerra in Kosovo e nei Balcani; Rosa D’Amico, storica dell’arte della Soprintendenza per il patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico di Bologna, da anni si dedica allo scambio culturale con la Serbia. Di grande significato la mostra da lei organizzata “Tra le due sponde dell’Adriatico. La pittura nella Serbia del XIII secolo e l’Italia”, presentata a Bologna, Ferrara, Bari e Venezia, tra il 1999 e il 2000, per porre il problema della tutela dei beni artistici in tempo di guerra. Numerose pubblicazioni sul Medioevo serbo e i grandi cicli dei monasteri del 1200; Renato D’Antiga, autore di molti testi sulla tradizione greco-ortodossa, tra cui “Gregorio Palamas e l’Esicasmo”, “Luci dal Monte Athos” e “Guida alla Venezia Bizantina”, propone qui una sintesi della storia della chiesa serbo-ortodossa in Kosovo; Tommaso Di Francesco, poeta, scrittore e giornalista, più volte inviato nei Balcani, è caporedattore del quotidiano “il manfesto”; Valentino Pace, docente dell’Università degli studi di Udine, esperto di arte medievale italiana e bizantina, con incarichi presso varie università italiane e straniere. Membro dell’Accademia di scienze e lettere di Oslo. Ha pubblicato “Campania romanica” (Milano, 1997), “Arte a Roma nel Medioevo” (Napoli, 2000); Daniele Senzanonna, ricercatore.
“Questo libro collettivo curato da Luana Zanella – si legge nella Prefazione di Massimo Cacciari – è molto più che un documento sugli attuali conflitti che insanguinano il Kosovo, nel contesto della grande, nuova crisi balcanica, di fronte a cui la costruzione politica europea ha dimostrato tutta la sua debolezza. Esso aiuta a capire tutta la storia della Regione, e non solo sotto il profilo politico, ma anche e soprattutto culturale, artistico e spirituale. Esso aiuta a capire la ‘profondità’ delle recenti tragedie, come la loro radice, debba essere cercata indietro nel tempo, negli strati che potevano apparire sommersi dell’anima di quei popoli. Nessuna facile ‘rimozione’ di tali motivi potrà mai produrre accordi, e tanto meno una pace duratura. E’ necessario, anche in questo caso, per così dire, guardare in faccia tutto l’inferno della storia, le sue immense catastrofi, gli odi che la percorrono, le sofferenze che produce. Soltanto risalendo da tale inferno si potrà sperare di giungere a rivedere la luce”.

 

 

Recensioni Il regno di Giano

Da Libero del 28/5/2010

Giardini e boschetti sacri nell’antico regno di Giano
di Emilio Rivolta

Un viaggio incantato, arcano, fiabesco. È quello che intraprende il lettore e osservatore del ricco volume Il regno di Giano – Boschi sacri, chiostri, giardini a Roma e nel Lazio ( Casadeilibri Editore, pp. 204, s.i.p, con illustrazioni a colori). Un’opera densa di riferimenti e di “incroci magici”, che hanno per cornice alberi e boschi sacri. L’itinerario inizia dal Gianicolo, la collina di Giano, dove la leggenda vuole sia sorta la prima città del Lazio, a opera di quel Giano che gli antichi raffigurarono con due teste, l’una rivolta al passato, l’altra al futuro, l’una a Occidente, l’altra a Oriente. Nove gli autori dei testi: Lorenzo Casadei, Alain Daniélou, Renato D’ANtiga, Francesco Maria Fonte Basso, Loretta Gratani, Paola Lanzara, Paola Di Silvio, Beatrice Testini, Massimo Vidale. E sette i fotografi: Federica Aghadian, Ferdinando Armati, Andrea Bonito, Giulia Delle Cave, Salvatore Fosci, Mario Ventura, Luciano Proietti. Il tutto curato da Lorenzo Casadei.
Si esordisce proprio con i boschi sacri, i luci, che nella civiltà romana impongono un particolare atteggiamento di venerazione, poiché connettono la divinità con la natura. Il culto di Giano affonda le radici nella tradizione etrusca. Paradossalmente, sul Gianicolo non si trovano vestigia di Giano, ma la tomba di Numa Pompilio, re di Roma, che ne istituì il culto, sorgeva accanto all’Ara Fonti, un sacello dedicato al figlio di Giano, Fons, dio delle fonti.
In compenso l’iconografia su Giano è vastissima, e riguarda Gli affreschi un tempo a Villa Lante (sul Gianicolo), ora dislocati altrove, un ritratto a stucco nella sessa villa, l’arco di Giano quadrifonte al Velabro, monete, sarcofagi di età imperiale, cartigli e così via, per non parlare dell’Erma di Giano, uno dei più bei pezzi dei Musei vaticani. Il volume prosegue con i megaliti d’Etruria, nella Tuscia viterbese, dove tra boschi e noccioleti sorgono altari e monumenti rupestri che la durezza della roccia ha conservato fino a noi. Molti conosceranno già il giardino delle meraviglie di Bomarzo. Qui alcuni scatti colgono scorci tra imeno conosciuti e visitati, come la sorprendente “Piramide”, forse un altare, così chiamato per la somiglianza con le piramidi azteche. Altrettanto misteriose le “cup – pelle” del parco dei Mostri: riferimenti per i contadini, mappe stellari o altari per i sacrifici? E come spiegare i riferimenti tra il testo quattrocentesco Il Sogno di Polifilo e il grande classico della letteratura cinese Il Sogno della Camera Rossa, del Settecento? Il saggio di Testini e Fonte Basso ne chiarisce le possibili relazioni.
L’opera comprende infine i fiabeschi giardini sospesi del castello Ruspoli di Vignanello, gli spettacolari “claustri” laziali (vedi quello di San Paolo fuori le mura) e un tour degli alberi monumentali,come il Ginkgo biloba all’Orto Botanico di Roma o la strabiliante Cupressus arizonica a Villa Pamphilj. Come scrisse Tagore, «gli alberi sono lo sforzo infinito della terra di parlare al cielo in ascolto».

Recensioni Il Giro del Mondo nel 1936

Il Mattino del 2/11/2007

Quando Daniélou ritrovò la sua anima nell’India di Tagore
di Francesca Bellino

Alain Daniélou considerava l’India la sua vera patria. Nato in Francia, a Losanna, il musicologo, ricercatore, scrittore, pittore, viaggiatore, uno dei più eminenti orientalisti contemporanei, dopo il suo approdo sulle rive del Gange non diceva più di essere un francese, ma «un indiano convertito all’induismo». Daniélou scopre l’India all’inizio degli anni ‘30, se ne innamora e sceglie di viverci. Naturalmente anche il giro del mondo che intraprende nel 1936 insieme all’amico fotografo Raymond Burnier è ricco di tappe indiane. I due, che decidono di percorrere il Paese in roulotte, il loro sguardo è curioso e affamato di conoscenza. Non si annoiano mai e quell’esperenza è raccontata nel libro Il giro del mondo nel 1936.
Daniélou per più di vent’anni vive a contatto con gli indiani, «pronto a fare tabula rasa della sua cultura». La prima persona che incontra è il poeta Rabindranath Tagore, la sua città diventa Benares dove vive dividendo il suo tempo tra l’attività di ricercatore all’Università, lo studio del Sancrito e dell’hindi – per lui lingue fondamentali per capire la cultura indiana – lo yoga e la scoperta delle canzoni tradizionali. Subito si converte all’induismo, un apparente paradosso per il figlio di una madre cattolica, un padre anticlericale e un fratello futuro cardinale. Il suo maestro gli da il nome di Shiva Sharami (il protetto di Shiva). Non si sente un guru, né un profeta, ma quando, nel 1958, torna in Europa, per lui «un Paese malato», il suo intento è far conoscere l’India tradizionale all’Occidente e far capire che l’induismo può portare un nuovo Rinascimento. Fino alla morte, 10 anni fa, solo l’Italia riuscirà a farlo sentire a casa.

recensione del Giro del mondo

 

Autocar di ottobre 2008

Indù vai?

Appassionato credente e studioso dell’induismo, l’orientalista e musicologo francese Alai Daniélou è stato anche un pioniere dei raid automobilistici. Come racconta in un libro di prossima pubblicazione
in occasione del centenario della sua nascita, vorrei dedicare questa pagina ad Alain Daniélou. Nato in Francia il 4 ottobre 1907 da madre fervente cattolica (aveva fondato anche un ordine religioso) e padre anticlericale bretone più volte ministro sotto governi socialisti, Alain trascorre l’infanzia in campagna con precettori, un’immane biblioteca e un pianoforte, scoprendo sin da allora la musica e la pittura.
Negli Stati Uniti per gli studi universitari vendeva i suoi quadri e suonava il piano durante la proiezione dei film muti. Ritornato in Francia studiò canto con Panzera, danza classica con Legat, il maestro del grande Nijinski, e infine composizione con Max d’Olonne. Diede dei recital e fece delle mostre.
Molto sportivo, Daniélou è stato campione di canoa e un abile pilota di auto da corsa. Nel 1932 compì un viaggio di esplorazione nel Pamir afgano e nel 1934 partecipò al raid automobilistico Parigi-Calcutta. Fu amico di Cocteau, Diaguilev, Stravinskij, Nabokov e dei principali intellettuali dell’epoca.
Dopo innumerevoli viaggi in Africa e in Oriente si stabilì in India, dove soggiornò dapprima presso il poeta Tagore che gli affidò l’incarico di curare i suoi rapporti con gli amici Paul Valéry, André Gide e Benedetto Croce, e lo nominò direttore della scuola di musica a Shantinketan.
Trasferitosi a Benares, scoprì la cultura tradizionale indiana e per vent’anni si dedicò allo studio della musica classica indiana presso i più grandi maestri. Collaborò anche alla fondazione di un partito politico, lo Janaz Sang, che propugnava la difesa della società indù contro le moderne idee occidentali in forte opposizione al Mahatma Gandhi. Dopo l’indipendenza dell’India fece ritorno in Europa e nel 1963 fondò a Berlino, e nel 1970 a Venezia, l’Istituto interculturale di Studi Musicali Comparati promuovendo la scoperta della musica d’arte asiatica nell’Occidente. Si è spento in Svizzera nel 1994 e, da buon indù, è stato cremato.
Nella sua autobiografia La via del Labirinto (ed Casadeilibri 2004) racconta con divertita ironia il disorientamento che provocava a conoscenti e visitatori della sua casa di Parigi quando interrompeva le sue riflessioni sull’induismo e sulla musica indiana, dicendo che aveva voglia di rilassarsi e scendeva in garage per guidare la sua sportiva preferita.

Di Alain Daniélou vogliamo suggerire Il Giro del Mondo nel 1936 in uscita in questi giorni per la Casadeilibri. Chiediamo a Jacques Cloarec, presidente della Fondazione Alain Daniélou, quale fosse il suo rapporto con le automobili: “All’inizio degli anni ’30 Alain Daniélou incontra lo svizzero Raymond Burnier, un giovane facoltoso col quale intraprende grandi spedizioni, il più delle volte in macchina. In particolare Daniélou ricorda, nell’autobiografia La Via del Labirinto , un avventuroso viaggio dall’Europa fino all’India. Sono entrambi giovani appassionati e per tutta la loro vita guideranno a forte velocità automobili molto potenti.
La prima è la Hispano-Suiza della quale Daniélou disegna la carrozzeria e che finirà abbandonata sui monti Carpazi, dove si era rifiutata di continuare il viaggio. Seguiranno delle Citroën a trazione anteriore, le auto dei gangster dell’epoca, poi una Matford, che vendettero all’attore Jean Marais quando andarono a vivere in India.
Qui fecero arrivare, per la prima volta, una roulotte da Los Angeles; sarà una spider Forda a trainarla durante le spedizioni nella giungla per fotografare i templi abbandonati.
Quando li incontrai nel 1962 Raymond Burnier era già definitivamente conquistato dalla Jaguar: ne acquisterà vari modelli fino alla sua prematura morte nel 1968. Daniélou ha, in questo periodo, una rara Austin-Healey cabrio 4 posti. Poi arriverà una grossa Jaguar e un’immensa Mercedes cabriolet, delle quali non fu mai troppo convinto.
Ma negli anni ’70 scoprimmo entrambi le Porche, diventandone degli appassionati che non avevano occhi per nessun’altra. Comprai inizialmente una 912 poi abbiamo posseduto le prime 911 Targa, alle quali siamo rimasti fedeli. Erano le macchine ideali per inerpicarsi sul S. Bernardo quando viaggiavamo da Roma a Parigi e sul Brennero quando andavamo da Venezia a Berlino. Epoca benedetta! Poche limitazioni alla velocità e traffico assai meno intenso. Daniélou aveva una guida assai nervosa e veloce.
Mi ricordo viaggi da Roma a Venezia in 4 ore, con punte di 230 km/h. La maggior parte delle persone che viaggiarono con lui ricordano quell’esperienza come una delle più paurose della loro vita.
Daniélou non ebbe mai incidenti gravi; ma durante gli anni ’80, quando i limiti di velocità si fecero più frequenti, smise di guidare, poiché si annoiava. La passione per le auto è un aspetto particolare della sua personalità, che sorprende i lettori dei suoi numerosi libri tradotti in italiano, poiché in apparente contrasto con la sua immagine di filosofo, saggio e sapiente”.