ARTE TRENTINA

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L’Italia dagli anni Cinquanta in poi vista attraverso l’obiettivo della fotografa Marcella Pedone

di Eleonora Dusatti

102 anni, 170 mila fotografie a colori complete di apparato didascalico, 9 mila metri di pellicola filmica 16 mm., sono solo alcuni dei numeri che appartengono alla storia della fotografa e cineoperatrice Marcella Pedone, nata a Roma il 27 aprile 1919 e attualmente residente a Corsico Milanese. Una donna di straordina- ria passione e intelligenza creativa la cui vicenda biografica e professiona- le la rende un unicum all’interno del panorama nazionale.

A lei è dedicato il volume, frutto di tre anni di studi e ricerca, “Il neorealismo di Marcella Pedone. Fotogra- fie e filmati di un viaggio identitario nei paesaggi di un’Italia perduta” (CasadeiLibri Editore, 2020) scritto a quattro mani da Mirco Melanco e Romina Zanon con il contributo di Simona Casonato, curatrice delle collezioni Media, ICT e Cultura Di- gitale del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Il prof. Mirco Melanco è docente universitario presso il Diparti-mento dei Beni Culturali dell’Università degli studi di Padova, regista di documentari e videoinstallazioni, saggista di storia e teoria del cinema; Romina Zanon è dottoranda di ricerca in Storia, Critica e Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli studi di Padova, artista visiva, saggista di fotografia, cinema e collaboratrice di Arte Trentina.

La loro ricerca si propone di ricostruire la biografia di Marcella Pedone, individuare ed analizzare le linee portanti del suo operato attraverso la selezione di circa 50 fotografie considerate rappresentative del lavoro svolto nel corso della sua carriera, e leggere la storia dell’Italia rurale e industriale a cavallo del boom economico. Sembra impossibile che un talento simile non sia stato incluso nella storia della fotografia, che il suo nome non sia annoverato fra gli autori che hanno segnato i lavori principali della fotografia italiana e del cinema documentario. Il libro nasce proprio per colmare queste evidenti lacune storiografiche che non hanno considerato l’operato di Marcella Pedone, la quale rappresenta invece una indiscutibile unicità anche per il coraggio dimostrato nell’affrontare un percorso di vita avventuroso contando unicamente sulle proprie forze.

Marcella Pedone discende da una solida famiglia dell’al ta borghesia imprenditoriale romana, sostenuta dai genitori intraprende una formazione di tipo umanistico a cui affianca gli studi di pianoforte e composizione al conservatorio; si iscrive alla Facoltà di Lingue presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con l’obiettivo di lavorare come interprete ma proprio in Germania, dove si reca per perfezionare la conoscenza della lingua tedesca, scopre la sua strada. A Norimberga nel 1952 acquista la sua prima macchina fotografica, una Rolleiflex 3,5 Tessar, e da qui prende il via la sua attività di fotografa e di viaggiatrice, già in parte iniziata dopo essere stata a Vienna un periodo di sei mesi, aver insegnato come maestra elementare per un paio d’anni in Libano e aver vissuto un anno a Londra, prima di approdare appunto in Germania. Inizia a praticare la fotografia come forma di conoscenza e scrittura etnografica volta alla comprensione reale della società italiana affidandosi esclusivamente al suo innato istinto artistico e musicale.

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La fotografia non costituisce mai per lei il primo approccio alla realtà, ma il risultato di esperienze di osservazione e conoscenza, per questo studia i luoghi che intende visitare e lo fa attrave rso fonti bibliografiche ed orali, ma anche soggiornando nei luoghi scelti e partecipando alle dinamiche umane delle persone che intende raffigurare. Nell’arco della sua lunga carriera ha costruito un archivio visivo di grande rilevanza che mostra i profondi mu- tamenti subiti da società e paesaggi nel periodo che va dal 1950 al 1990.

Ha dimostrato di possedere due qualità esclusive: rea- lizzare fotografie neorealiste a colori in decenni in cui la fotografia era esclusivamente in bianco e nero, e avere il coraggio e la capacità di viaggiare in solitaria su tutto il territorio italiano, prima in autostop, poi in auto con una tenda per dormire sistemata sul tetto e infine in caravan, lottando contro pregiudizi e stereotipi per svolgere un mestiere ritenuto all’epoca prettamente maschile. Basti pensare che arrivando in Molise con il suo caravan, un gruppo di donne vedendola alla guida le consigliarono di confessarsi ritenendo quel gesto maschile un peccato mortale. Ad un corso di fotografia a colori organizzato dalla Kodak in Germania nel 1965 fu l’unica donna a parteciparvi fra decine di uomini. Ha affrontato tutte le difficoltà incontrate sul suo cammino senza porsi mai dei limiti: dalle più alte cime delle montagne fin giù nelle profonde miniere, trascorrendo lunghi periodi con i contadini e i pescatori che si trovavano disorientati di fronte ad una donna così determinata e avventurosa. In più occasioni ha addirittura temuto per la propria vita: ca-

dendo nella camera della morte di una tonnara siciliana, rimanendo coinvolta in una sparatoria in Calabria a cui scampò rifugiandosi sotto un’automobile, e rischiando di essere uccisa per aver inconsapevolmente fotografato il corteo funebre di un pericoloso boss mafioso.

Dal nord al sud, dai pascoli delle montagne dolomitiche alle pianure dell’area veneto-lombarda, dalle colline um- bre e toscane al mare, anno dopo anno sono passati da- vanti al suo obiettivo gesti, volti, sguardi, paesaggi e culture, architetture civili e religiose, riti e feste, delineando il ritratto completo di un Paese in bilico tra arretratezza e modernità. Nella più assoluta libertà espressiva, priva di qualsiasi subordinazione agli scopi di un committente, Marcella con i suoi scatti offre uno sguardo inedito del nostro Paese dipingendo in modo rigoroso il ritratto di un’intera nazione nelle sue componenti paesaggistiche, sociali, economiche e folcloristiche.

I suoi viaggi non si sono limitati ai soli confini europei, ma si sono spinti fino a Usa, Giappone, Malesia, Singa- pore, Cina, Tunisia, Algeria, Thailandia fino agli albori del 2000 quando si ritira nella sua casa-studio, dove riprende la strada della musica e della poesia.

Da qui sabato 6 febbraio si è collegata con la trasmissione “FPmag talk – dialoghi sulla fotografia” a cura del direttore responsabile di FPmag Sandro Iovine, giornalista, critico e curatore, che le ha dedicato la prima puntata andata in onda sulla pagina Facebook del programma. Sono intervenuti gli autori del libro Mirco Melanco e Romina Zanon, insieme hanno illustrato la figura di Marcella Pedone e l’importanza che ha rivestito all’interno del panorama artistico italiano.

Per gentile concessione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Mila-

no, le loro parole sono state accompagnate dalle straor- dinarie fotografie di Marcella Pedone, donate dall’artista stessa nel 2017; alla Cineteca Italiana sono andati invece i video e un complesso di hardware fotografico e audio- visivo che consta di circa cento elementi fra macchine fotografiche, obiettivi e accessori vari, sistemi di proiezione fotografica e cinematografica, magnetofoni, pelli- cole. Nel 2020 Pedone ha aggiunto a questa collezione anche l’ultima delle proprie roulotte.

Si ha avuto così il privilegio di ascoltare dalla sua voce i racconti che stanno dietro ad alcuni dei suoi scatti: Vedova bianca a Erice, 1955.

“In una Erice poverissima, con le strade pavimentate alla romana, una vedova avvolta in uno scialle nero va in chiesa a consolarsi perché il marito è partito per la Germania per lavorare alla Volkswagen lasciando mo glie e figli a casa. Per un po’ di tempo si è fatto sentire, poi è sparito e non ha più fatto ritorno: si è sposato con un’altra donna ed ha avuto altri figli, senza dire nulla e contravvenendo alle leggi sociali e morali. La donna lo sapeva ma non l’ha denunciato, si è adattata alla sua vita di vedova bianca”. Verso la mattanza del tonno. Saluto al sole, Mazara del Vallo, 1965. “In Sicilia vicino a Tra- pani, allora il più importante porto peschereccio italiano, a 5 km dalla costa dove è stata installata la camera della morte per la pesca del tonno, gli uomini all’alba si tolgo- no il cappello per salutare ed onorare il sorgere del sole. Quale tecnica ho utilizzato? Ho colto l’attimo”.

I ricordi ed i sentimenti sono fluiti liberamente: “Ho vissuto la mia vita come l’unica strada percorribile che vedevo aperta davanti a me” – ha raccontato – “Non ho ragionato sulle conseguenze, su ciò che avrei affrontato, l’ho imboccata senza riflettere troppo. Forse questa era una vocazione, non avrei potuto vivere diversamente; non mi sono mai venduta per nessun prezzo e per nessu- na lusinga al mondo, ho fatto solo ciò che il mio istinto di purezza mi dettava. Non ho mai cercato la fama né il denaro, mi sono solo impegnata ad essere rigorosa nel lavoro che svolgevo”.

E poi ancora: “La mia vita è stata un’eruzione spontanea di qualcosa che avevo dentro ed è venuto fuori donan- dosi volentieri. La fotografia si presentava come una so- luzione di vita varia ed avventurosa. Il mio motto infatti era “ogni giorno qualcosa di nuovo” e questo ha fatto la fotografia, ha dato un senso ad ogni mio giorno. Mi meraviglio dell’apprezzamento che si fa intorno alle mie foto. Essendo abituata ai grandi capolavori della musica, non ho mai pensato che il mio lavoro fosse così impor- tante. Io vorrei poter dare ancora di più, ma ormai sono giunta alla fine del mio mandato sulla Terra, altrimenti mi farei in quattro per donare ancora”.

Le persone che hanno seguito la puntata si sono collegate non solo dall’Italia, ma addirittura dalla Thailandia e dalla California. Tutti hanno avuto parole di elogio e stima per Marcella Pedone, grande donna ed artista. Ascoltando i vari messaggi Marcella ha affermato di trovare conforto dopo una vita in cui non sono mancate le amarezze: “Non so dire che grazie, le ultime fasi della mia vita mi

danno delle consolazioni che non ho mai avuto prima”. Un ascoltatore ha lasciato un commento breve, ma signi- ficativo e profondo: “Hai migliorato il mondo, grazie”. A lui Marcella ha risposto: “Non lo sapevo, grazie. Colgo l’ultima splendida rosa della stagione”. E si è commossa.■

Nel numero 1 di ottobre 2019, Arte Trentina ha pubblicato l’articolo di Romina Zanon Marcella Pedone: viaggiatrice, fotografa e cineoperatrice. Viaggio nell’Italia dei mondi perduti tra antropologia, folklore e paesaggio incentrato sul nucleo di immagini scattate in Trentino Alto Adige.

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LA VAL

Il neorealismo di Marcella Pedone
di Mauro Pancheri
LA VAL (rivista trimestrale cartacea),
ANNO XLIX – 2021 GENNAIO – MARZO n. 1
Sfogliare un libro in un tempo dove tutto sembra passare attraverso il digitale è un piacere unico. Un libro lo senti in mano, ha un suo profumo, ha una presenza fisica e soprattutto non sparisce schiacciando un tasto.
Rimane lì su un tavolo o su uno scaffale e nel tempo diventa “memoria fisica”. Il volume che presentiamo ai lettori in un certo senso non ci è nuovo nel contenuto in quanto nell’estate di due anni fa, abbiamo avuto l’onore di ospitare in una serata del Centro Studi a Pellizzano la fotografa Marcella Pedone. Ora questa signora vive a Milano e va verso i 102 anni; un incredibile e fortunato traguardo di vita.
L’occasione ci è stata offerta
da Romina Zanon, membro della direzione del Centro Studi e coautrice con Mirco Melanco del volume “Il neorealismo di Marcella Pedone. Fotografie e filmati di un viaggio identitario nei paesaggi di un’Italia perduta” (Casadei Libri, 2020). Si tratta di un volume voluto dall’Università di Padova in collabo- razione con il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano che ripercorre l’attività di Marcella Pedone, sia come fotografa che come cineoperatrice. Si parla di una esperienza tutta femminile in un periodo stori- co dove questa professione era prettamente maschi- le. Non è un libro di sole fotografie, ma è corredato da un ampio apparato di analisi del contesto evolutivo riferito a un tratto di storia italiana che va dal 1950 al 1990. Le foto, comunque presenti nel testo, evidenziano una sensibilità non “mediata” ma diretta a raccontare dei momenti o delle situazioni sul campo e in molte occasioni senza astrazioni di sorta. Marcella Pedone ha viaggiato molto, è stata testimone di un passaggio epocale che ha portato il nostro paese a essere una nazione tecnologicamen- te evoluta da agricola com’era; un passaggio documentato da 170.000 scatti. Osservando con attenzione le immagini del libro si percepisce una forte volontà di riscatto del ruolo della donna, quasi una competizione con un fare maschile. A volte parrebbe lei stessa il soggetto ripreso in alcune foto, tanto è il suo coinvolgimento con la scena ripresa. Siamo felici che Romina e Mirco Melanco abbiano fatto questo lavoro minuzioso di ricostruzione delle circostanze di vita di Marcella Pedone dando il giusto risalto alla qualità del suo non facile lavoro di fotografa. Il suggerimento è di leggere questo libro e di tanto in tanto fermarsi per una sosta fra le parole a fissare una foto come si fa per osservare un paesaggio quando si per- corre un sentiero; in fondo un libro è un percorso dove il passo è scandito da parole in movimento da pagina a pagina. Una recensione non deve togliere l’effetto sorpresa della lettura; pertanto non vado oltre e vi suggerisco due foto che raccontano la fatica femminile: la prima numerata con il 23 nella sezione “Appendice iconografica II” dal titolo Le lavandaie del rifugio Pizzini – Frattola, Gran Zebrù, Gruppo Ortles Cevedale, 1970, la seconda con il numero 28 dal titolo Risa- ia, essicazione sull’aia, Lombardia, 1955. Sono due foto in due ambienti geografici diversi: la montagna e la pianura, l’aria fredda e la calura. È probabile che Marcella abbia voluto fissare nella prima fotografia la resilienza della donna e nella seconda la sua forza, ovvero due energie che raccontano il proprio tempo in un contesto identitario marcato da una vita non facile.

Marcella Pedone

Il neorealismo di Marcella Pedone. Fotografie e filmati di un viaggio identitario nei paesaggi di un’Italia perduta

Coverpedone

 

 

La vicenda biografica e professionale della fotografa e cineoperatrice  sperimentale Marcella Pedone (Roma 1919).

Attraverso un linguaggio fluido al confine tra istanze molteplici, l’artista scatta nel periodo 1950-1990 170.000 fotografie neorealiste a colori da lei donate al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano nel 2017 e gira circa 9.000 metri di pellicola documentaria in 16 mm. In anni dominati da canoni maschili, Pedone delinea, come forse nessun’altra fotografa della sua generazione, un atlante visivo della provincia italiana. Traduce in immagine il paesaggio antropico nell’articolata trama di relazioni culturali che ne costituiscono l’identità tra tradizione e progresso.

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Recensione La Val

Recensione ARTE TRENTINA

Todi. Il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

L’autrice mette in mostra anche alcuni scatti tratti dall’omonimo libro nello spazio “un Giappone” a Todi. Nel 2019 presentò una suggestiva mostra sul campione automobilistico brasiliano Ayrton Senna, a 25 anni dalla morte

Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, al Todi Festival la presentazione del volume della fotografa Paola Ghirotti

Nell’ambito del Todi Festival 2020, domenica 6 Settembre verrà presentato il volume Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, che continene le splendide immagini della fotografa Paola Ghirotti. Alcune di queste preziose immagini sono inoltre esposte sempre a Todi nel contesto della mostra “Jidai Matsuri 1990-2020” presso lo spazio “un Giappone” (info e prenotazioni calendarioungiappone@gmail.com).

Per trent’anni Ghirotti ha seguito personalmente il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, una delle tre feste più importanti della città di Kyoto, insieme all’Aoi Matsuri e al Gion Matsuri. Il festival ricorre ogni anno il 22 ottobre e permette la possibilità di ammirare i diversi abiti storici giapponesi che testimoniano le varie epoche, a partire dalla restaurazione Meiji (1868 – 1912) e a ritroso fino al periodo Heian (794 – 1191).

Nel 2019 Paola Ghirotti aveva presentato al Todi Festival la mostra fotgrafica “Alla velocità del cuore”, dedicata al grande campione automobilistico Ayrton Senna, del quale la fotografa ha saputo cogliere, seguendolo nel campionato del mondo di Formula Uno, sguardi, emozioni e pensieri inediti e profondi.

La presentazione del libro del 6 settembre si terrà al Palazzo del Vignola alle ore 17, è già possibile prenotare i posti presso la biglietteria del Todi Festival (Teatro comunale) o a qusto lilnk: https://www.todifestival.it/around-todi/incontro-paola-ghirotti

La mostra resterà invece aperta al pubblico fino al 27 settembre 2020.

Todi. Il Jidai Matsuri o “Festival delle ere” raccontato attraverso l’obiettivo di Paola Ghirotti (http://www.artemagazine.it)

l 6 settembre, in occasione del Todi Festival, la fotografa presenta il volume “Jidai Matsuri. Festival of Ages/1990-2020”. Dal 31 agosto al 27 settembre, alcuni scatti contenuti nel libro saranno in mostra presso lo spazio “un Giappone”

TODI – Il 31 agosto la fotografa Paola Ghirotti inaugura, presso lo spazio “un Giappone” a Todi,  la mostra “Jidai Matsuri 1990-2020”, nella quale sono esposte una serie di splendide immagini tratte dall’omonimo libro, che verrà presentato il 6 settembre, in occasione della XXXIV edizione di Todi Festival  (3-6 settembre 2020). 

Per trent’anni Ghirotti ha seguito il Jidai Matsuri o “Festival delle ere”, una delle tre feste più importanti della città di Kyoto, insieme all’Aoi Matsuri e al Gion Matsuri. Il festival si svolge ogni anno, il 22 ottobre, e offre la possibilità di ammirare i diversi abiti storici giapponesi che testimoniano le varie epoche, a partire dalla restaurazione Meiji ( 1868 – 1912) e a ritroso fino al periodo Heian  (794 – 1191).Per l’incontro del 6 settembre, che si terrà al Palazzo del Vignola, è già possibile prenotare i posti  presso la biglietteria del Todi Festival (Teatro comunale). La mostra resterà invece aperta al pubblico fino al 27 settembre 2020. Per informazioni e prenotazione: calendarioungiappone@gmail.com

Minimalismo e narratività musicale

Minimalismo e Narrativa

Con questo saggio vengono delineate le principali caratteristiche e peculiarità che garantiscono al minimalismo musicale un suo impe- go versatile e pervasivo nell’ambito della musica per film. A parti- re dall’applicazione della teoria generativa semiotica di Algirdas J. Greimas allo studio della significazione musicale del minimalismo, vengono esaminate varie modalità di interazione tra colonna-sonora e altri codici espressivi che interagiscono con essa nell’ambito della musica applicata.

Giulio Andreetta
Al di là delle definizioni, è musicista e musicologo. È compositore di musica per orchestra e per pianoforte. Concertista, ha vinto nu- merosi premi internazionali sia in qualità di interprete che di com- positore. Affianca l’attività musicale a quella di insegnamento nei licei musicali. Nel 2019 è stata pubblicata una sua raccolta di poesie, dal titolo Non è più tempo di amare. Dello stesso autore in questa collana, Minimalismo e Misticismo.

MINIMALISMO E MISTICISMO

Minimalismo e misticismoMINIMALISMO E MISTICISMO

A partire dalle ricerche del semiologo Algirdas Greimas e del mu- sicologo Heinrich Besseler, con questo breve studio si mette in luce l’esistenza di una categoria semantica, che si è definita ‘mistica’, in rapporto all’ascolto e alla genesi delle composizioni minimaliste. Ci si è serviti inoltre di alcune elaborazioni concettuali del filoso- fo austriaco Ludwig Wittgenstein e del celebre mistico medievale Meister Eckhart. Tali riflessioni sembrano essere dimostrate, inoltre, dalla forte connessione che la musica minimalista, fin dai suoi esor- di, ha sempre intrattenuto con forme musicali lontane dalla tradi- zione occidentale e di solito associate all’ambito mistico.

GIULIO ANDREETTA

al di là delle definizioni, è musicista e musicologo. È compositore di musica per orchestra e per pianoforte. Concertista, ha vinto nu- merosi premi internazionali sia in qualità di interprete che di com- positore. Affianca l’attività musicale a quella di insegnamento nei licei musicali. Nel 2019 è stata pubblicata una sua raccolta di poesie, dal titolo Non è più tempo di amare.

Jidai Matsuri

Jidai

L’antico festival che celebra l’anniversario della fondazione di Kyoto

magistralmente raccontato 

dagli scatti di Paola Ghirotti 

1990- 2020 

30 anni di osservazione del matsuri, dei suoi preparativi, dei dietro le quinte. I colori e i protagonisti del festival più suggestivo del Giappone.

con testi di Franco Fusco e Yasue Hori

in italiano, inglese e giapponese.

Copertura posteriore
Abutsu-ni preso nel 2010
Jidai Matsuri

Recensioni

Tanizaki Jun’ichirō

Tanizaki Jun’ichirō 谷崎 潤一郎

Jun’ichirō Tanizaki (1886-1965) non ha senza dubbio ormai bisogno di presentazioni: è, con Mishima e Kawabata, uno dei romanzieri giap-ponesi più noti, in tutto il mondo. Come altri mostri della letteratura mondiale, ha lasciato un’opera gigantesca, giocando con stili, linguaggi e generi, passando dal romanzo letterario vero e proprio al thriller, al romanzo storico e al racconto onirico.

Numerosi suoi romanzi, novelle e saggi sono tradotti nelle lingue occidentali, ed è stato il primo scrittore giapponese a vantare un tomo a suo nome nella Pléiade. Molti testi della sua proteiforme opera restano tuttavia ancora da tradurre, tra i suoi lavori meno conosciuti ma talvolta non inferiori alle opere maggiori.   (Ryoko Sekiguchi)

Tra le sue numerose opere ricordiamo:

  • Neve sottile (Sasame yuki, 1948), trad. Olga Ceretti Borsini e Kizu Hasegawa, Milano, 1961; Longanesi
  • Diario di un vecchio pazzo (瘋癲老人日記, Fūten rōjin nikki, 1962), trad. Atsuko Ricca Suga, Milano: Bompiani 1984
  • La madre del generale Shigemoto (少将滋幹の母, Shōshō Shigemoto no haha, 1950), trad. Guglielmo Scalise, Milano: Mondadori 1966
  • Vita segreta del signore di Bushu (武州公秘話, Bushukō hiwa, 1935), trad. Satoko Toguchi e Atsuko Ricca Suga, Milano: Bompiani 1970; Garzanti
  • La croce buddista (卍, Manji, 1928), trad. Lydia Origlia, Parma: Guanda 1982; Milano: TEA 1992.
  • Libro d’ombra (陰翳礼讃, In’ei raisan, 1933), a cura di Giovanni Mariotti, trad. Atsuko Ricca Suga, Milano.
  • Il demone (in due parti: Akuma e Zoku Akuma, 1912), trad. di Lydia Origlia, Milano: ES  1995
  • Divagazioni sull’otium e altri scritti, a cura di Adriana Boscaro, Venezia: Cafoscarina 1995.
  • La morte d’oro (金色の死, Konjiki no shi, 1916), a cura di Luisa Bienati, Venezia: Marsilio 1995
  • I piedi di Fumiko (富美子の足, Fumiko no ashi, 1919), a cura di Luisa Bienati, trad. Luisa Campagnol e Luisa Bienati, Venezia: Marsilio 1995
  • Yoshino (吉野葛, Yoshino kuzu, 1931), a cura di Adriana Boscaro, Venezia: Marsilio, 1998
  • Sulla maestria (Geidan, 1933), a cura di Gala Maria Follaco, Milano: Adelphi (coll. “PBA” n. 659), 2014

Recensioni de Lo specchio del gesto

Lo ‘specchio’ e il ‘gesto’ di Coomaraswamy

Corriere Nazionale Cultura 31 Gennaio 2017
di Pierfranco Bruni

Lo specchio e il gesto di Ananda Kentish Coomaraswamy a 70 anni dalla morte e a 140 dalla nascita. Non sempre è possibile specchiarsi in uno specchio. Non sempre è possibile afferrare un gesto.

Ananda Kentish Coomaraswamy nato a Colombo il 22 agosto del 1877 è morto nel Needham il 9 settembre del 1947. Il mistero indiano nell’arte è stato il suo viaggiare tra le griglie simboliche di un Oriente nel quale il suo esistere si è consolidato e un Occidente la cui misura degli spazi è una trasparenza delle occasioni delle eredità greche e dei riti. Una trasparenza anche dal punto di vista etno – antropologico che pone in essere questioni che esulano da aspetti estetici per penetrare in una filosofia dell’essere.

La mano che non vedi ha lo sguardo che possiedi. Sul filo di questa lama cammino senza timore. Mai chiedendomi cosa è la vita e mai sostando nello spazio delle domande già poste e mai risolte. Senza mai far rumore, con l’insegnamento di Coomaraswamy, perché so che il silenzio è sempre l’esplosione del necessario e il rumore e il tentativo dell’inutile. La magia è nella filosofia di fare dell’arte il necessario per diventare viaggiatori di simboli.

L’arte come essere e non solo come estetica. L’Oriente come identità dell’essere dentro la visione delle arti. È in questo incastro magico – sacrale che si giocano gli orizzonti di una alchimia, in cui l’Oriente ha non virtuosismi ma Sapientia del pazientare nell’osservazione della Parola che è Incipit di conoscenza osservando sempre gli occhi del serpente, simbolo primordiale, e lo sguardo dell’aquila, simbolo “cerchiatore”, (chiude sempre il cerchio).

Dal suo “indagare” tra il mito e il Buddismo, il cammino conduce alla trasfigurazione dell’arte nel vissuto della natura (penso a La trasfigurazione della natura nell’arte, Rusconi, 1976 e prima a Sapienza orientale e cultura occidentale, Rusconi, 1975). Un penetrare nel sottosuolo delle caverne dell’anima che non nascondono, ma rivelano.

La rivelazione è un grande brivido che tocca le corde di un magico avvertire. Si avverte perché è già tutto dentro di noi come cesellatura lunare di un mito oltre l’archetipo della conoscenza. Oltre tale dimensione c’è la visione che attraversa comunque il labirinto e grazie al brivido si taglia l’immaginario (penso a Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, Adelphi, 1987).

La figura di Budda diventa fondamentale sia come figura sacrale, il personaggio e il divino nel camminamento verso l’Illuminazione, sia come tradizione di un percorso che lega il mistero dell’arte indiana alla dottrina buddista vera e propria in termini “filosofici” (penso a La vita e l’opera di Sakyamuny Buddha, Il cerchio, 1992, a Vita di Buddha, Milano, SE,1993 e a Buddha e la dottrina del buddhismo, Luni, 1994).

La questione centrale resta il colloquiare tra il tempo e l’eternità. Ovvero consiste nel vivere in quel “Ho trascorso un istante che è durato un’eternità…”. Un’indicazione fondante che intreccia il rito della tradizione come anima penetrante con il sacrificio che si legge nel rito stesso sino a definire il cammino come il lungo cammino verso l’infinito che si veste di eterno. Sono i simboli che si decifrano e si dichiarano.

Così come nella metafora del “grande brivido” che è espressione dell’essenza di tutto: “In ultima analisi, il rito, come ad esempio quello dell’antico Sacrificio Vedico, è un procedimento interiore, di cui le forme esterne sono soltanto un supporto, indispensabile per coloro che stanno ancora percorrendo il cammino e ancora non ne sono giunti al termine, ma superfluo per coloro che ne hanno già raggiunto la fine, e che, per quanto possano ancora essere nel mondo, non sono più del mondo. Nel frattempo, non esiste pericolo o ostacolo maggiore dell’iconoclastia prematura di coloro che ancora confondono la propria esistenza con il proprio essere, e che ancora non hanno “conosciuto il Sé”; questi sono la stragrande maggioranza, e per loro il tempio e tutte le sue raffigurazioni servono da indicazioni lungo il cammino” (Ananda K. Coomaraswamy, in Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, cit.).

Infatti è necessario non dimenticare che dove c’è il mistero non si può chiedere alla ragione di avere un senso. Le culture non diventano processi culturali ma identità originaria attraverso le quali gli uomini e i popoli si fanno civiltà. Le civiltà non si reggono con la storia, ma con le impalcature degli archetipi, dei miti, dei simboli che diventano metafisica dell’esistere e ontologia della metafisica del tempo. In un tale viaggio il mistero è il tutto nell’alchimia di una magia che recupera l’esistenza stessa come spiritualità e come eredità di un testamento onirico.

Un testamento in cui la tradizione ha le radici di una antropologia archetipale fatta di simboli e segni, tracce e scavi di memoria in un tempo di spazi e di eterne rappresentazioni magiche. Uno spazio prospettico che indirizza e nel quale si specchiano i codici dell’anima. Tra i quali “L’occhio della necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere” (James Hillman). Ananda Kentish Coomaraswamy in una filosofia dell’anima ha posto il centro del suo camminamento come se fosse “lo specchio del gesto” (penso a Lo specchio del gesto, CasadeiLibri, 2011) in un distillato in cui lo sguardo ha gli occhi dell’anima e vivono, gli occhi, dentro il labirinto spirituale, con l’infinita fine del tempo e dell’eterno, tra l’immortalità e l’orizzonte. Si vive di specchi di gesti di tramandi negli occhi imperturbabili di un messaggio di tempo e di un pensiero di eternità che è il contemplante Divino che vive la Tradizione.

Ma il tempo può sempre cercare di imitare l’eternità.