Ho 92 anni e voglio far sbocciare gli ultimi fiori della mia vita

Intervista su inserto Sette del Corriere della Sera

Venerdì 21-11-25 a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

La monaca e badessa buddhista giapponese Shundo Aoyama fu portata in un tempio di montagna a soli 5 anni, era l’unica bambina: «Ero molto viziata, mia madre mi allattava ancora. Lasciai il villaggio in una nuvola di petali di ciliegio».

Quanto dev’essere difficile lasciare la propria famiglia, la propria mamma, a cinque anni per accedere a un tempio, e lì, senza la compagnia di altri bambini, essere avviate alla vita religiosa, una vita di preghiera, di studio, di povertà e lavoro duro? Shundo Aoyama, monaca e badessa buddhista giapponese nata nel 1933 a Ichimiya, nella prefettura di Aichi, ha preso i voti a 15 anni, ed è diventata la prima donna a ottenere il titolo di Daikyoshi, una delle più alte cariche nella scuola zen soto. Da sessant’anni dirige l’Aichi Senmon Nisodo di Nagoya, il più importante monastero per novizie, fondato nel 1903 dalla maestra Jorin Mizuno. Studiosa delle sacre scritture, autrice di una cinquantina di libri, la reverenda Aoyama si è spesa per tutta la vita per l’avanzamento delle donne nella religione, e il suo contributo alla cultura giapponese, e buddhista in particolare, è immenso. Negli ultimi anni ha visto spesso la morte da vicino, ma dalla malattia ha anche imparato tante cose. Che c’è bellezza in tutte le fasi della vita «anche nei rami appassiti». Nel 2026, l’Istituto italiano zen Soto Fudenji pubblicherà per la prima volta nel nostro Paese, con Casadei Libri, la sua autobiografia: Senza inizio senza fine. Vita di una monaca zen.

Aveva appena cinque anni quando è entrata al Muryoji, tempio di una remota località di montagna nella prefettura di Nagano, e solo quindici quando ha preso i voti. Cosa poteva sapere della religione una bambina così piccola? E quanto è stato doloroso lasciare la sua famiglia a cinque anni?
«La mia era una famiglia di contadini. Tuttavia, il nostro legame con il buddhismo era profondo. Nell’arco di due o tre generazioni, una decina di parenti si erano fatti monaci, e gli Aoyama avevano costruito e mantenevano uno dei templi del nostro villaggio. Quando mia madre restò incinta di me, ricevette una profezia da mio nonno, che era stato una figura di grande autorità nella tradizione buddhista shugendo: quel bambino che portava in grembo avrebbe preso i voti. Mia zia paterna Shusan era una monaca, e viveva in un tempio della scuola del buddhismo shin: Muryoji, appunto. Quando aveva saputo della profezia, aveva fatto salti di gioia, e quando compii cinque anni mandò una discepola a prendermi. Io, ovviamente, non sapevo cosa significasse diventare una monaca. Ero la più piccola di casa, e a quanto pare molto viziata, tanto che a cinque anni venivo ancora allattata al seno. Così, prima di partire, andai a pregare davanti alla statua di Jizo, protettore dei viaggiatori e dei bambini, e gli chiesi di prendersi cura del seno della mamma. Poi, accompagnata da una pioggia di petali di ciliegio, lasciai il mio villaggio natale».

Per sua madre il distacco fu particolarmente angosciante.
«Il giorno che partii, corse fuori casa e si mise a piangere in mezzo a un campo, lontana da tutti. Continuò a piangere per un anno intero. Poi, un giorno, con la scusa di portarmi un regalo di compleanno, venne a trovarmi. Doveva essere il 1939 o il 1940. Il viaggio in treno da Nagoya a Shiojiri, dove si trova Muryoji, durava circa otto ore, e lei aveva la febbre alta. Quando arrivò, io stavo giocando vicino a un grande falò. Mia madre, che era partita senza chiedere il permesso alla suocera, nel vedermi sana e felice lasciò i regali e tornò in fretta in stazione. Ma era così triste che non riuscì a salire sul treno, e tornò indietro. Voleva sentirsi chiamare “Mamma”, riportarmi a casa con sé. La zia Shusan, vedendola in quelle condizioni, si intenerì e mi disse di andare ad abbracciarla. Io però non capii e rimasi a giocare. Mia madre morì a ottant’anni, nel 1974, e fino all’ultimo, ogni volta che ricordava quell’episodio, si metteva a piangere. “Un cane o un gatto mi avrebbero seguita fino a casa”, diceva. “Invece mia figlia mi aveva dimenticata in meno di un anno. È stato allora che ho capito, come rivelatomi dalla profezia, che tu mi eri stata affidata dal Buddha, e adesso eri tornata da lui”».

Da ragazzina, prima che prendesse i voti, ha mai desiderato di non farsi monaca? Di avere una famiglia, una carriera diversa?
«No, ho capito presto che quella era la strada per la mia felicità. Mi raccontano che sin da piccola, al tempio, dicevo a tutti con orgoglio che sarei diventata una monaca. Per generazioni la mia famiglia ha legato il proprio destino al Buddha, e io ho sempre pensato di essere nata portando in me il dono della loro virtù, delle loro aspirazioni e le loro preghiere. Vedo moltissime persone che vorrebbero prendere i voti, ma anche come, spesso, quella scelta non maturi. E vedo persone, nate e cresciute in un tempio, che non sono felici. Quando ascolto le loro storie, penso che i miei antenati mi abbiano trasmesso un buon karma. Forse la mia è la storia di una vita guidata dal filo del destino. L’espressione “filo del destino” in giapponese trasmette un senso di rinuncia, è vero, ma è altrettanto vero che ci sono tante cose su cui non abbiamo alcun controllo. Inutile opporsi e protestare, ma anche lasciarsi schiacciare dal peso del destino e vivere come marionette. Se prima ancora di iniziare a coltivare ci lamentiamo di ciò che ci è donato dal cielo e dalla terra, non potremo far crescere nulla. Il punto è come accogliere e utilizzare al meglio ciò che abbiamo ricevuto».

Com’era la sua vita al tempio?
«Quando mia zia e sua zia, mia maestra, andarono a viverci, il Muryoji era abbandonato. Quando ero bambina coltivavamo i campi a riso e verdure e allevavamo bachi per produrre la seta e per vestirci. Al mattino facevamo meditazione. Gli abitanti del villaggio venivano al tempio ad imparare la cerimonia del tè e la composizione floreale. Eravamo poveri, ma la mia maestra diceva sempre “Se giri la ruota del dharma (la legge che regola l’universo, ndr), quella del cibo si girerà da sola”. Ogni mattina, al tempio, due ore erano riservate a studiare i sutra, cioè i testi sacri. Allora non sapevo ancora leggere, perciò le monache me li ripetevano pezzetto per pezzetto, affinché li imparassi a memoria. Ogni volta che imparavo a memoria un sutra, mandavo una cartolina alla mia famiglia. Dopo che avevo imparato il sutra del cuore, la mamma mi scrisse: “Sei così piccola e già riesci a ricordarlo tutto. Io, alla mia età, non riesco ancora a recitarlo fino alla fine. Potresti mandarmene una copia scritta da te?”. Ero così orgogliosa di me stessa! Solo in seguito capii che lo aveva detto per farmi felice: nello shugendo, infatti, il sutra del cuore si recita continuamente. Tanti anni dopo, mio fratello mi disse che per tutta la vita mia madre aveva conservato quel sutra che le avevo mandato come un tesoro. Ogni tanto lo tirava fuori e cominciava a recitarlo, mentre le lacrime le rigavano le guance».

Lei è una delle monache buddhiste più famose al mondo, ha lottato moltissimo per la parità di genere. Perché le monache buddhiste sono state così a lungo discriminate?
«Studi recenti dimostrano che Buddha non vietò mai alle donne di diventare monache. Anzi, insegnava a uomini e donne con lo stesso impegno. Dopo la sua morte, però, vennero introdotte delle restrizioni, e quando il buddhismo arrivò in Cina, subì l’influenza della filosofia confuciana, che considerava le donne inferiori. Dogen Zenji, vissuto nel 1200 e fondatore della scuola zen soto, ha invece mostrato sempre rispetto per le donne. Diceva che l’importante è ricevere il dharma, non il genere o l’età, che uomini e donne sono uguali secondo gli insegnamenti del Buddha e che se una monaca raggiunge l’illuminazione deve essere rispettata come insegnante. Ebbe anche delle discepole straordinarie. Storicamente, però, la considerazione delle monache è sempre stata molto bassa: non potevano essere a capo di templi né avere propri discepoli, non potevano essere incluse nei lignaggi ufficiali. Io, pur cresciuta da una monaca, dovetti rivolgermi a un monaco per prendere i voti. Solo quando avevo 17 anni, le monache ottennero finalmente il diritto di conferire gli ordini. Da quel momento ci sono voluti altri vent’anni per raggiungere una parità istituzionale, inclusa la possibilità, per le monache, di diventare shike, cioè maestre zen del grado più alto. Oggi, oltre che insegnare alle novizie del Nisodo, sono un seido al Daihonzan Sojiji, cioè la terza persona più alta in grado più alto presso uno dei due principali centri della scuola zen soto, e tengo regolarmente lezioni anche al Daihonzan Eiheiji: entrambi sono monasteri per la formazione maschile. Piuttosto raro, visto che in altre scuole buddhiste le monache sono ancora considerate di rango inferiore. In certi Paesi, alle donne non è permesso neanche di ricevere i voti. Ma in realtà non avevo intenzione di diventare una pioniera femminista. Ho semplicemente seguito la via indicata dal Buddha Shakyamuni e da Dogen Zenji. E proprio mentre seguivo i loro insegnamenti, anche la società stava cambiando, e altre monache portavano avanti una battaglia per migliorare la propria condizione». 
Nel 2004 ha conosciuto Giovanni Paolo II.

Avete trovato un terreno comune, nelle vostre conversazioni, tra il buddhismo e il cattolicesimo?
«La religione, ogni religione, esiste per insegnarci a vivere le nostre vite pienamente. Oggi si fanno tante battaglie nel nome della religione, ma essa dovrebbe portare armonia, non divisioni. Se comprendiamo questo, allora non può esserci spazio per i conflitti. Io e Papa Wojtyla condividevamo molti valori e idee». 

Pensa spesso alla morte?
«Ho 92 anni, e per gli ultimi otto sono stata molto malata. Ho avuto un ictus, dopo il quale per un lungo periodo non ho più potuto scrivere né camminare. E mentre mi trovato in ospedale per un cancro all’intestino ho avuto un arresto cardiaco: durante il massaggio di rianimazione mi hanno fratturato tre costole. Ho avuto altri infarti, metastasi al fegato… Ma la malattia mi ha insegnato tanto. A volte posso essere un po’ pigra, ma il mio cuore e tutte le parti del mio corpo lavorano senza sosta. Ho imparato ad apprezzare il mio corpo, a dirgli grazie. Nel corso della nostra vita affrontiamo tante cose: l’invecchiamento, la malattia, la morte. Il miglior modo di farlo è di godere di ciascuna di esse. Oggi sento che la mia vita e la mia morte sono completamente nelle mani del Buddha, e voglio vivere ogni momento pienamente, fino alla fine. Sono lontana dal fiore della gioventù, ma in questi giorni penso spesso a come far sbocciare gli ultimi fiori della mia vita. Se potrò servire da piccola scala e far raggiungere ad altri gli insegnamenti dei miei tanti maestri, ne sarò enormemente felice».

Ho letto il suo libro Hanaujo – I fiori della compassione, sull’arte giapponese della composizione floreale. Tradizioni come il kado (letteralmente “la via dei fiori”) non esistono solo per apprezzarne la bellezza, ma ci insegnano a vivere. Lei scrive che un fiore con le spine può essere una metafora per il mondo. Ma cosa vuol dire «far splendere le spine»?
«Le rispondo con i versi di Kojin Shimomura: Dici che le rose sono belle ma hanno le spine / Io dico che le rose sono belle perché hanno le spine. È importante cambiare prospettiva. Io, ai fiori nel pieno della loro bellezza, preferisco quelli non ancora schiusi, i rami appassiti, le foglie mangiate dai vermi. Allo stesso modo, tendiamo troppo spesso a guardare solo ai fiori e ai frutti. Ma essi sono il risultato del sostegno degli steli, delle radici, del suolo. Non dobbiamo trascurare ciò che è in apparenza invisibile».

Cruciale, nel libro, è l’importanza di vivere nel momento. L’impermanenza è un’arte.
«Il tempo è adesso, lo spazio è qui. Non dobbiamo farci schiacciare dal passato, né inseguire il futuro».

SENZA INIZIO SENZA FINE

Shundō Aoyama

SENZA INIZIO SENZA FINE
Vita di una monaca Zen

“Senza inizio, senza fine. Vita di una monaca Zen” è una delle opere più celebri e intime di Shundō Aoyama Roshi, una delle maestre e badesse buddiste contemporanee più autorevoli al mondo. Il libro rappresenta un’autobiografia spirituale e una raccolta di insegnamenti profondi vissuti in prima persona dall’autrice.

Shundō Aoyama cover

Shundō Aoyama RoshiNata nel 1933, Shundō Aoyama è entrata in un tempio buddista all’età di soli cinque anni. È stata la prima donna a ottenere il titolo di Daikyoshi, una delle massime cariche all’interno della scuola Zen Sōtō. Per decenni ha guidato il monastero femminile Aichi Senmon Nisodo di Nagoya, diventando un punto di riferimento sia in Giappone che per i praticanti occidentali.

Traduzione dal giapponese: Lorenzo Marinucci

a cura di Paola Taien Antonicelli

Prefazione di Taiten Guareschi

Aticipazione/intervista dal 7 del Corriere della Sera

IN PALESTINA

Cristiani e Arabi nel primo millennio

DI Renato D’Antiga

La Palestina romana, il cui toponimo è rimasto nei secoli, fu per i cristiani un luogo di pellegrinaggio fin dal II-III secolo. L’autore evoca, attraverso le fonti, i numerosi personaggi che nel primo millennio vi si recarono, narrandone le sensazioni e le descrizioni. Oltre alla rappresentazione dei luoghi, il testo offre anche numerose curiosità di carattere agiografico ed etnografico. Il volume si conclude con il saggio L’alba dell’Islam e l’ombra di Bisanzio l’arte tardoantica nella Grande Siria omayyade di Nicolò Mazzucato

Un testo che, oggi più che mai, assume un forte valore simbolico e di riflessione.

Collana  porte D’Oriente

Formato 13,5 x 21 cm.

Pagine  296

illustrato a colori

Prezzo  26

isbn 979-12-80146-21-2


Il Re del Castello

Gai Eaton 

Re del Castello, Scelta e responsabilità nel mondo moderno

Ex-diplomatico e convertito all’Islam, Ḥasan Le Gai Eaton fu per oltre vent’anni figura di riferimento della Moschea Centrale e del Centro Culturale islamico di Londra, nonché uno dei principali portavoce dell’Islam tradizionale nel mondo anglosassone. Il suo saggio Re del Castello: Scelta e Responsabilità nel Mondo Moderno è una meditazione straordinaria e penetrante sulla condizione dell’uomo moderno. 

Un saggio sorprendete sul senso di essere umani nel mondo moderno. Qual’è il prezzo del benessere? Siamo davvero liberi? Cos’è vera Conoscenza e quali sono le sue Contraffazioni? Eaton cerca di spiegare cosa siamo, e dove siamo.

Gai Eaton  Tra gli autori di prospettiva tradizionale che hanno seguito fedelmente la lezione di René Guénon è necessario conoscere l’opera di Gai Eaton (1921 – 2010), saggista inglese che lavorò come giornalista e insegnante in Giamaica ed Egitto, dove si convertì all’Islam nel 1951. Tornò poi nel Regno Unito per svolgere carriera diplomatica, operando anche nel Centro Culturale Islamico di Londra, e dedicandosi alla scrittura di saggi, che in Italia non sono ancora stati tradotti. 


Pagine   274

Prezzo  24

isbn 979-12-80146-25-0

Recensioni Il mondo dei Jinn

Nel mondo di mezzo del jinn: il “genio” che unisce l’Islam e l’Occidente

20 GENNAIO 2026|IN STRISCIAROSSA libri di Marco Brando

Cosa sappiamo in Italia della cultura islamica? Poco e niente, per lo più siamo in balìa di stereotipi e pregiudizi, spesso influenzati dalla cronaca (guerre, emergenze, migrazioni). Per esempio, nel nostro immaginario occidentale la parola “genio” ha molti significati. In latino genius (dal verbo gignere, generare) indica una divinità protettrice di ogni essere umano. In italiano il concetto s’è evoluto, arrivando a indicare il talento e l’intelligenza superiori di qualcuno/a (“Leonardo da Vinci era un genio”, per esempio); il termine è poi usato in altri contesti: può caratterizzare l’indole di una persona (non è cosa conforme al mio genio) o il carattere distintivo di qualcosa (il genio di una nazione, di un popolo). Però c’è un altro utilizzo, molto popolare, di questo termine. Quello che ci viene in mente quando proviamo a fantasticare, chiedendoci: quali sarebbero i tre desideri che vorremmo esprimere di fronte al “genio della lampada”?

Un’entità intermedia tra il mondo angelico e l’umanità

In questo caso ai più giovani viene in mente il genio che appare nel 31° film d’animazione della Walt Disney, Aladdin (1992); i meno giovani ricordano anche il magico spiritello che esce della lampada nel racconto Aladino e la lampada meravigliosa in Le mille e una notte (la raccolta anonima di novelle in arabo conosciuta in Europa ai primi del XVIII secolo attraverso la libera traduzione francese di Antoine Galland); racconto da cui la figura disneyana è stata (non fedelmente) ispirata. Ebbene, il corpulento personaggio ospite della lampada viene definito “genio”. Però non c’entra niente l’etimologia latina. È stato tradotto in quel modo il termine arabo jinn (جِنّ): questa creatura citata nel Corano, già presente in epoca preislamica, è un’entità intermedia fra il mondo angelico e l’umanità. La parola jinn deriva dalla radice triconsonantica araba ja-na-na, che significa “nascondere/celare” e anche “impazzire” o “generare” (come nel latino gignere, sebbene non ci sia alcun legame etimologico).

Per colmare almeno questa lacuna nella nostra scarsissima conoscenza del mondo arabo-islamico, si può leggere un volume firmato da Amira El-Zein e intitolato Il mondo dei jinn. L’Islam, gli arabi e il regno invisibile dei geni (Casadei Libri, 2025). L’autrice è una poetessa, traduttrice e studiosa che scrive in inglese, arabo e francese; inoltre insegna Letteratura araba e Letteratura comparata alla Georgetown University School of Foreign Service in Qatar. Quest’opera, originariamente pubblicata dalla Syracuse University Press con il titolo Islam, Arabs and the Intelligent World of the Jinn, giunge al lettore italiano a cura di Eduardo Ciampi (traduttore) e Lorenzo Casadei. Si inserisce, nella collana Porte d’Oriente. L’edizione italiana, arricchita da un ricco apparato iconografico e critico, offre una chiave di lettura supplementare; per esempio, l’appendice René Guénon e i jinn, firmata da Casadei, crea un ponte tra la metafisica islamica e quella occidentale attraverso il filosofo francese Guénon (1886-1951).

Di certo, in un’epoca in cui la nostra esistenza, reale (nel mondo fisico) o virtuale (nel mondo digitale), viene identificata solo in ciò che misurabile, quantificabile e visibile, la figura del jinn – ridotta dalle nostre parti a un simpatico genio della lampada in stile Disney o in demone da film horror di serie B – viene riscattata da El-Zein. La studiosa ci mostra la sua formidabile complessità teologica, antropologica e psicologica. Lo fa con una prosa che oscilla tra il rigore scientifico e la sensibilità della poetessa, invitandoci a varcare la soglia di un “regno intermedio” abitato da “altre” entità intelligenti, che condividono con noi il peso dell’esistenza e la conseguente responsabilità morale.

L’Islam propone una visione ternaria dell’essere

Il libro ci permette di raccogliere i fili dispersi della teologia islamica, del folklore arabo, della mistica sufi, della cultura popolare (Le Mille e una notte) e della comparazione interreligiosa, per mostrare come il jinn non sia un relitto del passato; semmai è uno specchio in cui possiamo guardarci per comprendere la nostra natura. Come ricorda il traduttore nella sua nota introduttiva, citando l’Amleto di Shakespeare, «ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante se ne possano immaginare con la nostra filosofia»; il libro di El-Zein offre proprio una mappa originale di queste “cose”. Lo fa mostrandoci questi esseri nati «da una fiamma di un fuoco senza fumo» (Corano, 55:15); creature alla soglia della coscienza e della percezione che abitano le crepe del nostro mondo, i deserti, le rovine e anche i nostri sogni.

Per comprendere i jinn, è necessario prima smantellare l’architettura mentale che governa tuttora la visione occidentale. El-Zein dedica il primo capitolo, “La poetica dell’invisibile”, a questa operazione di pulizia epistemologica. Il dualismo cartesiano, che separa nettamente la res cogitans (lo spirito, la mente) dalla res extensa (la materia inerte), ha eliminato di fatto lo spazio per qualsiasi entità che non sia puramente spirituale (come Dio o gli angeli nella teologia razionalista) o puramente materiale (come gli animali e le rocce). In questo schema binario, il jinn non può esistere, se non come allucinazione o superstizione. L’Islam classico, al contrario, propone una visione ternaria e gerarchica dell’essere. L’autrice ci guida attraverso i concetti di ‘alam al-mulk (il mondo del regno, visibile), ‘alam al-malakūt (il mondo del regno celeste, psichico/sottile) e ‘alam al-jabarūt (il mondo della onnipotenza divina). In questo contesto, i jinn non sono spiriti astratti, ma creature che abitano un livello di realtà intermedio, dotato di una “materialità sottile”. Appartengono a quello che i teosofi dell’Islam, come Ibn ‘Arabī e Suhrawardī, hanno definito ’alam al-mithāl; simile al Mundus Imaginalis descritto concettualmente da Henry Corbin (1903 – 1978), filosofo, orientalista e storico delle religioni.

Shah Namah, the Persian Epic of the Kings (Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk
http://wellcomeimages.org)

Alla ricerca di una terra di mezzo tra il materiale e lo spirituale

Quest’ultimo concetto è cruciale ed El-Zein lo esplora con grande finezza. Il “mondo immaginale” non è quello dell’immaginario (sinonimo di “irreale” o “fantastico” nel linguaggio comune); piuttosto non è né puramente spirituale né materiale. È un regno oggettivo dove le idee prendono corpo e i corpi si spiritualizzano. È una terra di mezzo dove il fuoco non brucia la carne ma accende la visione, dove lo spazio è elastico e il tempo è qualitativo. È qui che risiedono i jinn. Essi sono esseri “interstiziali” (barzakhi), ponti viventi tra il denso e il sottile; sono divisi in varie categorie, organizzati in una struttura sociale simile a quella umana (con re e sultani, giudici, eserciti, mercati e leggi), capaci di vivere migliaia di anni ma destinati a morire; coabitano con noi, nelle nostre città e nelle nostre case, ma non li vediamo; mangiano, hanno sessi diversi e si riproducono. Non solo: i jinn posseggono il libero arbitrio, quindi non tutti sono diavoli (shayatin). Anzi, professano religioni diverse: esistono jinn musulmani pii e devoti, jinn ebrei, cristiani, zoroastriani, eretici e pagani. La loro esistenza sfida la nostra logica dell’esclusione (o è vero o è falso, o è materia o è spirito) e ci costringe ad adottare una logica dell’inclusione, dove gli opposti coincidono.

L’autrice arricchisce questa trattazione cosmologica con riferimenti affascinanti alla tradizione dei “mondi molteplici”. Luoghi di meraviglia infinita creati dalla divinità per manifestare la sua inesauribile immaginazione. I jinn sono i viaggiatori e gli abitanti di questi pluriversi, testimoniando che la Terra degli uomini è solo un granello di polvere nell’immensità della creazione divina. Se i jinn abitano il mondo immaginale, come possono essere percepiti dagli esseri umani? Qui El-Zein introduce una distinzione fondamentale tra la fantasia (che inventa ciò che non esiste) e l’immaginazione creatrice: i jinn, essendo esseri proteiformi e mutevoli, si manifestano proprio attraverso quest’ultimo canale. Quando un essere umano “vede” un jinn, non sta avendo un’allucinazione; ma sta attivando una facoltà latente, che gli permette di sintonizzarsi su una frequenza diversa della realtà. Riconoscere i jinn significa riconoscere le parti nascoste, infuocate e indisciplinate della nostra stessa anima. Insomma, è una visione tanto onirica quanto concreta.

Certo, la questione, vista dal nostro punto di vista materialista, può suscitare una domanda: cosa sono, fisicamente, i jinn? El-Zein offre l’analisi della loro costituzione. Il Corano è esplicito: mentre l’uomo è fatto di argilla e gli angeli di luce, i jinn sono creati dal già citato “fuoco senza fumo” (mārij minnār). Il mārij non è il fuoco distruttivo che conosciamo, ma una fiamma pura, sottile, un’energia radiante mescolata all’aria. Questo spiega la loro volatilità e velocità (attraversano i muri, volano da un capo all’altro del mondo in un istante), la mutevolezza (il fuoco non ha una forma fissa, così queste creature sono capaci di assumere sembianze umane, animali o mostruose a loro piacimento), la passionalità (come il fuoco è caldo, attivo, talvolta violento, i jinn provano e mostrano desiderio, orgoglio, rabbia e amore intenso).

Quale amore è possibile tra umani e jinn?

È evidente la differenza con gli angeli, quelli islamici e quelli cristiani: questi ultimi sono intelletto puro e luce di obbedienza; i jinn non sono angeli e neppure demoni, bruciano di passioni simili alle nostre, però elevate a una potenza esponenziale. Eppure non sono come i “nostri” diavoli biblici ed evangelici. El-Zein si dedica infatti alla controversa figura di Iblis (simile al “nostro” Satana) alla luce delle diverse scuole di pensiero islamiche, sposando la tesi della natura jinnica di Iblis. Il versetto coranico 18:50 è la chiave di volta: «Egli era uno dei jinn e si ribellò al comando del suo Signore». L’autrice spiega che gli angeli sono incapaci di disobbedire perché sono programmati per la lode e l’obbedienza assoluta; mentre Iblis possiede la facoltà di scegliere, proprio come l’uomo. La sua caduta, quindi, non è dovuta a un “difetto di fabbricazione angelica” (nella Bibbia è un angelo caduto, che dopo essersi opposto a Dio per orgoglio, desiderando essere come Lui, viene cacciato dal cielo), ma all’orgoglio della natura di fuoco caratterizzante il jinn ribelle, che dice a Dio: «Io sono migliore di lui (Adamo, quindi l’uomo, ndr): mi hai creato dal fuoco, mentre hai creato lui e dall’argilla» (Corano 7:12).

Nel libro c’è anche un capitolo “focoso”, quello dedicato all’amore tra umani e jinn. Molti esponenti delle tre dimensioni dell’Islam – ortodossa, popolare e sufi – in passato, soprattutto nel periodo che noi europei chiamiamo Medioevo, sono stati attratti dall’argomento. El-Zein esplora la vasta letteratura sul tema. La risposta della tradizione è complessa, però le narrazioni popolari abbondano di storie d’amore e di passione. Se qualcuno vuole scoprire altri dettagli sui jinn – per esempio la loro funzione nella medicina o nella magia oppure il loro ruolo come muse di poeti e artisti – non deve fare altro che leggere il libro di El-Zein.

Di certo, per concludere, tutte le prerogative dei jinn – incluse le passioni e la fragilità – attribuiscono una dignità drammatica alla loro figura. Non sono né demoniaci né angelici, sono creature morali poste di fronte alle scelte. La loro condizione è tragica quanto quella umana: sospesi tra la salvezza e la dannazione, tra la sottomissione a Dio e l’affermazione dell’ego. In fondo, ci assomigliano moltissimo. Con la loro natura ambigua, la loro libertà morale e la loro capacità di attraversare i confini, i jinn sono lo specchio dell’umanità contemporanea: potenti ma fragili, creativi ma distruttivi, sospesi inesorabilmente tra la terra e il cielo.

Amira El-Zein, Il mondo dei Jinn. L’Islam, gli arabi e il regno invisibile dei geni, CasadeiLibri, Roma, 2025.

Il Mondo dei Jinn

Il mondo dei jinn

L’Islam, gli arabi e il regno inivisibile dei geni 

Le credenze riguardanti i jinn sono profondamente radicate nella cultura e nella religione islamica. Queste entità compaiono di frequente nelle leggende, nei miti, nella poesia e nella letteratura. Nel suo libro Il mondo dei jinn, L’Islam, gli arabi e il regno invisibile dei geni Amira El-Zein analizza il ruolo centrale che queste figure mitologiche rivestono nella comprensione della cultura e della tradizione del mondo musulmano. 

A completamento dell’opera, una ricca appendice dedicata alle diverse categorie di jinn, curata dalla stessa autrice, e un breve studio di Lorenzo Casadei intitolato René Guénon e i jinn, offrono ulteriori spunti di riflessione.

Amira El-Zein è una studiosa, poetessa e traduttrice che scrive in inglese, arabo e francese.  Ha pubblicato due raccolte di poesie, The Book of Palm Trees, Bedouins of Hell e The Jinn and Other Poems. Tra le sue traduzioni del poeta Mahmoud Darwish ricordiamo Palestine as Metaphor (2025) e i contributi per Unfortunately it Was Paradise, a cura di Carolyn Forche e Munir Akash (2003). È anche co-curatrice del libro Creativity and Exile (1996). Attualmente insegna alla Georgetown University School of Foreign Service in Qatar. Islam, Arabs, and the Intelligent World of the Jinn (Syracuse University Press, 2009), è stato acclamato negli Stati Uniti c ha avuto diverse ristampe.

 coverjinn

Recensioni de Il Simbolismo del tiro con l’arco e il simbolismo della spada

RIVISTA DI STUDI TRADIZIONALI ( n.123 Gennaio-Giugno 2025)

IL SIMBOLISMO DEL TIRO CON L’ARCO E IL SIMBOLISMO DELLA SPADA

Ananda K. Coomaraswamy, traduzione, prefazione e postfazione di Lorenzo Casadei, CasadeiLibri Editore, 2025.

Questo libro, che si presenta in una edizione molto ben curata, a cominciare dalle raffinate illustrazioni a colori di prima e quarta di copertina, oltreché da immagini all’interno che impreziosiscono ulteriormente l’opera  si apre andando rapidamente “a bersaglio”, senza inutili preamboli, coerentemente con l’argomento e lo spirito del testo.

Il curatore Lorenzo Casadei, infatti, introduce subito i due scritti di Coomaraswamy oggetto dello studio: Il simbolismo della spada, apparso nel numero 217 di Études Traditionnelles del 1938, che qui viene riproposto in una nuova traduzione basata sul dattiloscritto corretto a mano da Coomaraswamy custodito presso la Princeton University Library, e Il simbolismo del tiro con l’arco”, studio apparso, in inglese, sulla rivista americana Ars Islamica nel 1943 e ripreso due anni più tardi – tradotto in francese – da Études Traditionnelles, nel n° 248 del 1945. Di quest’articolo, ci informa l’autore, «In italiano sono comparse alcune traduzioni della versione francese […], ma quella inglese risulta inedita e misconosciuta. Date le differenze tra i due scritti, qui presentiamo, accanto alla versione inglese, i brani più significativi che compaiono solo in quella francese» (p.9).

A far da prefazione a questi due saggi è la riproduzione di una interessante corrispondenza tra René Guénon e Coomaraswamy, al fine, secondo le parole dello stesso Casadei, di «ripercorrere, per quanto possibile, la storia editoriale di un testo che […] ebbe una sorte […] travagliata, attraverso i carteggi di Guénon e Coomaraswamy […]. Questo non solo per ragioni di critica storiografica, che interessano in fondo poco chi scrive, ma perché in questi stralci emergono diversi “frammenti dottrinari” circa il simbolismo delle armi» (p.9).

Ci limitiamo qui a fornire queste poche indicazioni, essendo – in generale – impresa assai ardua sintetizzare i lavori di Coomaraswamy (1) nel breve spazio di una recensione.

Particolarmente degne di interesse – anche in virtù delle sue personali competenze nell’ambito delle arti marziali – sono altresi le riflessioni del Casadei in postfazione sul valore simbolico di alcuni giochi e armi: Giochi sacri, sport profani e Armi celesti al tempo delle guerre mondiali.

In conclusione, non possiamo che consigliare la lettura di questo pregevole lavoro, che spicca tanto per l’apporto di contributi (parzialmente) inediti sugli studi di Cooma-raswamy quanto per il modo tradizionale con cui questi argomenti vengono trattati dal curatore.

MICHELE MONTIGLIO

1) Un intero paragrafo è dedicato alla bibliografia dell’Autore, che, pur riportando «solo le pubblicazioni più significative» (p.74) dal 1900 al 1942, conta quasi 500 titoli. «Dal 1942 al 1947, anno della morte dello studioso, la sua produzione saggistica continuò in modo significativo» (p.91).

Recensioni FLORIO

ALIAS DOMENICA (18 maggio 2025) 

John Florio, un elisabettiano d’Italia: saggio di Frances Yates

INGHILTERRA, XVI E XVII SECOLO «John Florio», da Casadeilibri

di Luca Scarlini 

Prima di dedicarsi ai saggi della maturità sui Rosacroce e a quelli molto noti su Giordano Bruno fra gli altri, Frances Yates aveva licenziato agli esordi della sua attività di studiosa eclettica una monografia su John Florio, che esce ora in una edizione curata da Giorgio Ghiberti per Casadeilibri (pp. 486, € 30,00), editore che nel 2014 ha proposto una biografia della stessa Yates, a firma di Marjorie R. Jones. I primi interessi della storica erano concentrati sulla cultura francese del Rinascimento e i suoi effetti in Gran Bretagna, da qui l’interesse per lo scrittore di origine italiana, che aveva tradotto magistralmente l’opera di Montaigne. Florio era figlio di valdesi, originari della Toscana (forse Siena, o Lucca),  fuggiti a Londra  dalla Valtellina per le persecuzioni religiose, dopo che per un editto della corte avevano dovuto abbandonare il paese, vagando tra Strasburgo e la Svizzera. Al tempo in cui Yates scriveva molte erano le biografie lacunose degli autori rinascimentali in Inghilterra: il primo interesse del libro è ricostruire, con grande precisione, l’ambiente dei transfughi religiosi, che avevano trovato ospitalità oltre la Manica. Il padre di John, Michelangelo, era predicatore nella chiesa degli italiani, che gli assicurava un reddito, ma, agitato da diverse tensioni, si scontrò con la comunità, per questioni teologiche,  nel momento in cui si affermava il radicalissimo pensiero di Bernardino Ochino, che divulgava la teoria della predestinazione e predicava la poligamia trovandone il fondamento nella Bibbia. Florio abbandonò quindi il mondo religioso e divenne docente di lingua italiana, materia che appassionava le élites britanniche, inclusa la regina Elisabetta, con cui forse ebbe relazioni didattiche. A venticinque anni, di ritorno a Londra, pubblicò nel 1578 il libro d’esordio, I primi frutti, che trae ispirazione dalle Hore di ricreatione di Lodovico Guicciardini e dal Libro aureo di Antonio De Guevara, in cui riscriveva Marco Aurelio.

Negli anni tra il 1583 il 1585, lavorando presso l’ambasciata francese, Florio conobbe Giordano Bruno (da lui definito «il mio vecchio compagno nolano»), con cui ebbe un intenso scambio intellettuale. Compare ne La cena delle ceneri, come latore dell’invito di Fulke Greville per un trattenimento-dibattito a cui partecipano anche un cavaliere e due teologi luterani di Oxford. A questo incontro determinante, l’autrice dedica il quinto capitolo del libro. Negli anni seguenti la ricerca intellettuale porta Florio ad altri due risultati importanti: nel 1591 escono i Secondi frutti, una collezione di parole e di esempi, con seimila proverbi italiani di cui si  ritroverà traccia nelle opere di Shakespeare, ciò da cui nasce la celebre teoria, più volte affermata e smentita, per cui il Bardo sarebbe da identificarsi con lo scrittore italiano. Nel 1598 comparve poi A World of Words, primo dizionario di italiano, che permise agli intellettuali inglesi di potere frequentare con più agio le pagine di Boccaccio e Dante. Opera giovanile di Yates, questa biografia è notevole nella ricerca dei reperti culturali di un’epoca contrastata, in cui le ideologie e le religioni si scontravano continuamente, esponendo gli intellettuali a possibili ascese (Florio fu protetto dal principe Henry e ebbe grandi successi sotto il potere della regina Anne) e a repentini disastri (lo scrittore perse tutto dopo la morte del suo protettore). Il libro è del 1934: l’autrice scriveva in un passaggio storico imbevuto di retorica imperiale, che gli scrittori del Bloomsbury Group avevano da poco passato al filo di spada dell’ironia più selvaggia. Basti l’esempio di Lytton Strachey nel crudele La regina Vittoria (1928), senza scordare gli affondi leggiadri del coevo Orlando di Virginia Woolf. Il lavoro di Yates proponeva documenti nuovi, frutto di lunghe ricerche, e così come nel celebre studio dedicato a Bruno, John Florio è anche la ricostruzione di un’epoca, in un testo che tiene insieme il disegno complessivo e i dettagli di un’esistenza complessa, guidata dalla ricerca intellettuale del confronto tra culture e paesi, fino all’ultima impresa: la collaborazione all’edizione completa del Decameron boccaccesco, la prima in lingua inglese, destinata, come la versione di Montaigne, a notevole fortuna.

John Florio

 Frances A. Yates

John Florio  La vita d’un italiano nell’Inghilterra di Shakespeare

John Florio è noto ancora oggi per la sua grande traduzione in inglese degli Essays di Montaigne. Per i suoi contemporanei, era una delle figure più prominenti dei circoli letterari e sociali dell’epoca. Attraverso la ricostruzione della vita e del carattere di Florio, il testo di Frances Yates del 1934 fa luce sulla controversa questione delle sue relazioni con Shakespeare.

solofacciacoverFLORIO

Frances A. Yates, Scelse di studiare “storiografia interdisciplinare” e per più di quarant’anni fu legata al Warburg Institute della University of London, rivestendo anche incarichi di docenza. Gran parte del suo lavoro si è concentrato su neoplatonismo, filosofia e occultismo nel Rinascimento. Le sue opere principali, come Giordano Bruno e la tradizione ermetica o l’Arte della memoria, si concentrano sul ruolo centrale svolto dalla magia, dalla tradizione ermetica e dalla cabala nella scienza e nella filosofia nel Rinascimento. Oltre che di Giordano Bruno e Raimondo Lullo, si è occupata anche di Giovanni Florio, William Shakespeare e di storia della tradizione mnemotecnica da Simonide a Gottfried Leibniz. Insignita nel 1972 con il rango di Officer dell’Ordine dell’Impero Britannico, nel 1977 fu elevata al rango di Dama (Dame).

Nel 2008 è uscita Frances Yates and the Hermetic Tradition, la prima biografia di Frances Yates, a cura di Marjorie G. Jones, tradotta in italiano da Andrea Damascelli per Casadei Libri nel 2014 con il titolo Frances Yates e la tradizione ermetica

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