Renato D’Antiga

Renato D’Antiga nato a Venezia, specializzato nella storia e nella spiritualità dell’Oriente cristiano, svolge attività teologica presso la Metropoli Ortodossa d’Italia, appartenente al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Ha scritto numerosi articoli di carattere culturale e scientifico.

Fra i suoi libri ricordiamo: Gregorio Palamas, Difesa dei santi esicasti, Padova 1989; Gregorio Palamas e l’esicasmo, Milano 1992; Simeone il Nuovo Teologo, La visione della luce, Padova 1992; L’icona nella Chiesa Ortodossa, Padova 1994; Lotario di Segni (Innocenzo III), Il disprezzo del mondo, Parma 1994; L’esicasmo russo, Milano 1996.

Per CasadeiLibri ha edito

Luci dal Monte Athos 2004
Guida alla Venezia Bizantina 2005
Storia e spiritualità del monte Athos 2007
Venezia, Il Porto dei Santi 2008
Venezia e l’Islam, santi e infedeli 2010
Il deserto e l’Occidente, 2010
Roma bizantina in Arte e culti dell’oriente cristiano a Roma e nel Lazio 2010
Claustri laziali in Il Regno di Giano 2012
La Venezia nascente 2013
San Marco un santo di stato 2014

 

Taiten Guareschi

GuareschiFAUSTO TAITEN GUARESCHI (1949) incontrò, quando aveva 18 anni, il Maestro Taisen Deshimaru che, da non molto, era arrivato in Europa, a Parigi, dal Giappone. L’ incontro avvenne tramite l’ amico e maestro di Judo Cesare Barioli e, a partire da quel momento, il Maestro Taiten seguì Taisen Deshimaru per 13 anni, frequentando le sesshin che il suo insegnante teneva in Europa e, in particolare, in Francia, vicino a Parigi, al castello della Gendronnière, tempio Zen fondato dallo stesso Taisen Deshimaru. Alla morte di Taishen Deshimaru Roshi, avvenuta nell’Aprile del 1982, il Maestro Fausto Taiten Guareschi decise di continuare sul sentiero tracciato dal suo insegnante. Cercò quindi un altro Maestro e lo trovò nella persona di Narita Shuyo Roshi, anch’esso, come Taisen Deshimaru, discepolo di Kodo Sawaki Roshi. Narita Roshi trasmise il Dharma al Maestro Taiten il quale, nel 1984, fondò il Tempio Shobozan Fudenji situato sulle colline di Salsomaggiore.

Tra i suoi libri ricordiamo:
Il pensiero religioso di Taisen Deshimaru Roshi
e, in questa collana,
Fatti di terra, Fatti di nebbia e Fatti di fuoco.

Intervista a Norio Nagayama

Per gli occidentali la parola “calligrafia” evoca la bella scrittura; in estremo oriente la calligrafiaè intimamente legata alla pittura, è un’arte e una pratica di vita. L’arte dello SHO comporta prima di tutto la padronanza del tratto, l’immediatezza del gesto, il ritmo, il controllo della forza impressa al pennello. Non si scrive con la mano e con il polso, ma con tutto il corpo, in uno stato di profonda calma e concentrazione. Un maestro calligrafo, pienamente padrone della tecnica e degli strumenti che utilizza, agisce in uno stato di totale libertà: perciò non solo l’opera compiuta affascina con la bellezza dell’armonia prodotta dall’equilibrio di pieni e di vuoti, di bianco e di nero, ma anche vedere un maestro mentre opera nello “stile libero” è esperienza di grande fascino. Il maestro osserva il foglio bianco e attende di essere pronto: improvvisamente impugna il pennello e con movimento rapido, preciso e sicuro traccia il carattere.

D: Maestro Nagayama, cosa significa ‘scrivere con il corpo’?

R: Corpo significa che arriva direttamente dal cuore. ‘Corpo’ vuol dire ‘tuo cuore’, ‘tua energia’; con il movimento del corpo è più facile raggiungere il ‘cuore’, quindi per questo motivo cominciamo dal braccio invece che dal polso, con il movimento che parte dal braccio è più facile raggiungere il corpo, no? Quindi una volta che sei arrivato al corpo, si raggiunge il cuore e allora si utilizza veramente l’energia. Anche quando fai un tratto minuscolo dovresti scrivere con il corpo, diciamo che il movimento parte dal cuore. Il pennello stesso deve diventare come il tuo corpo, non deve essere uno strumento che impugni e che ‘usi’. Se il pennello è un elemento estraneo allora disturba, e così non viene fuori la tua energia: non deve disturbare, proprio come se fosse il dito che tocca la carta. I samurai, i maestri di arti marziali, facevano con le armi questo stesso allenamento. I maestri di spada più illustri, quando erano inbattaglia, sapevano che è in un cambiamento di tocco che si muore o si vive. E questo tocco si allena con la Calligrafia, questo piccolo, minuscolo tocco e questo affinamento della sensibilizzazione: per questo i Samurai la praticavano. Come in combattimento, non si possono fare correzioni.

D: E l’errore? Basta un po’ di inchiostro in più, appoggiare poco più il pennello…
R: Sì, ma in realtà è diverso…usiamo carta raffinatissima, inchiostro raffinatissimo, pennello raffinatissimo. Basta un colpo, e il carattere è diverso, cambia, c’è una differenza: è questa differenza che in realtàè personale. Noi non creiamo una cosa personale, noi scriviamo ideogrammi, però diventa personale, perché è quello il motivo sottile che fa sì che ci sia, per esempio, una macchia qua: quella è la tua emozione che viene fuori, il tuo nervosismo, la tua fragilità, la tua forza. In questo la calligrafia aiuta moltissimo e questo tocco sembra sbagliato, ma è venuto fuori dal tuo inconscio. I buddisti dicono che nel momento in cui scrivi devi essere MUSHIN, mente-cuore vuoto, no? Cioè non devi pensare di fare una cosa, ma deve essere così, un gesto abbastanza immediato, che ti viene fuori come succede a uno che guida in autostrada, c’è un incidente, e uno bravo , senza pensare, riesce a evitare lo scontro. E’ proprio questo il movimento che riesce a fare il calligrafo, perché si è allenato tantissimo e allora quando la sua opera diventa personale è opera d’arte. Se invece fai una cosa pensata, la linea diventa debole, perché non è energia tua, ma è voluta dalla testa che pensa, quindi l’energia è già bloccata. Il gesto non è programmato: quando sento di dovermi fermare mi fermo. Il gesto non è pensato, e così come sei in quel momento, quando scrivi, così quello che sei viene fuori: oggi sono secco, allora anche l’inchiostro è secco, è diverso, e anche la carta…Alla fine dello studio capisci queste cose e ti viene fuori automaticamente. Ecco allora che ti arriva qualcosa, ti arriva questo segno, al di là delle forma o del carattere che scrivi, ti arriva un segno: come se fosse un bambino che fa un disegno meraviglioso. Così è la calligrafia, al tempo stesso raffinata, studiata e personale: è liberata.

D: All’occidentale profano appare come un insieme di segni astratti su un fondo bianco: come guardarla, cosa vede lei in una calligrafia?

R: Purtroppo il vostro occhio ha troppa poca esperienza di bianco e nero. In realtà ci sono migliaia di bianco e migliaia di nero, quindi ci sono molte tonalità diverse: dipende da come è stato sciolto l’inchiostro, dalla carta, dal pennello, da come uno lo muove… Quindi la prima cosa è la prima impressione: al colpo d’occhio si coglie la personalità che viene fuori. Poi ovviamente guardo l’estetica (architettura, armonia, ritmo), soprattutto com’è l’energiache esprime: l’energia interiore e l’energia esteriore. Ci sono calligrafie che hanno accumulato l’energia dentro, che la nascondono: altre che la buttano fuori: si vede bene l’energia che si proietta fuori nello stile corsivo mentre nel Kaisho (stile stampatello) l’energia si vede dentro. In realtà stiamo sempre scrivendo in maniera personale, che sia corsivo o Kaisho, perché ognuno ha un’energia, però deve essere libera.

Norio Nagayama

NagayamaNORIO NAGAYAMA sensei, VI dan della Nihon Kyoiku Shodo Renmei/Japan Educational Calligraphy Federation (J.E.C.F), scuola che ha come direttore il Calligrafo di corte che è stato maestro dell’imperatrice. QUalche anno fa Nagayama sensei ha ricevuto il titolo di “Maestro non più giudicabile”. Da circa 15 anni dirige in Italia la più importante scuola europea di shodo.

 

Norio Nagayama è autore di Shodo, Kaisho lo stile fondamentale, per Stampa Alternativa e Alla ricerca del toro (a cura di L. Maggio), per Il Nuovo Melangolo, Genova 1991.

Per CasadeiLibri ha editato Shodo lo stile libero; Basho 2008 (calendario) e Il segreto della calligrafia.

Principe Shattan

Shattan, è un nobile mercante conosciuto come poeta ed esegeta. Fu uno degli ultimi membri del Sangam, la celebre accademia di poeti tamil le cui origini risalgono a una lontanissima antichità. Fu il protetto del re Chera Shenguttuvan che secondo lo Shilappadikaram (La Cavigliera d’oro) regnò per oltre cinquant’anni. Amico del principe Ilango Adigal, autore della Shilappadikaram , Shattan ottenne il suo benestare per la redazione della sua opera (il Manimekhalai) che narra il seguito de La Cavigliera d’oro. Shattan avrebbe anche avuto l’incoraggiamento d’Aravana Adigal, il grande maestro buddhista nell’India del sud che molti hanno identificato con lo stesso Nagarjuna.

Alain Daniélou

Alain Danielou suona la VinaAlain Daniélou (1907-1994), poliedrico studioso dai natali francesi orientalista e musicologo di prima grandezza. Le sue opere sulla civiltà indiana spaziano dalla cosmologia alla musica, dall’arte alla filosofia e alla storia, dallo yoga all’erotismo.Dopo un’infanzia austera passata in Bretagna, Alain Daniélou frequenta gli ambienti avanguardisti parigini degli anni ‘30. Molto presto, però, l’Europa non riesce più a soddisfare le sue aspirazioni più profonde e inizia la sua lunga avventura intorno al mondo: l’America, l’Africa del pirata Henry de Monfreid, i bassifondi di Pechino, la Persia e l’Afghanistan, che per primo attraversa in macchina, e quindi l’India dove viene accolto da Rabindranath Tagore. Affascinato da questo paese, vi rimarrà per più di vent’anni. Si consacra alla musica tradizionale, studia filosofia, sanscrito e indi negli ambienti più ortodossi della città santa, pratica lo yoga e viene iniziato allo shivaismo. Ma non è che un nuovo inizio.
Daniélou studiò a fondo la musica indiana e fu nominato professore all’Hindu University di Varanasi nel 1949 per poi divenire direttore del College of Indian Music. Fu uno dei primi occidentali a fotografare assieme a Raymond Burnier gli antichi complessi templari dell’India; il loro lavoro fotografico sul tempio di Khajuraho è stato esposto al Metropolitan Museum di New York. Alain Daniélou fondò inoltre l’Istituto Internazionale per gli Studi e la Documentazione di Musica Comparata a Berlino e a Venezia.

Tra gli altri riconoscimenti, ricordiamo: il Premio UNESCO-CIM per la Musica (1981), la Medaglia UNESCO Kathmandu (1987), il Premio Cervo per la musica (1991). Fu inoltre nominato Ufficiale della Legione d’Onore, Ufficiale dell’Ordine nazionale al merito, Commendatore dell’Ordine delle arti e delle lettere (Francia) e Membro dell’Accademia Nazionale di Musica e Danza dell’India.

Di Alain Daniélou per CasadeiLibri

La Via del Labirinto, Ricordi d’Oriente e d’Occidente
Il Tamburo di Shiva
Il giro del mondo nel 1936
La scoperta dei templi
La fantasia degli dei e l’avventura umana
La saggezza assassinata, in Il Regno di Giano
Principe Ilango AdigalLa cavigliera d’oro
Aravana AdigalManimekhalai

 

 

Véronique Brindeau

Véronique Brindeau, già insegnante di storia della musica giapponese all’Institut National des Langues et Civilisations orientales e coordinatrice editoriale alla Cité de la musique.

Ha pubblicato delle traduzioni dei racconti di Ikezawa Natsuki e una raccolta di poesie di Ogawa Shizue. In Italia il suo delizioso Elogio del muschio ha riscosso un piccolo grande  successo di critica e di pubblico.

In preparazione Hanafuda, il gioco dei fiori

Kyōgoku Natsuhiko 京極夏彦

kyogokuKyōgoku Natsuhiko (n. 1963), attivo dalla metà degli anni Novanta e ampiamente premiato e acclamato da pubblico e critica a livello nazionale, nasce a Otaru, una cittadina dello Hokkaidō occidentale situata tra il monte Tengu e la baia di Ishikari. Si occupa di design, ma l’interesse per gli yōkai 妖怪, le creature sovrannaturali del patrimonio folklorico giapponese, lo spinge a tentare nuove vie di espressione. Il debutto letterario avviene nel 1994 con il romanzo Ubume no natsu 姑獲鳥の夏 (L’estate della partoriente fantasma), opera in cui confluiscono le sue varie competenze: il suo passato da designer  affiora nelle accurate copertine che contengono modellini in resina di yōkai da lui stesso realizzati, e le sue ricerche sul mito e folklore traspaiono tra le maglie delle narrazioni sotto forma di citazioni di antichi testi giapponesi e cinesi. La produzione di Kyōgoku, in continua oscillazione tra fantastico e mystery, al momento in cui scriviamo consta di circa cinquanta opere, per la maggior parte voluminosissimi romanzi, caratterizzati dalla spiccata tendenza dell’autore alla serializzazione. I suoi principali progetti editoriali – le serie di romanzi “hyakki yagyō” (Parata notturna di cento demoni), “hyaku monogatari” (Cento racconti) e “edo kaidan” (Storie spettrali di Edo) – sono infatti accomunati da alcuni personaggi, come a esempio il celebre “detective dell’incubo” Chūzenji Akihito, e dai continui riferimenti a superstizioni e pratiche magiche del periodo Edo, da cui Kyōgoku trae costante ispirazione. Nel corso degli anni, tuttavia, decide di estendere i propri orizzonti e sperimentare nuovi generi, intraprendendo così un percorso che lo conduce alla science fiction, il secondo pilastro portante della sua produzione. Per la serie di romanzi chiamata “loups garous” (licantropi), infatti, inaugurata nel 2001 dall’omonimo romanzo, rivolge per la prima volta il proprio sguardo a contesti culturali diversi dal Giappone: è Der Steppenwolf, (Il lupo della steppa, 1927) di Herman Hesse a fornire l’idea di base da sviluppare – l’incomunicabilità e l’isolamento dell’essere umano – ma Kyōgoku la inquadra all’interno di un contesto urbano futuristico ben distante dalle ambientazioni storiche e retrò dei precedenti lavori, una società in cui gran parte delle comunicazioni avvengono tramite monitor portatili e l’unico luogo di aggregazione per gli adolescenti protagonisti dell’opera è costituito dall’edificio scolastico. Naturalmente, a tale background si aggiunge il tocco speciale di Kyōgoku che proietta ombre gotiche sulla scena, realizzando così un thriller psicologico di forte impatto. Già dalla fine degli anni Novanta si dimostra estremamente attivo nell’organizzare mostre e altre iniziative per la diffusione del patrimonio iconografico relativo alle creature sovrannaturali, attività che gli è valsa il titolo di “ambasciatore cultura degli yōkai”, e partecipa al comitato editoriale di Kwai 怪 (Mistero), la rivista trimestrale che costituisce un punto di riferimento indispensabile per gli esperti di yōkaigaku (妖怪学), gli “studi sulle creature sovrannaturali”. L’attività di “ambasciatore” prosegue con lavori corali e curatele di saggi di massima rilevanza in collaborazione con altri esperti del settore, quali l’antropologo Komatsu Kazuhiko (n. 1947) e il critico letterario Higashi Masao (n. 1958): dal 2000 approda anche al piccolo schermo con la serie televisiva Kyōgoku Natsuhiko – Kai 京極夏彦 – 怪 (Kyōgoku Natsuhiko – Mistero), curandone i testi e i dialoghi e, più tardi, nel 2005, produce il film Yōkai Daisensō (La grande guerra degli yōkai), remake dell’omonimo successo cinematografico del 1968 del regista Kuroda Yoshiyuki (n. 1928).

(Scheda di Diego Cucinelli)

Kurahashi Yumiko 倉橋由美子

Kurahashi Yumiko (1935-2005), pseudonimo di Kumadani Yumiko (熊谷由美子), è una scrittrice originaria della prefettura di Kōchi, nell’isola di Shikoku, regione densa di spiritualità. Molte antiche superstizioni legate al folklore locale – in particolar modo quelle relative a pratiche negromantiche – sopravvivono anche ai nostri giorni continuando ad affascinare artisti, appassionati di spiritismo e turisti che si recano sull’isola per visitare i luoghi menzionati in leggende e aneddoti, in particolar modo quelli legati al mondo dello shintō 神道 (lett. “via delle divinità” ). Anche Kurahashi Yumiko non sembra fare eccezione: la sua letteratura è radicata in una dimensione sovrannaturale popolata da figure non del tutto umane, spesso ibridi che comprendono elementi tratti dal mondo animale o di derivazione fantastica o spiriti privi di corporeità che interagiscono in vari modi con il mondo dei vivi. Figlia di un dentista, fin dalle scuole superiori dimostra un grande slancio verso la letteratura, tuttavia seguendo la volontà del padre si iscrive in un istituto di odontoiatria, ma al contempo – all’insaputa della famiglia stessa – segue un corso di Letteratura Francese presso l’Università Meiji di Tokyo, appassionandosi in particolare ad autori quali Camus, Sartre e Kafka. È in questi anni che giunge al debutto letterario: un suo racconto breve, Parutai パルタイ (Partei, 1960) viene inizialmente pubblicato su una rivista dell’ateneo e in seguito sulla prestigiosa Bungakukai 文學界, portando la giovane nel novero dei finalisti del famoso Premio Akutagawa (Akutagawashō), massimo riconoscimento per un lavoro di letteratura pura. Dopo la morte del padre vive un periodo di depressione che la allontana dalla letteratura ma il matrimonio e una esperienza di studio in America riusciranno a farle riprendere coraggio e produrre nuovi lavori. Nel 1987 riceve il premio Izumi Kyōka con Amanonkoku ōkanki アマノン国往還記 (Cronache del viaggio nel paese di Amanon, 1986), un lungo romanzo visionario in cui un predicatore giunge in un’isola abitata da amazzoni che hanno rigettato ogni forma di spiritualità e tenta di rivoluzionarne il sistema. Considerata una delle più alte esponenti della letteratura femminile contemporanea, Kurahashi riesce a fondere raffinatezza, sensualità ed elementi grotteschi in un prodotto letterario che coinvolge il lettore per le sue tinte sovrannaturali, molto spesso ispirate al folklore giapponese e cinese, come nel racconto breve Kubi no tobu onna 首の飛ぶ女 (La donna con la testa volante, 1985), in cui riprende una creatura dell’immaginario popolare la cui testa si stacca dal corpo e, sfruttando le orecchie a mo’ di ali, incontra in piena notte l’amante che il padre le impedisce di frequentare.

(Scheda di Diego Cucinelli)

Kanai Mieko 金井美恵子

Kanai Mieko (n. 1947) nasce a Takasaki nella prefettura di Gunma, luogo dalla natura sterminata e in cui il legame con la tradizione culturale si rivela ancora particolarmente profondo. Fin da bambina prova uno spiccato amore nei confronti dei gatti e, come lei stessa specifica nel saggio Mayoineko azukattemasu 迷い猫あずかってます (Il mio gatto è un trovatello, 1993), la passione è condivisa dagli altri membri della famiglia. Questo lavoro che trova una collocazione particolare nella produzione di Kanai, incentrata prevalentemente su racconti di breve lunghezza e poesie, mette bene in luce l’esperienza con i felini e, più nel dettaglio, il rapporto con Toller (torā, トラー), un randagio intrufolatosi nell’appartamento di Tokyo della scrittrice e che lei ha amorevolmente accolto. Già nella copertina – opera della sorella, la pittrice Kanai Kumiko (n. 1945) – viene sottolineato come il testo rappresenti “un saggio sdolcinato composto da una scrittrice di letteratura pura che adora i gatti” e nei sedici capitoli in cui si suddivide viene dedicato ampio spazio a descrivere minutamente usi e gusti di Toller, il suo atteggiamento snob nei confronti del salmone in scatola di basso costo e i lunghi pisolini davanti alla stufa. Alla morte del gatto rimasto con lei per ben diciassette anni, Kanai decide di non avere altri animali per un po’ e ne spiega alcune ragioni nel saggio Neko no inai seikatsu no yosa ni tsuite 猫のいない生活の良さについて (Sulle cose buone di una vita senza gatti, 2011). Da un lato, una questione di tipo pratico, in quanto la scrittrice sottolinea come sia difficile per un’amante dei viaggi come lei soddisfare la propria passione avendo da accudire un gatto in casa. Dall’altro, invece, una motivazione desueta, che rispecchia il carattere di Kanai, imprevedibile e passionale: nel saggio infatti afferma che dopo la morte del gatto è finalmente tornata a mangiare uno dei suoi cibi preferiti, lo okara, che per lunghi anni aveva evitato in quanto la polpa di soia era uno dei componenti della lettiera di Toller. In realtà, come spesso avviene nelle opere di Kanai, le riflessioni condotte nel corso del testo racchiudono un aspetto più profondo, che va cercato nel legame tra la vita dell’artista e quanto riportato nei vari scritti: il flusso di coscienza e la psiconarrazione che ne caratterizzano la produzione trovano spazio anche all’interno di questo saggio, che molto sembra attingere al mondo degli zuihitsu. Se normalmente i suoi lavori di prosa e poesia si distinguono per l’assenza di marcatori convenzionali (fisici, anagrafici ecc…) e antroponimi, in Mayoineko kattemasu il nome di Toller compare un numero di volte decisamente eccessivo. Tali ripetizioni vengono abilmente articolate dalla penna dell’autrice sfruttando le possibilità offerte dalla lingua giapponese – ovvero variando i grafemi che lo compongono – e hanno la funzione di rendere ancor più palpabile l’immagine del gatto, per distinguerlo dalla soggettività indefinita dei personaggi dei lavori di fiction.

(Scheda di Diego Cucinelli)