Recensioni a Giochi senza frontiere

Il Padova del 25/03/2007

“Il cricket contro le frontiere”
di Davide Bacca

In molti hanno evocato riti voodoo. Altri, più prosaicamente, hanno tirato in ballo commistioni mafiose con il mondo delle scommesse. Fatto sta che i Mondiali di Cricket, le cui partite sono in corso lungo i Caraibi fino al 28 aprile, stanno vivendo un vero e proprio giallo. Domenica scorsa l’inglese Bob Woolmer, coach dellaNazionale pakistana, è stato trovato ucciso nella sua stanza d’albergo. Poco dopo, anche l’ex presidente della federazione irlandese, Robert Kerr, è stato trovato morto nel suo hotel giamaicano.

Ombre scure che si addensano su uno sport che ha nel suo dna la capacità di essere griglia interpretativa per alcuni passaggi cruciali della storia degli ultimi due secoli. Così almeno la pensava Cyril Lionel Robert James, che nel suo libro Giochi senza frontiere. Del Cricket o dell’arte della politica (da poco tradotto in italiano dalla padovana Casadeilibri) mette insieme una superba testimonianza autobiografica e un vero e proprio saggio sulla storia e la filosofia del cricket. James, nato a Trinidad nel 1901 e morto a Londra nel 1989, è una delle figure di riferimento della cultura caraibica postcoloniale (da ricordare il suo saggio I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco che negli anni ’70 – periodo in cui James militò nelle Pantere Nere – ebbe una discreta fortuna anche in Italia).

Giornalista, storico, scrittore, le sue analisi hanno attraversato criticamente il marxismo, ricavandone interpretazioni originali. “Nelle mie riflessioni – scrive per esempio James – ero sempre più cosciente dell’esistenza di vasti ambiti che la prospettiva storica e politica a cui aderivo non riuscivano a coprire”. Dopo aver soggiornato per 15 anni negli Stati Uniti, dove fu vittima del maccartismo, il ritorno a Trinidad coincide con il riaffiorare della sua passione per il cricket e le tematiche coloniali. Un contrasto, a prima vista. Com’è possibile che un “nazionalista nero”, definisca se stesso attraverso una tradizione europea e britannica come quella del cricket? La risposta è nelle dense pagine di Giochi senza frontiere, pubblicato nel 1963. Nello stesso tempo saggio sul colonialismo, biografia intellettuale e “il libro più bello che sia mai stato scritto sul cricket”. Il fatto è, spiega James, che il cricket è uno sport popolare, rurale, pre-moderno. Spazi e tempi di gioco sono indefiniti, regole e leggi sono parte integrante della partita. La sua nascita “si deve ai piccoli proprietari terrieri, ai guardiacaccia, agli stagnini, ai fabbri, ai minatori del carbone di Nottingham, ai braccianti agricoli dello Yorkshire”. Il gioco “sa abbattere le frontiere” perchè riesce a risolvere, sul campo, l’eterno problema del rapporto uno-altri, tra l’individuo e la società: il cricket inculca valori, come il fair play e la lealtà, che appartengono al processo di civilizzazione.James va anche oltre: “A mio giudizio il cricket contiene elementi genuinamente artistici” tanto che “si può affermare che esso comprenda la maggior parte degli elementi artistici che possono essere rinvenuti negli altri sport”. L’edizione italiana (300 pp., 18 euro) comprende infine una bella introduzione di Umberto Zona e un’apparato critico per entrare nei complessi meandri di questo sport.

 

Diario/Lettera 22 del 14/06/2008

Perché a Musharaff piace giocare a cricket
di Emanuele Giordana

Sulla quarta di copertina di “Stanotte la libertà” di Dominique Lapierre e Larry Collins, uno dei libri più fortunati della storia del giornalismo, due ex ufficiali del British Indian Army, l’esercito del Raj britannico, posano soddisfatti al posto di frontiera indo-pachistano che divide il Punjab. Il primo è un maggiore del Pakistan col basco d’ordinanza sulla divisa kaki. Il secondo è un colonnello sikh dell’esercito dell’Unione indiana, con tanto di barba e turbante. Accanto agli autori, lungo la linea di confine che dal 1947 divide l’India dal Pakistan, i due hanno probabilmente in comune almeno tre cose: appartenevano, prima della Partition, allo stesso esercito che, dal 1858 al 1947, si chiamava semplicemente Indian Army; provengono assai probabilmente dalla medesima terra – il Punjab, la regione dei cinque fiumi che fu divisa dal righello coloniale del giurista britannico Cyril Radcliffe. Infine condividono la stessa passione per il medesimo sport: il cricket. Di queste tre possibilità, la terza è sicuramente la più certa.
A sessant’anni da quella notte dell’agosto 1947 in cui neo pachistani e indiani raggiunsero la libertà dall’Impero di Sua Maestà, molte cose sono cambiate nelle due sorelle divise da quel parto brutale. Ma la passione per il cricket è rimasta la stessa. E’ andata anzi, col tempo, aumentando. Facendo di Pakistan e India due delle più abili nazioni a maneggiare la mazza piatta e la pallina di pelle di cervo che costituiscono il cuore di un gioco nato nel Sud dell’Inghilterra tra il XIV e il XV secolo, ma divenuto molto popolare in epoca vittoriana e, da allora, trasferitosi con sempre maggior fortuna nelle colonie dell’Impero. Di più: il cricket ha finito per rappresentare, per Pakistan e India, sia un motivo di orgoglio identitario quando si giocano i campionati internazionali, sia il modo ufficioso per tornare a stringersi la mano quando la politica fa fatica o sceglie altre vie che non siano quelle formali dei negoziati ufficiali. India e Pakistan usano il cricket per giocare e divertirsi, scommettere e arrabbiarsi, godere e imprecare ma anche per parlarsi, negoziare, stemperare tensioni o, al contrario, inasprirle.

Il cricket e i suoi cantori
Che il cricket abbia una vocazione politica, o che si presti ad essere letto con le categorie della politica che, a loro volta, possono essere interpretate con le categorie del gioco, lo scrisse per primo un intellettuale delle Indie occidentali nato nel 1901 a Port of Spain, Trinindad, dove aveva passato gioventù e adolescenza nelle librerie dell’Impero e sui campi da cricket dei college o più semplicemente ricavati in qualche prato dell’isola. In un libro assai meno famoso (almeno in Italia) da quello che lo fece conoscere al grande pubblico – I giacobini neri, pubblicato nel 1938 e nel Belpaese negli anni Settanta, più recentemente nel 2006 – Cyril L. James, un fervente socialista nero, sposa l’idea che il cricket va ben oltre la sola forma del giocare. Non è insomma “solo un gioco” e a sostegno della sua tesi cita i classici: “…tra tutti i popoli, i greci furono i più portati alla politica e i più creativi dal punto di vista intellettuale e artistico…veneravano gli eroi sportivi a un livello che farebbe impallidire i nostri cacciatori di autografi…al nostro ipocrita “è solo un gioco” avrebbero risposto con fastidio…”. I greci infatti, spiega ancora nel suo Giochi senza frontiere. Del cricket o dell’arte della politica (uscito in Italia per Casadei), “…erano convinti che un atleta che avesse rappresentato la sua comunità in una competizione nazionale, e vinto, avrebbe conferito un notevole prestigio alla sua città”. Il gioco è dunque, per i neri e gli oppressi delle colonie, la metafora dell’indipendenza. E il cricket, sport della “madrepatria” imperiale, diventa – nell’analisi di James – l’oggetto del desiderio degli oppressi alla ricerca di un riscatto. Nella prefazione al suo corposo saggio, Umberto Zona ricorda che lo studioso indiano Ashis Nandy ipotizza che la riuscita del cricket nel subcontinente si regga su una struttura mitica che lo renderebbe particolarmente affine alla sensibilità di alcune culture indigene. E che, per dirla con lui e il suo The Tao of cricket, “… è un gioco indiano accidentalmente scoperto da un inglese”. Nella lettura di James, il cricket diventa per la gente delle colonie uno spettacolo che rappresenta l’“estetica della resistenza”, emancipazione e auto affermazione: dal campo di gioco a quello di battaglia, “oltre la linea del colore”, del quale il conteggio dei punti, l’interminabile durata delle partite, le regole d’oro che impongono una correttezza suprema, non tengono conto.

Cricket & Pakistan
In Pakistan il cricket è diventato così tanto politica da aver dato al panorama locale, con Imran Khan, un grande fuoriclasse sia on the field (un campo in erba dalla forma ovale o rettangolare con dimensioni variabili) sia nell’agone partitico. Senza contare che lo stesso Musharraf, per non dire del generale Zia ul-Haq, rientrano (o rientravano) tra i grandi appassionati del gioco. Imran Khan è stato forse più bravo come giocatore (un all-rounders, come si dice in gergo: buono a battere, a lanciare, a prendere la palla) che non come politico. Ma il fondatore del “Movimento per la giustizia”, l’uomo che ha portato il Pakistan alla conquista della World Cup nel 1992, è riuscito a costruire la sua seppur piccola fortuna politica soprattutto sulla fama di giocatore. Tanto che i denigratori sostengono che le folle che accorrono ai suoi comizi ci vanno per vedere gli stessi gesti che fecero di lui il grande Imran che aveva giocato in nazionale per oltre vent’anni. La vera importanza del cricket nella politica dei due paesi, sta invece nella sua capacità di essere veicolo negoziale. Fino al 2006, forse non a caso, alla testa del Pakistan Cricket Board (Pcb) c’era un ex diplomatico di rango. Shaharyar Khan sapeva benissimo che si trovava in un posto delicato in un momento burrascoso e non solo perché il board era sotto tiro, accusato di nepotismo e corruttela. Erano tempi difficili. E fu anche attraverso il cricket che, soprattutto il Pakistan, tentò i passi di un riavvicinamento difficile con l’India. L’aumento della tensione nelle relazioni politiche tra Islamabad e Delhi, tra il 2001 e il 2002 dopo l’assalto terroristico al parlamento dell’Unione, aveva portato le due potenze nucleari sull’orlo dell’ennesima guerra. L’occasione arriva nel marzo del 2004 quando ormai, almeno in parte, la situazione si è raffreddata. La nazionale indiana va a giocare a Karachi, un catino da 33mila spettatori. E’ la prima volta dalla fine del secolo scorso che gli indiani vanno a giocare in Pakistan. La tensione è alta ma non succede nulla nonostante i timori di incidenti. Chi abbia vinto la partita ci interessa poco. Come avrebbe detto James, fu la politica a vincere quel match. Diplomazia e cricket tonano d’attualità l’anno dopo, nel 2005. Al governo in India c’è adesso il partito del Congresso e il primo ministro è il sikh Manmohan Singh, braccio destro e fedelissimo di Sonia Gandhi. Singh non solo caldeggia una partita della nazionale pachistana in India ma invita lo stesso Musharraf a presenziarvi.

“Cricket diplomacy: has worked!”
Quando la testata indiana Rediff chiede a Shaharyar Khan di fare un bilancio della “cricket diplomacy”, il dirigente del Pcb non ha dubbi: “funziona”, dice. Il giornalista lo incalza: sa che S. Khan non è solo un fine diplomatico e un conoscitore delle regole del gioco, ma anche il cugino di Mansur Ali Khan Pataudi, detto “Tigre”, uno dei leggendari capitani del team nazionale indiano. Shaharyar ne approfitta per spiegare allora che le tensioni si sono allentate, che è più facile viaggiare tra i due paesi e visitare i parenti. In realtà adopera la cricket diplomacy anche nell’intervista e rivela che Musharraf gioca volentieri a squash e a tennis ma che la sua vera passione è il cricket. “Forse non è un giocatore eccelso – dice – ma lo ha giocato e ne conosce tutte le raffinatezze”. Una maniera sottile per dire agli indiani che Musharraf è affidabile. E anche simpatico. Non è al prima volta che il cricket e la diplomazia vanno a braccetto. Nel 1987 il generale Zia ul-Haq, un uomo che con l’India ha avuto sempre pessime relazioni, va a Jaipur a vedere un incontro. In realtà fu solo un piccolissimo passo avanti nelle relazioni tra i due paesi. L’anno dopo Zia morì in un controverso incidente aereo. E anche la cricket diplomacy ebbe una battuta d’arresto. Naturalmente il cricket è ben altro in Pakistan che solo politica e diplomazia: gioco soprattutto, e naturalmente tifo, soldi, business. E anche diversi guai. I due più antipatici arrivano nel 2006 e nel 2007. Il primo è solo una polemica di gioco. Un lanciatore pachistano viene accusato di aver maneggiato la palla in modo “falloso” prima di tirarla. E’ subito polemica perché “nulla può essere utilizzato per “favorire” il lancio, salvo la saliva o il sudore, cioè qualcosa che viene dal corpo”, spiega Alfonso F. Jayarajah, cittadino italiano di origini tamil, una delle colonne con Simone Gambino del cricket italiano. L’arbitro viene contestato e la notizia fa il giro del mondo tanto da arrivare persino sui giornali italiani che, benché in Italia esista anche una nazionale di cricket (di cui Alfonso è stato il primo capitano), ignorano questo sport che fa impazzire circa un miliardo e mezzo di anime, dall’Afghanistan al Sudafrica passando per l’Australia. Ma il fattaccio brutto deve ancora arrivare.

It’s not cricket!
Arriva in marzo, in Giamaica. Bob Woolmer, allenatore della nazionale pachistana, viene trovato morto in una camera d’albergo di Kingston. Sarebbe stato strangolato per via di un giro di scommesse durante i mondiali. Tensione alle stelle e inchiesta a tutto campo, giocatori compresi. Anche lì arriva subito la cricket diplomacy ma in un’altra accezione: Islamabad alza la voce per ottenere che la polizia giamaicana non blocchi a Kingston la squadra che i magistrati vorrebbero interrogare. Alla fine la Giamaica cede, anche se tra i due paesi non esiste un trattato di estradizione e il team torna in patria. Il caso Woolmer solleva schizzi di fango, dubbi e perplessità. Perché, si chiedono in molti, il Pakistan, già vincitore con Imran Khan di una coppa mondiale, ha perso con l’Irlanda (come se l’Argentina, per dirla in termini calcistici, si facesse fare cappotto dalla squadra bresciana del Lumezzane)? La partita era truccata? Bob lo aveva capito? Si solleva il velo su un mondo miliardario e Lord Condon, a capo dell’International Cricket Council’s Corruption Unit, spiega ai giornali che, in termini di scommesse, una partita di cricket può valere anche un miliardo di dollari… Com’è finita? Dopo tre mesi gli inquirenti giamaicani hanno chiuso il caso sostenendo che Woolmer era morto per cause naturali. Attacco cardiaco. Una frettolosa decisione che la magistratura isolana ha contestato, decidendo di riaprire l’inchiesta di cui non si è saputo più nulla. Ma i tifosi, si sa, dimenticano in fretta. Anche quella locuzione ormai entrata nel lessico dell’inglese moderno che recita: “it’s not cricket”, per dire che una cosa non è corretta, che insomma non va. Non va come dovrebbe invece andare la palla rossa di pelle di cervo (per non urtare, col maiale o la vacca, la sensibilità di indù e musulmani) che, ben lanciata, può arrivare a 140 chilometri l’ora. Compiendo in meno di mezz’ora la distanza tra Lahore (Pakistan) e Amritsar (India), nel cuore del buon vecchio Punjab diviso in due dalla linea Radcliffe.

Giochi senza frontiere

cricketDel cricket o dell’arte della politica

C.R.L. James

Giochi senza frontiere (Beyond a boundary) è uno dei capolavori di C.R.L. James, straordinaria figura intellettuale che ha attraversato tutto il ‘900 con passione ed intelligenza, coniugando il suo ompegno politico con l’amore per la filosofia, la letteratura, l’arte e…. il cricket che per James è molto più di un gioco. Per James, il cricket contiene gli elementi fondamentali della vita, combinando al suo interno spettacolo, storia,politica, movimento e stasi, individuo e società; per questo il cricket va oltre il limite del campo di gioco, i fragili confini che separano la cultura dalla politica, la razza dalla classe, l’oralità della letteratura alta, ed è un formidabile strumento per leggere le strategie del colonialismo britannico. Un romanzo e un saggio originalissimo, scritto nel corso degli anni, Beyond a boundary fu pubblicato nel ’63 e ininterrottamente ristampato fino ad oggi in molti paesi del mondo, divenendo peraltro una vera e propria “Bibbia” per tutti gli appassionati di cricket.

beyond a boundaryC.R.L. JAMES, nato nel 1901 a Port of Spain (Trinidad), al tempo colonia britannica, da una famiglia di modeste condizioni, James si trasferì dapprima in Inghilterra, dove si dedicò alla politica, divenendo uno degli animatori del Socialist Worker’s Party, poi negli Usa dove rimase fino al 1953, anno in cui fu espulso, dopo essere stato incarcerato. Ritornato in Inghilterra, morì a Londra, nel 1989. Uomo coltissimo, soprannominato il “Platone nero”, fu pioniere del movimento panafricanista e teorico marxista ma anche scrittore raffinato, giocatore di cricket e giornalista sportivo, attore, critico letterario, storico. Punto di riferimento per l’intellighenzia nera e per buona parte della cultura anglosassone, James ci ha lasciato numerosi scritti, di cui solo alcuni tradotti in italiano. Tra questi: World Revolution, 1917-1936 (1937), The Black Jacobins (1938), A History of the Negro Revolt (1938), Facing Reality(1958), Notes on Dialectis (1948), State Capitalism and World Revolution (1950), Mariners, Renegades and Castaways: The Story of Herman Melville and the World We Live in, oltre all’imponente American Civilization, rimasto incompiuto.

Recensioni

Formato: 13,5 x 21 cm., Pagine: 256, ISBN: 888946609x Prezzo: 18,00

La Cucina degli angeli

cucina copertinaLuc Benoist

La beauté seule peut transformer en charité son propre mépris

Traduzione di Francesco Maria Fonte Basso
In quest’opera, premiata dalla Revue Universelle nel 1930 con lo stesso titolo del noto quadro di Murillo esposto al Louvre che rappresenta un miracolo di San Giacomo, e che può simboleggiare il meccanismo dell’ispirazione, l’autore esamina in tutti i suoi aspetti il processo della creazione intellettuale e propone al lettore un centro comune che comanda le più differenti realizzazioni. Ricco di contenuti e di suggestioni indefinite, come dice Gabriel Marcel nella sua prefazione, questo saggio incanterà gli appassionati d’estetica e li condurrà alla soglia dei grandi principi, quelli di Leibniz, di Platone, e delle dottrine tradizionali la cui rinascita è il carattere spirituale più sorprendente della nostra epoca.

Formato: 13,5 x 21 cm., Pagine: € 122, ISBN: 88-89466-33-6 Prezzo: 12,00

Luc Benoist

Luc Benoist (1893-1980) è stato assistente al Musée de Versailles e conservateur honoraire des Musées de France. A partire dal 1928, iscopre l’Opera di René Guénon che lo spinge a modificare ed orientare la propria prospettiva. Corrispondente di Guénon all’epoca già al Cairo, divenne collaboratore regolare della rivista Études Traditionnelles.

Autore di numerosi scritti sull’arte come La Sculpture romantique, Paris, 1928, La Renaissance du Livre. Art du Monde, la spiritualité du metier, tra i sui libri tradotti in italiano ricordiamo: Segni, simboli e miti. – Milano : Garzanti, 1976 e Il Compagnonaggio e i mestieri – Amiedi, Milano.

Recensione Un’educazione per la democrazia

Dal sito internet www.oxydiane.net del 16/9/2009

L’istruzione obbligatoria universale/
Testi e progetti degli albori della rivoluzione francese 

di Norberto Bottani

testi chiave presentati in traduzione italiana:

il rapporto di Condorcet (aprile 1792);
il piano di Lepeltier (luglio 1793);
il rapporto sull’istituzione della Scuola Cnetrale dei lavori pubblici di Fourcroy (1974);
il secondo rapporto sull’istituzione delle scuol normali di Lakanal (1794)
Questo pregevole volumetto pubblicato nel corso dell’estate dalla casa editrice Casadei di Padova [ 1 ] ha il merito di attirare l’attenzione sui temi affrontati agli inizi della rivoluzione francese a proposito dell’istruzione e della scuola. Come ricorda Baczko, la rivoluzione non ha inventato la scuola e nemmeno l’alfabetizzazione di massa. Le sue esperienze pedagogiche non hanno per niente influenzato la curva dell’alfabetizzazione: “In compenso essa ha inventato una nuova rappresentazione dell’educazione e, di conseguenza, della scuola.” … “Attraverso i suoi progetti, sogni e esperienze, il periodo rivoluzionario lega all’immaginazione sociale la rappresentazione e la speranza dell’educazione per la libertà e la democrazia e, soprattutto, la rappresentazione della scuola che emancipa…”.

La connessione educazione-democrazia
Oggi ancora il dibattito pedagogico si svolge in gran parte nell’ambito dei temi discussi all’inizio della Rivoluzione francese , indipendentemente dalle soluzioni inventate da allora in poi dagli stati nazione per realizzare l’istruzione universale, promuovere il merito, riconoscere i talenti, facilitare l’accesso alla cultura, potenziare la democrazia. “Avere operato la fusione, a livello simbolico, dell’educazione e della democrazia, dovendo l’una, necessariamente, assicurare l’avvenire dell’altra, questa fu, in fin dei conti, la grande invenzione, politica e pedagogica insieme, del periodo rivoluzionario” scrive Baczko nel saggio introduttivo del volume nel quale sono presentati i quattro contributi egregiamente tradotti da Vannina Fonte-Basso.

Ancora oggigiorno le organizzazioni internazionali intergovernative come la Banca Mondiale , l’OCSE , l’UNESCO , giustificano i loro programmi nel settore delle politiche scolastiche con questo argomento: lo sviluppo dell’istruzione nel mondo e segnatamente l’innalzamento del livello d’istruzione della popolazione sarebbe un fattore cruciale di diffusione della democrazia e indirettamente dell’economia di mercato. Istruzione e democrazia sarebbero strettamente connesse. La seconda non potrebbe fare a meno della prima. La qualità della vita democratica e il suo consolidamento implicherebbero livelli d’istruzione elevati per tutta la popolazione, un’educazione di massa insomma, che vada ben oltre gli obiettivi, relativamente modesti, dei rivoluzionari del 700, i quali hanno nondimeno posto le premesse delle politiche scolastiche di tutta l’epoca moderna e contemporanea.

Educare il popolo per governarlo

La missione pedagogica di educare il popolo è sviscerata per la prima volta in questi testi e nel dibattito politico che hanno suscitato: la razionalità critica alla portata di tutti, “i lumi della ragione” come ancora di salvezza per una società libera, fraterna e giusta.

Son passati due secoli dall’ inebriante esaltazione pedagogica di Condorcet, Lakanal, Mirabeau e soci e possiamo ora fare i conti di questa operazione. Il bilancio è amaro, non solo per i risultati deludenti delle valutazioni su vasta scala realizzate da quarant’anni a questa parte [ 2 ]. Quanto successo nella prima metà del ventesimo secolo, l’apocalisse della Shoa in primis , non concorre a convalidare la tesi rivoluzionaria del collegamento intrinsico tra sviluppo dell’istruzione e democrazia. La ragione può essere diabolica e dar luogo a società tutt’altro che democratiche, rispettose di qualsiasi cittadino. L’ingrediente dell’istruzione per tutti non basta. Occorre qualcosa d’altro per promuovere società giuste, tolleranti, non violente. Il governo della società e l’emancipazione di tutti non si conseguono solo con lo sviluppo dei sistemi scolastici, l’estensione della durata della scolarizzazione, il miglioramento generalizzato dei livelli d’istruzione della popolazione. Come afferma Baczko in conclusone del saggio introduttivo ai quattro testi della fine del Settecento, “una società democratica che non riesce ad affrontare i suoi problemi e i suoi conflitti rinnovando il suo immaginario collettivo e soprattutto la sua rappresentazione dell’ “educazione alla libertà” non espone ai rischi più gravi questa libertà stessa, speranza sempre indefinita, ma sempre tanto concreta quanto facile?”.
___________________
[ 1 ] Catalogo molto elegante e raffinato, piacevole da sfogliare.

[ 2 ] Per esempio le indagini dell’IEA e l’indagine PISA dell’OCSE, di cui si parla in numerosi articoli di questo sito, che possono essere ritrovati con una ricerca svolta utilizzando gli acronomi di ogni indagine.

Henkey

HenkeyMetamorfosi di origami modulari                                                        Gianna Alice

 

 
Il nome henkyi è stato scelto perché questi moduli si trasformano e, con semplici varianti, danno vita a modelli molto diversi tra loro: kusudama, stelle, fiori, animali … Gli origami presentati in questo libro, ideati da Gianna Alice, ormai famosa anche in giappone, sono semplici da fare ma incredibili negli sviluppi.

origami

 

 

 
Gianna Alice, biellese di origine, si è laureata in matematica a Torino dove vive. Studiosa della cultura giapponese, pratica diverse arti marziali in particolare aikido (4°dan Aikikai d’Italia ) e jodo (3° dan conseguito a Tokyo). Insegnante di matematica, ha utilizzato l’origami modulare come sussidio all’insegnamento della geometria tenendo corsi in scuole di diverso grado.
Ha pubblicato in Giappone i suoi primi modelli di origami sulla rivista della Nippon Origami Association, quindi il libro di modulari Alice’s fushigina rittai origam i e successivamente in Italia – Kabuto – contenente una sessantina di modelli di elmi.

 

Formato: 17 x 24 cm., Pagine: 208 pagine a colori, ISBN: 8889466650 Prezzo: € 22,50

Bronislaw Baczko

Bronislaw BaczkoBronislaw Baczko nasce a Varsavia, il 13 giugno 1924. A seguito dei drammatici eventi della guerra lascia, con la sua famiglia, la città. Trascorre due anni in Unione Sovietica, in un kolchoz , raggiunge poi l’armata del partito comunista polacco e, come ufficiale dell’Armata polacca, ritorna nel 1944 a Varsavia, dove completa gli studi. Nel 1952 è docente all’Università di Varsavia ed esponente di punta del marxismo polacco. E’un professore seguito con fedeltà dai suoi studenti, uno studioso che si addentra, a partire dagli studi su Rousseau, nelle problematiche del XVIII° secolo e del periodo rivoluzionario di cui diventerà uno dei maggiori esperti a livello mondiale.
La sua attività di intellettuale si intreccia alle vicende politiche della Polonia; rigore e coerenza, la difesa della libertà d’opinione, della legalità, lo porteranno a un duro scontro con il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco). Nel 1968 viene interdetto. Espulso dal partito gli viene impedito di insegnare, di pubblicare, ed è costretto all’esilio. In Francia prima, a Ginevra poi, Baczko prosegue il suo percorso intellettuale e umano. Pubblica testi importanti sull’Utopia, sulla Rivoluzione Francese, di cui indaga i risvolti legati all’immaginario sociale, sulla pedagogia rivoluzionaria. Prosegue la sua attività di Professore all’Università di Ginevra, dove vive tutt’ora. La sua ultima fatica è recente: Politiques de la Révolution française , edito da Gallimard, è stato dato alle stampe nel 2008.

Un’educazione per la democrazia

EducazioneTesti e progetti del periodo rivoluzionario

Bronislaw Baczko

Il testo “ Un educazione per la democrazia. Testi e progetti del periodo rivoluzionario”parla della scuola e dei suoi problemi, partendo dalle origini, controverse e complesse, dei progetti di istruzione pubblica, nel periodo della Rivoluzione Francese.
Non è però né un semplice pamphlet polemico, né,solamente, una riproposizione di testi, di difficile interpretazione per il lettore contemporaneo. La guida alla lettura dei progetti presentati, la messa a fuoco delle tematiche più rilevanti nello scontro che opponeva i sostenitori di diverse “linee” d’intervento”, il legame con le problematiche del presente, viene fatto con grande lucidità e chiarezza da Bronislaw Baczko, storico polacco noto in Italia per i suoi lavori sull’utopia e sull’immaginario sociale.

E’ un nome di riferimento per gli addetti ai lavori, ma anche uno studioso con grande capacità comunicativa, frutto della sua lunga esperienza didattica in Francia e in Svizzera: la sua introduzione (40 pagine) disegna un quadro generale di un periodo e di una tematica su cui la letteratura è carente. Il testo di riferimento da lui curato comprende una gamma molto ampia di contributi. L’edizione italiana si presenta più agile, essendo indirizzata non solo agli storici e, in generale, a persone che amano indagare e conoscere i legami tra i problemi del passato e presente, ma anche a studenti delle Facoltà di Scienze della formazione, in cui è presente l’insegnamento di Storia della pedagogia o Storia della scuola.

Nell’edizione italiana sono quindi presenti i nomi noti, che hanno segnato l’origine della scuola pubblica, a partire da Condorcet. Oltre a Condorcet (è il progetto più lungo, 60 pagine,) sono presentati altri tre testi: quello di Lepeletier, il progetto robesperrista per eccelenza, letto da Robespierre stesso (30 pagine) un testo di Lakanal (13 pagine) che tratta il problema, molto attuale, della formazione degli insegnanti, un testo di Fourcroy,(16 pagine) sulla nascita della scuola Politecnica, che affronta il problema, risolto in Francia ben diversamente che in Italia, delle scuole tecniche. Ognuno di questi contributi ha la nota introduttiva di B. Baczko.Di questi testi esiste solo la traduzione di Condorcet, degli anni ‘60, introvabile e di non facile lettura. Abbiamo voluto,al contrario, che i testi, pur nel rispetto delle caratteristiche della lingua settecentesca usata, fossero di per il lettore contemporaneo, gradevoli e privi di inutili oscurità. Le note chiariscono il significato di alcuni termini desueti. Il testo é completato da apparati a cura di B. Baczko e di Patrizia Zamperlin, docente di Storia dell‘Educazione all’Università di Padova che delinea un quadro degli studi italiani su questo settore disciplinare.

L’introduzione della curatrice V. Fonte-Basso, chiarisce i motivi della scelta dei testi, i criteri seguiti per la traduzione e fa rilevare, sulla scia delle osservazioni di Baczko, alcuni elementi di attualità, e il legame tra il passato e i problemi, di difficile soluzione, che investono la scuola del nostro presente.

Recensioni

Formato: 13,5 x 21 cm., Pagine: 244, ISBN: 88-89466-41-4 Prezzo: € 19,00

Recensione Arte e Culti dell’oriente cristiano a Roma e nel Lazio

Medioevo febbraio 2010

Ex oriente lux
di Andreas Steiner

La presenza del cristianesimo orientale, bizantino, siriaco e copto – a Roma e nel Lazio è l’argomento del volume che raccoglie numerosi saggi (di Angelo Michele Piemontese, Renato d’Antiga, Marta Ragozzino, Anna Calia, Lorenzo Casadei e Giulia Lotti), corredati da un prezioso apparato iconografico, in ampia parte inedito (curato da Federica Aghadian), su questa particolare e, strano a dirsi, per molti versi ancora sconosciuta corrente della storia artistica e religiosa. Introduce l’opera l’affascinante ricerca di Angelo Piemontese, dedicata alla ricostruzione del culto dei santi persiani a Roma (un tema mai prima affrontato né in Italia, né all’estero) mentre la parte centrale del libro illustra la Roma bizantina e il monachesimo laziale, evidenziando come ai momenti di “eclissamento” della funzione guida della capitale abbiano fatto da contraltare – come ricorda nella presentazione il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Guido Milana – “luci provenienti dalla “periferia” , per esempio da Subiaco, Farfa e Montecassino, dove il monachesimo giunto da oriente andava elaborando i germi del mondo a venire”.
L’opera prosegue indagando la presenza delle cosidette “Madri orientali del Lazio” (con capitoli dedicati, tra l’altro alla più antica icona di Maria in Roma, alla Madonna di Farfa e a quella “nera” della Civita di Itri) e il rapporto tra la figura della Isis lactans (del culto egiziano, copto e pagano) e l’immagine della Madonna che allatta.
Il processo di cristianizzazione del mondo romano antico, “lento, accidentato e incompleto”, viene raccontato all’esempio di un monumento poco conosciuto, la Chiesa di Sant’Angelo in Peschiera, vicino al teatro di Marcello.
Chiudono il volume brevi saggi dedicati alle tracce della Roma greca e siriaco-armena, alla continuità tra oriente e occidente testomoniata dalla documentazione musiva presente nelle principali chiese paleocristiane della capitale, all’arte deuterobizantina nel ducato di Gaeta, all’abbazia di San Magno a Fondi e alla Basilica di Castel Sant’Elia.

 

Il Riformista

Roma e l’Oriente. Il culto cristiano di due millenni fa.
di Cinzia Leone

OPERA OMNIA. Un volume di CasadeiLibri ripercorre gli influssi artistici giunti da Bisanzio, Persia ed Egitto. Una miniera di documenti inediti che individuano nuove tracce di lettura della storia della Chiesa.
Età delle tenebre, secoli bui, decadenza, sono gli stereotipi che perseguitano l’alto Medioevo. Dopo il crollo dell’Impero romano,le strade si biforcano: Roma e Bisanzio. L’Italia,da sempre attraversata da correnti migratorie e abituata all’afflusso di schiavi provenienti da tutte le regioni dell’impero,viene trafitta dalle invasioni barbariche. L’amalgama nata dal mix di culture dell’impero viene investito e modificato da flussi culturali potenti e compositi.
Roma nei primi secoli dopo Cristo è una metropoli cosmopolita e con la separazione dei due imperi diventerà policentrica. Molti dei pontefici verranno dall’Oriente cristiano,e gli artisti,da Bisanzio,dall’Asia Minore,dalla Siria e dall’Egitto,li seguiranno portando nuove esperienze stilistiche. Roma città aperta. E profondamente cambiata dal Cristianesimo. Conosciamo poco quei tempi disorientati e sconcertati che seguirono la decadenza del mondo antico. Secoli di migrazioni,guerre,agitazioni e profondi cambiamenti. Ogni ritrovamento diventa quindi prezioso. Arte e culti dell’Oriente Cristiano. A Roma e nel Lazio (pp. 252,€128) appena uscito per la CasadeiLibri editore non è solo uno strumento di comprensione,ma una miniera di documenti inediti che,ribaltando i luoghi comuni,traccia nuove ipotesi di lettura. Duecentocinquanta pagine eleganti e con un ricco corredo iconografico,raccolgono saggi che da prospettive differenti, illuminano un’area geografico-culturale,Roma e il Lazio,snodo prezioso per l’interpretazione della storia della Chiesa e della storia dell’arte.

Il saggio più innovativo è quello contenuto nel primo capitolo,sul culto dei santi persiani a Roma. Abdon e Sennen, Mario e Martha,Anastasio,Sant’Onofrio al Gianicolo,storie di emigranti accompagnati dalla fede,che dalla Persia,grande potenza e acerrima nemica dell’Impero romano,intraprendono il loro percorso di santità. La Roma pontificia,anche grazie a loro,stringe rapporti amichevoli con la Persia che accetta l’invio di missionari e riconosce l’autorità spirituale del Papato. Le convergenze parallele ci sono sempre state,nei secoli luminosi e anche in quelli bui. I siti,le mete di pellegrinaggio,le reliquie e le lapidi,disegnano un nastro topografico inedito e intrigante.
Ma in questo volume non c’è solo Roma. I monaci,protagonisti assoluti in tutta Europa della conservazione,della conoscenza e dei testi sacri,e non solo,hanno nel Lazio preziose roccaforti. Grazie al filo conduttore e alla guida dei Dialoghi di San Gregorio Magno,attraverso descrizioni,decodifica di lapidi e testimonianze,come ologrammi riprendono vita siti religiosi perduti o poco conosciuti e visitati. La Basilica di Sant’Elia a Castel Sant’Elia,la chiesa di San Benedetto in Piscinula a Roma,la grotta dei Pastori a Subiaco e molti altri ancora.
Più avanti nel libro il saggio Madri orientali nel Lazio. Un mito attraversa il Mediterraneo e lo unisce: quello preistorico della grande madre,fertile e ricco di trasformazioni in chiave religiosa che ne mantengono immutata la forza archetipica. Il capitolo raccoglie la sfida del mito, la riempie di senso cristiano e la arricchisce della forza astratta e dell’assoluta bellezza dell’icona orientale. Pagina dopo pagina sfilano davanti agli occhi del lettore Madonne belle e ieratiche come la Teodora di Ravenna e con la pelle ambrata come le icone russe: la Madonna di Grottaferrata,l’icona di Sonnino, l’icona di Santa Maria Maggiore alla Cappella Borghese a Roma.
Di seguito, ma fortemente collegato col saggio che lo precede,il capitolo sulla Galaktotrophousa (colei che nutre col latte),Maria Lactans,la Madonna che allatta il Bambino,che chiude il cerchio,ci restituisce una santità antica e misterica,e insieme profondamente e intimamente cristiana. Una Roma multiculturale e multiartistica nata da una fusione e che della fusione farà la sua forza.
Un greco dei tempi di Prassitele avrebbe giudicato queste opere crude e barbariche. Ma gli artisti di quei secoli non sembravano più soddisfatti del virtuosismo ellenistico e cercavano effetti nuovi e nuovi valori. Gregorio Magno,vissuto nella seconda metà del VI secolo,ricorda a quanti avversavano ogni pittura che molti membri della Chiesa non sapevano né leggere né scrivere,e che per ammaestrarli,i dipinti erano utili quanto ai fanciulli le immagini di un libro illustrato: “ La pittura può servire all’analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere. Tutti sanno vedere.”
La pittura su legno delle icone impreziosite dalla foglia d’oro. Il mosaico composto di cubetti di pietra o di vetro che ricoprono l’interno delle chiese sprigionando colori densi e caldi,con un effetto di solenne splendore. Le idee egizie sull’importanza della chiarezza espositiva ritornano ad imporsi con autorità,grazie alla attenzione della Chiesa. Un’idea di semplicità piuttosto che la fedele imitazione dell’antico.
Gli interessi si spostano. Si è spesso detto che l’arte classica in quegli anni decadde,di sicuro molti dei segreti anche tecnici andarono perduti, ma l’abilità non è tutto. Le forme semplici non furono quelle di un’arte primitiva. L’arte cristiana dell’alto Medioevo divenne un curioso miscuglio di metodi primitivi e tecniche raffinate. Sull’osservanza delle tradizioni i Bizantini diventarono intransigenti come gli Egizi. Bisanzio era riuscita a far rivivere qualcosa della grandiosità e maestà dell’antica arte d’Oriente. Le immagini che ci guardano dalle pareti scintillanti si rivelano simboli perfetti della verità divina apparsa per non abbandonarci. Gli artisti raccolti in questo volume disegnano un percorso insolito e in parte sconosciuto. Uomini che assistettero al trionfo del Cristianesimo e finirono per accoglierlo,segnando così la fine del mondo antico.

Arte e culti dell’oriente cristiano a Roma e nel Lazio

cultiAlla scoperta di una Roma e di un Lazio poco esplorati quando non del tutto inediti, come nel caso della prima ricostruzione mondiale del culto dei santi siriaci in Roma. La Roma bizantina nella Storia e nell’Arte; le icone orientali del Lazio; Il Misterioso caso di S. Angelo in Peschiera; i tesori deuterobizani di Gaeta e molto altro ancora.

Testi di Angelo Michele Piemontese (Universita La Sapienza), Renato D’antiga, Marta Ragozzino (Soprintendenza Roma), e contribuiti di Anna Calia, Lorenzo Casadei, Giulia Lotti.

Foto di Federica Aghadian e altri.

Recensioni

Formato: 30 x 30 cm. cartonato, Pagine: 252 a colori/verniciate., ISBN: 88-89466-44-5 Prezzo: € 128,00