Nel mondo di mezzo del jinn: il “genio” che unisce l’Islam e l’Occidente
20 GENNAIO 2026|IN STRISCIAROSSA libri di Marco Brando
Cosa sappiamo in Italia della cultura islamica? Poco e niente, per lo più siamo in balìa di stereotipi e pregiudizi, spesso influenzati dalla cronaca (guerre, emergenze, migrazioni). Per esempio, nel nostro immaginario occidentale la parola “genio” ha molti significati. In latino genius (dal verbo gignere, generare) indica una divinità protettrice di ogni essere umano. In italiano il concetto s’è evoluto, arrivando a indicare il talento e l’intelligenza superiori di qualcuno/a (“Leonardo da Vinci era un genio”, per esempio); il termine è poi usato in altri contesti: può caratterizzare l’indole di una persona (non è cosa conforme al mio genio) o il carattere distintivo di qualcosa (il genio di una nazione, di un popolo). Però c’è un altro utilizzo, molto popolare, di questo termine. Quello che ci viene in mente quando proviamo a fantasticare, chiedendoci: quali sarebbero i tre desideri che vorremmo esprimere di fronte al “genio della lampada”?
Un’entità intermedia tra il mondo angelico e l’umanità
In questo caso ai più giovani viene in mente il genio che appare nel 31° film d’animazione della Walt Disney, Aladdin (1992); i meno giovani ricordano anche il magico spiritello che esce della lampada nel racconto Aladino e la lampada meravigliosa in Le mille e una notte (la raccolta anonima di novelle in arabo conosciuta in Europa ai primi del XVIII secolo attraverso la libera traduzione francese di Antoine Galland); racconto da cui la figura disneyana è stata (non fedelmente) ispirata. Ebbene, il corpulento personaggio ospite della lampada viene definito “genio”. Però non c’entra niente l’etimologia latina. È stato tradotto in quel modo il termine arabo jinn (جِنّ): questa creatura citata nel Corano, già presente in epoca preislamica, è un’entità intermedia fra il mondo angelico e l’umanità. La parola jinn deriva dalla radice triconsonantica araba ja-na-na, che significa “nascondere/celare” e anche “impazzire” o “generare” (come nel latino gignere, sebbene non ci sia alcun legame etimologico).
Per colmare almeno questa lacuna nella nostra scarsissima conoscenza del mondo arabo-islamico, si può leggere un volume firmato da Amira El-Zein e intitolato Il mondo dei jinn. L’Islam, gli arabi e il regno invisibile dei geni (Casadei Libri, 2025). L’autrice è una poetessa, traduttrice e studiosa che scrive in inglese, arabo e francese; inoltre insegna Letteratura araba e Letteratura comparata alla Georgetown University School of Foreign Service in Qatar. Quest’opera, originariamente pubblicata dalla Syracuse University Press con il titolo Islam, Arabs and the Intelligent World of the Jinn, giunge al lettore italiano a cura di Eduardo Ciampi (traduttore) e Lorenzo Casadei. Si inserisce, nella collana Porte d’Oriente. L’edizione italiana, arricchita da un ricco apparato iconografico e critico, offre una chiave di lettura supplementare; per esempio, l’appendice René Guénon e i jinn, firmata da Casadei, crea un ponte tra la metafisica islamica e quella occidentale attraverso il filosofo francese Guénon (1886-1951).
Di certo, in un’epoca in cui la nostra esistenza, reale (nel mondo fisico) o virtuale (nel mondo digitale), viene identificata solo in ciò che misurabile, quantificabile e visibile, la figura del jinn – ridotta dalle nostre parti a un simpatico genio della lampada in stile Disney o in demone da film horror di serie B – viene riscattata da El-Zein. La studiosa ci mostra la sua formidabile complessità teologica, antropologica e psicologica. Lo fa con una prosa che oscilla tra il rigore scientifico e la sensibilità della poetessa, invitandoci a varcare la soglia di un “regno intermedio” abitato da “altre” entità intelligenti, che condividono con noi il peso dell’esistenza e la conseguente responsabilità morale.
L’Islam propone una visione ternaria dell’essere
Il libro ci permette di raccogliere i fili dispersi della teologia islamica, del folklore arabo, della mistica sufi, della cultura popolare (Le Mille e una notte) e della comparazione interreligiosa, per mostrare come il jinn non sia un relitto del passato; semmai è uno specchio in cui possiamo guardarci per comprendere la nostra natura. Come ricorda il traduttore nella sua nota introduttiva, citando l’Amleto di Shakespeare, «ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante se ne possano immaginare con la nostra filosofia»; il libro di El-Zein offre proprio una mappa originale di queste “cose”. Lo fa mostrandoci questi esseri nati «da una fiamma di un fuoco senza fumo» (Corano, 55:15); creature alla soglia della coscienza e della percezione che abitano le crepe del nostro mondo, i deserti, le rovine e anche i nostri sogni.
Per comprendere i jinn, è necessario prima smantellare l’architettura mentale che governa tuttora la visione occidentale. El-Zein dedica il primo capitolo, “La poetica dell’invisibile”, a questa operazione di pulizia epistemologica. Il dualismo cartesiano, che separa nettamente la res cogitans (lo spirito, la mente) dalla res extensa (la materia inerte), ha eliminato di fatto lo spazio per qualsiasi entità che non sia puramente spirituale (come Dio o gli angeli nella teologia razionalista) o puramente materiale (come gli animali e le rocce). In questo schema binario, il jinn non può esistere, se non come allucinazione o superstizione. L’Islam classico, al contrario, propone una visione ternaria e gerarchica dell’essere. L’autrice ci guida attraverso i concetti di ‘alam al-mulk (il mondo del regno, visibile), ‘alam al-malakūt (il mondo del regno celeste, psichico/sottile) e ‘alam al-jabarūt (il mondo della onnipotenza divina). In questo contesto, i jinn non sono spiriti astratti, ma creature che abitano un livello di realtà intermedio, dotato di una “materialità sottile”. Appartengono a quello che i teosofi dell’Islam, come Ibn ‘Arabī e Suhrawardī, hanno definito ’alam al-mithāl; simile al Mundus Imaginalis descritto concettualmente da Henry Corbin (1903 – 1978), filosofo, orientalista e storico delle religioni.

http://wellcomeimages.org)
Alla ricerca di una terra di mezzo tra il materiale e lo spirituale
Quest’ultimo concetto è cruciale ed El-Zein lo esplora con grande finezza. Il “mondo immaginale” non è quello dell’immaginario (sinonimo di “irreale” o “fantastico” nel linguaggio comune); piuttosto non è né puramente spirituale né materiale. È un regno oggettivo dove le idee prendono corpo e i corpi si spiritualizzano. È una terra di mezzo dove il fuoco non brucia la carne ma accende la visione, dove lo spazio è elastico e il tempo è qualitativo. È qui che risiedono i jinn. Essi sono esseri “interstiziali” (barzakhi), ponti viventi tra il denso e il sottile; sono divisi in varie categorie, organizzati in una struttura sociale simile a quella umana (con re e sultani, giudici, eserciti, mercati e leggi), capaci di vivere migliaia di anni ma destinati a morire; coabitano con noi, nelle nostre città e nelle nostre case, ma non li vediamo; mangiano, hanno sessi diversi e si riproducono. Non solo: i jinn posseggono il libero arbitrio, quindi non tutti sono diavoli (shayatin). Anzi, professano religioni diverse: esistono jinn musulmani pii e devoti, jinn ebrei, cristiani, zoroastriani, eretici e pagani. La loro esistenza sfida la nostra logica dell’esclusione (o è vero o è falso, o è materia o è spirito) e ci costringe ad adottare una logica dell’inclusione, dove gli opposti coincidono.
L’autrice arricchisce questa trattazione cosmologica con riferimenti affascinanti alla tradizione dei “mondi molteplici”. Luoghi di meraviglia infinita creati dalla divinità per manifestare la sua inesauribile immaginazione. I jinn sono i viaggiatori e gli abitanti di questi pluriversi, testimoniando che la Terra degli uomini è solo un granello di polvere nell’immensità della creazione divina. Se i jinn abitano il mondo immaginale, come possono essere percepiti dagli esseri umani? Qui El-Zein introduce una distinzione fondamentale tra la fantasia (che inventa ciò che non esiste) e l’immaginazione creatrice: i jinn, essendo esseri proteiformi e mutevoli, si manifestano proprio attraverso quest’ultimo canale. Quando un essere umano “vede” un jinn, non sta avendo un’allucinazione; ma sta attivando una facoltà latente, che gli permette di sintonizzarsi su una frequenza diversa della realtà. Riconoscere i jinn significa riconoscere le parti nascoste, infuocate e indisciplinate della nostra stessa anima. Insomma, è una visione tanto onirica quanto concreta.
Certo, la questione, vista dal nostro punto di vista materialista, può suscitare una domanda: cosa sono, fisicamente, i jinn? El-Zein offre l’analisi della loro costituzione. Il Corano è esplicito: mentre l’uomo è fatto di argilla e gli angeli di luce, i jinn sono creati dal già citato “fuoco senza fumo” (mārij minnār). Il mārij non è il fuoco distruttivo che conosciamo, ma una fiamma pura, sottile, un’energia radiante mescolata all’aria. Questo spiega la loro volatilità e velocità (attraversano i muri, volano da un capo all’altro del mondo in un istante), la mutevolezza (il fuoco non ha una forma fissa, così queste creature sono capaci di assumere sembianze umane, animali o mostruose a loro piacimento), la passionalità (come il fuoco è caldo, attivo, talvolta violento, i jinn provano e mostrano desiderio, orgoglio, rabbia e amore intenso).
Quale amore è possibile tra umani e jinn?
È evidente la differenza con gli angeli, quelli islamici e quelli cristiani: questi ultimi sono intelletto puro e luce di obbedienza; i jinn non sono angeli e neppure demoni, bruciano di passioni simili alle nostre, però elevate a una potenza esponenziale. Eppure non sono come i “nostri” diavoli biblici ed evangelici. El-Zein si dedica infatti alla controversa figura di Iblis (simile al “nostro” Satana) alla luce delle diverse scuole di pensiero islamiche, sposando la tesi della natura jinnica di Iblis. Il versetto coranico 18:50 è la chiave di volta: «Egli era uno dei jinn e si ribellò al comando del suo Signore». L’autrice spiega che gli angeli sono incapaci di disobbedire perché sono programmati per la lode e l’obbedienza assoluta; mentre Iblis possiede la facoltà di scegliere, proprio come l’uomo. La sua caduta, quindi, non è dovuta a un “difetto di fabbricazione angelica” (nella Bibbia è un angelo caduto, che dopo essersi opposto a Dio per orgoglio, desiderando essere come Lui, viene cacciato dal cielo), ma all’orgoglio della natura di fuoco caratterizzante il jinn ribelle, che dice a Dio: «Io sono migliore di lui (Adamo, quindi l’uomo, ndr): mi hai creato dal fuoco, mentre hai creato lui e dall’argilla» (Corano 7:12).
Nel libro c’è anche un capitolo “focoso”, quello dedicato all’amore tra umani e jinn. Molti esponenti delle tre dimensioni dell’Islam – ortodossa, popolare e sufi – in passato, soprattutto nel periodo che noi europei chiamiamo Medioevo, sono stati attratti dall’argomento. El-Zein esplora la vasta letteratura sul tema. La risposta della tradizione è complessa, però le narrazioni popolari abbondano di storie d’amore e di passione. Se qualcuno vuole scoprire altri dettagli sui jinn – per esempio la loro funzione nella medicina o nella magia oppure il loro ruolo come muse di poeti e artisti – non deve fare altro che leggere il libro di El-Zein.
Di certo, per concludere, tutte le prerogative dei jinn – incluse le passioni e la fragilità – attribuiscono una dignità drammatica alla loro figura. Non sono né demoniaci né angelici, sono creature morali poste di fronte alle scelte. La loro condizione è tragica quanto quella umana: sospesi tra la salvezza e la dannazione, tra la sottomissione a Dio e l’affermazione dell’ego. In fondo, ci assomigliano moltissimo. Con la loro natura ambigua, la loro libertà morale e la loro capacità di attraversare i confini, i jinn sono lo specchio dell’umanità contemporanea: potenti ma fragili, creativi ma distruttivi, sospesi inesorabilmente tra la terra e il cielo.
Amira El-Zein, Il mondo dei Jinn. L’Islam, gli arabi e il regno invisibile dei geni, CasadeiLibri, Roma, 2025.