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il manifesto
19 Maggio 2006
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pag.20

Un popolo in fuga, una cultura nel mirino
Infelice Kosovo troppo lontano dall'Europa
Loris Campetti
 
intervista
Se anche l'arte diventa nemica
tommaso di francesco
 
STORIE pagina 20

apertura

Un popolo in fuga, una cultura nel mirino
Infelice Kosovo troppo lontano dall'Europa

Il dimenticato patrimonio della cristianità serbo ortodossa, una storia di violenza, invisibile a chi pretende un'identità religiosa per il Vecchio continente
Loris Campetti
Come dimenticare il tormentone sulle «radici cristiano-giudaiche» dell'Europa? Difficile riuscirci, tanto più che proprio quando si pensa che si sia finalmente inabissato, eccolo carsicamente riemergere, agitato in forma individuale o collettiva da una folta schiera di «fedeli» alla Chiesa di Roma - quel «giudaico» aggiunto a cristiano serve solo a salvare la coscienza europea, come se bastasse una mano di sapone a ripulirla dai crimini della Shoah. Il tormentone dunque non ha una fine, ma un fine sì che ce l'ha ed è quello di mettere un doc, un marchio d'origine sul Vecchio continente, da parte di chi si sente «assediato» da religioni e culture «altre». Bisognerebbe organizzare un viaggio collettivo per portare in processione a Pristina e nei centri della martoriata regione kosovara questa schiera di «europei doc»: potrebbero così prendere atto dello scempio fatto della memoria e dell'arte della cristianità dagli «infedeli» albanesi - quelli la cui identità europea verrebbe negata dal marchio d'origine - nel corso dei secoli, con un'accelerazione eccezionale dal 1999 quando le bombe umanitarie fecero strage di serbi, zingari, profughi, albanesi di passaggio e, naturalmente, di strutture, infrastrutture, fabbriche, abitazioni, ma anche monasteri e opere d'arte.
Il popolo serbo, tutore di una memoria collettiva, non ha potuto usufruire della «guerra di religione» dichiarata al mondo islamico e consacrata due anni più tardi, l'11 settembre del 2001. Né i serbi hanno potuto avvalersene successivamente: ormai il processo di deserbizzazione in Kosovo era andato troppo avanti, era diventato troppo difficile fermarlo per un'Europa che aveva ormai rimosso le conseguenze delle sue scelte belliche, ancorché umanitarie. Oggi l'Europa sa soltanto ripetere che la Serbia resterà fuori dalla comunità e non sarà ammessa a iscriversi nell'elenco dei candidati, almeno finché non avrà consegnato al tribunale dell'Aia i suoi criminali. Del Kosovo, poi, meglio non occuparsene, finché il problema non sarà risolto alla radice, cioè con l'espulsione dell'ultimo serbo rimasto a Kosovska Mitrovica. Finché nell'immaginario collettivo europeo sarà ben consolidata l'idea che nella distruzione sanguinosa dell'ex Jugoslavia c'è stato un unico responsabile - il governo di Milosevic, e in fondo l'intero popolo serbo, «l'etnia» serba. E nell'immaginario collettivo serbo trionferà l'idea che tutto il mondo gli è nemico, come ai tempi della sconfitta di Kosovo Polje.
La storia dei serbi nel Kosovo, intrecciata di vicende umane e patrimoni dell'arte e dello spirito, si racconta nel libro L'altra guerra del Kosovo. Il patrimonio della cristianità serbo-ortodossa da salvare, a cura di Luana Zanella, Casadeilibri, Padova 2006, euro 21. Contiene testi, oltre che di Zanella, del presidente dell'associazione «Most za Beograd-Un ponte per Belgrado» Andrea Catone, di Rosa D'Amico della Soprintendenza per il patrimonio artistico ed etnografico di Bologna, di Renato D'Antiga che svolge attività teologica presso la Metropoli ortodossa d'Italia, del giornalista del manifesto Tommaso Di Francesco, di Valentino Pace, docente di Storia dell'Arte medievale e bizantina e di Daniele Senzanonna, autore di una tesi sul Kosovo.
La storia ricostruita ne «L'altra guerra del Kosovo» ci dice che oggi sta andando a distruzione un patrimonio artistico che aveva resistito nei secoli, nell'indifferenza proprio di chi vorrebbe farsi paladino delle radici cristiane dell'Europa. Al punto di dimenticare, nelle più significative manifestazioni dedicate all'arte bizantina, l'importanza di quel pezzo di storia, già sepolta prima ancora di morire.
Il libro si chiude con la storia terribile dei nostri giorni che vede i nostri ottimi soldati piantonare, per l'eternità, una chiesa, una torre, un cippo, nella consapevolezza che, appena volteranno le spalle, una bomba, un incendio, una picconata, staccherà per sempre un volto d'angelo, la compassione di Cristo, la speranza della Resurrezione. E' proprio a quest'ultima che si appella Massimo Cacciari, nella prefazione al libro, riferendosi alla bellezza dell'Anastasis, alla necessità da parte dell'Europa di considerare Studenica, Mileseva, Sopocani, Pec, Gracanica, Decani e le altre, come parte della sua memoria e del suo attuale patrimonio culturale.
Il popolo serbo, secondo le prime informazioni fornite dall'imperatore Costantino VII Porfirogenito, nel suo De Administrazione Imperio, è originario della Serbia Bianca, territorio della Lusazia, posto a nord e a nord ovest dell'attuale Boemia. Guidati dai loro condottieri chiamati zupani, i serbi scendono in Illiria, abbandonano la loro struttura sociale di carattere tribale e, guardando a Costantinopoli, adottano un regime monarchico. Dal VI secolo cominciano a popolare il Kosovo, ne prendono il pieno possesso e costringono le popolazioni indigene (greci, romani, dardani, valacchi, zingari, aromaniani, illiri e traci) a spostarsi sulle coste o all'interno, sulle montagne. La regione entra così a far parte dei vasti possedimenti governati dalla potente dinastia dei Nemanija che regna per due secoli (1166-1371) e fa del Kosovo il centro della cultura e dalla religione.
La conversione al cristianesimo ortodosso era già cominciata intorno al IX secolo ma con lo zupan Stefano Nemanija i movimenti spirituali legati alla vita monastica, nati nelle grotte impervie del sud, prendono a diffondersi in tutto il territorio, assecondati da una politica di grande attenzione alla cultura e alle espressioni spirituali del mondo bizantino ma anche dell'altra sponda dell'Adriatico.
I membri delle famiglie reali, spesso esponenti della chiesa nazionale, moltiplicano le costruzioni di monasteri che gravitano su ampi territori, creando un tessuto unitario, rafforzato dalla profonda religiosità dei regnanti che spesso, dopo aver abdicato, concludono la loro vita terrena ritirandosi dal mondo, assumendo le vesti di umili monaci. Nascono Studenica, Mileseva, Sopocani, Pec, Gracanica, Decani, solo per ricordare le più famose. Pittori, scalpellini, costruttori, architetti, mettono in cantiere decorazioni scolpite su marmo bianco, affreschi che raccontino, a tutta volta, l'intera storia degli apostoli, la pazienza dell'Annunciata che fila, la lattea solitudine della chiesa dell'Ascensione. Grazie allo sfruttamento delle miniere di argento e di piombo e al ricco commercio dalmata, l'architettura e le arti figurative trasformano il Kosovo nella gemma dei Balcani.
Poi, il 15 giugno del calendario giuliano, il 28 di quello gregoriano, del 1389, a Kosovo Polije, la Piana dei merli, l'esercito ottomano forte di 30.000 uomini sconfigge quello di Lazar, principe serbo al comando di un'armata grande la metà. L'intera nobiltà, fanti e cavalieri, difendono quella lontana propaggine della cristianità fino a soccombere. La Serbia e il Kosovo con lei, entrano così sotto la dominazione turca che durerà quattro secoli. Ben di più durerà, nell'immaginario collettivo serbo, il segno lasciato dalla sconfitta subita a Kosovo Polije che paradossalmente diventa un simbolo identitario tuttora vivo dal confine con l'Ungheria, cioè dalla Vojvodina, fino al cuore dello sventurato Kosovo. Un simbolo identitario - e il paradosso sta nell'autorappresentazione di un popolo in un luogo e in una vicenda che rimandano a una sconfitta - riscontrabile anche nei serbi della (sempre più numerosa) diaspora nei paesi europei, negli Stati uniti, nel Canada.
La religiosità dei serbi diventa a questo punto il fulcro della resistenza. La fede nella resurrezione non è solo un fatto simbolico ma si incarna in una opposizione capace di attraversare i secoli. Gli ottomani requisiscono le chiese e i monasteri più belli per trasformarli in moschee mentre cristiani ed ebrei entrano in una sorta di clandestinità. Tuttavia, mentre gli albanesi e gli slavi di Bosnia cadono nell'apostasia, i cristiani del Kosovo resteranno tali (97% della popolazione) fino al sedicesimo secolo, accompagnati da tutti quegli angeli e pie donne, evangelisti e vescovi, vergini e santi che dall'alto delle volte di chiese e monasteri sperduti, li invitano a credere ma anche a resistere.
Venezia, l'Austria, poi la Russia, minacciate a loro volta dagli ottomani promettono, nei secoli, larghi appoggi ai serbi che, tuttavia, rimangono quasi sempre soli, schiacciati contro l'invasore, e si fanno uccidere. Intanto gli albanesi, in gran parte islamizzati, combattono al fianco degli ottomani e nel 1690 comincia la Grande migrazione che dà inizio al cambiamento della composizione etnica del Kosovo e che continuerà nel 1737 con la guerra austro-russa contro i turchi. Man mano che i serbi vengono spinti fuori dalla regione, gli albanesi scendono dalle montagne e si appropriano delle aree coltivate, grazie alla protezione dei turchi che li tengono legati a sé anche da una ricorrente politica di esenzione dalle tasse.
Due secoli e mezzo più tardi i serbi sono ancora in fuga dal Kosovo e i loro monasteri restano un target per chi pretende per quei martoriati territori europei un'identità diversa da quella cristiano-giudaica. Due rivendicazioni identitarie che uccidono arte, cultura, popoli. Popoli europei.
intervista
Se anche l'arte diventa nemica
tommaso di francesco
Pubblichiamo uno stralcio di un'intervista di Tommaso Di Francesco al vicario del monastero di Decani, apparsa sul manifesto del 23 ottobre 2004 e ripubblicata nel libro «L'altra guerra del Kosovo». Sono passati 18 mesi, Rugova è morto e la situazione per i serbi è addirittura peggiorata.

In occasione delle elezioni di oggi abbiamo incontrato a Decani, sede di uno dei più importanti monasteri ortodossi del Kosovo, fortunatamente non ancora devastato, padre Sava, vicario del monastero e tra i rappresentanti più noti della chiesa ortodossa nei Balcani. E' un gigante dalla barba bionda, ha 39 anni, è nato a Dubrovnik e ha vissuto per molto tempo in Erzegovina. Ora vive asserragliato nel monastero di Decani, guardato a vista dai paracadutisti italiani, dove prosegue la sua coraggiosa «testimonianza religiosa nell'arcipelago Kosovo», nonostante le violenze perpetuate dagli estremisti albanesi.

Come vivono i serbi in Kosovo, c'è un futuro per loro? E il lavoro, diritti?
Sono un popolo esposto alla distruzione, sia fisica, che spirituale. Insomma, a rischio estinzione. La nostra tragedia continuerà finché la comunità internazionale tollererà la violenza etnica e la costruzione di una società albanese monoetnica. L'amministrazione dell'Onu- Unmik negli ultimi cinque anni non ha creato alcuna prospettiva per la sopravvivenza - non dico nemmeno esistenza - dei serbi.

Il leader moderato e «presidente» Ibrahim Rugova vuole l'indipendenza: due settimane fa ha chiesto apertamente agli Stati uniti e all'Unione europea di riconoscere il Kosovo indipendente. Che cosa pensa di questo?
La visione del signor Rugova è limitata alla sola richiesta di un Kosovo indipendente. Però, nella vita quotidiana, Rugova, come il resto dei leader kosovaro-albanesi non ha una visione della società nella quale tutti i cittadini, senza badare alla loro nazionalità siano liberi ed uguali. E' deplorevole che i sindaci appartenenti al partito di Rugova (la Lega democratica, Ldk ndr), nella parte occidentale del Kosovo - a Klina, Pec, Prizren - siano i principali oppositori del ritorno dei serbi. Questo prova che, quando si tratta dei serbi, non c'e alcuna differenza tra il partito di Rugova e quelli dell'Uck.

Quali sono stati i risultati della «guerra umanitaria», alla luce delle violenze, della nuova pulizia etnica subita dai serbi dal giugno 1999, data d'ingresso della Nato, e alla luce delle violenze contro la popolazione serba e i monasteri del marzo scorso?
La cosidetta «guerra umanitaria» dell'Alleanza atlantica - 78 giorni di bombardamenti successivi su tutta la Jugoslavia, Kosovo compreso - ha portato a una nuova catastrofe umanitaria e ha scatenato le violenze contro i serbi e le altre minoranze, come i rom e i goranji. La missione dell'Onu, Unmik, è la missione più fallimentare della storia delle Nazioni unite. Negli ultimi cinque anni sono stati cacciati 250mila serbi, rom e altre minoranze; sono state distrutte 140 chiese e monasteri serbo-ortodossi; sono stati uccisi, o desaparecidos, circa duemila serbi; e gli altri vivono nelle loro enclave, dietro il filo spinato e circondati da soldati e mezzi militari. Mentre i disordini di marzo, che hanno portato alla cacciata di seimila serbi, e la distruzione di 35 chiese - hanno mostrato che la Nato, che si era impegnata per la sicurezza del Kosovo con la pace di Kumanovo, è invece una tigre di carta. Certo, i soldati italiani ora ci proteggono e senza di loro non esisterebbero nemmeno le enclave serbe. Ma è un paradosso: noi eravamo i nemici che andavano bombardati. Ora ci salvano, ma quei bombardamenti hanno autorizzato le attuali impunità contro di noi. Per impedire una completa catastrofe, bisogna cambiare completamente la strategia internazionale, e non attribuire ulteriori legittimità e competenze alle autorità monoetniche kosovaro-albanesi. Il contrario esatto dell'obiettivo di queste che la comunità internazionale si ostina a chiamare «elezioni».